Settembre 21, 2020

Philippe Daverio, quando l’arte si fa racconto_di Attilio Gatto

Chissà come gli è venuta in mente quella provocazione, quando paragonò gli arabi “di tipo estremamente primitivo e primordiale” ai “pastori della Gallura, i meno evoluti”. Era l’8 febbraio di due anni fa. Da “Piazza pulita”, la trasmissione di Corrado Formigli, le parole di Philippe Daverio rimbalzavano direttamente in Sardegna, scatenando una tempesta di polemiche. Che gli avevano fatto i pastori di Gallura? Niente. Ma lui era così. Probabilmente inseguiva delle sue idee e non gli passava per la mente che potessero essere pregiudizi.

E infatti poi rimediò definendo la Sardegna terra meravigliosa, “scrigno di tesori”. Era nato il 17 ottobre del 1949 in Alsazia, nella Francia storicamente contesa dai tedeschi, per patria l’Europa, il mondo, e perciò anche l’Isola di Sardegna. Una delle sue bellissime trasmissioni fece tappa a Cagliari. E lui sul campo, impeccabile nell’abito di lino bianco, come in una foto degli anni venti, a mostrare le “fiere torri pisane” e le ampie panoramiche sul porto, sul mare. Philippe Daverio era cultura e passione, serenità e invettiva. Contraddittorio, politicamente scorretto, anche se è stato assessore alla cultura a Milano, e mirabilmente ricco di conoscenza e umanità. Personaggio che sembrava fuori dal tempo, da collocare forse agli inizi del novecento, quando le avanguardie storiche affermavano la loro presenza e Filippo Tommaso Marinetti a Parigi pubblicava su “Le Figaro” il Manifesto del Futurismo. Chissà se Philippe Daverio amava i quadri di Balla e di Boccioni.

Umberto Boccioni, “La città che sale”.

Sicuramente li conosceva e il suo vestire eccentrico ricordava le forme, i colori, di certe avventurose creazioni d’avanguardia. Così, nelle apparizioni tivù, l’uomo in farfallino dalle giacche sgargianti e gli occhiali tondi non sembrava proprio un accademico, un professore di storia dell’arte. Ma, accidenti!, quanta erudizione, non fine a stessa, divulgata con semplicità, non certo semplicistica. Per dieci anni ha affascinato i telespettatori di Rai3 con la trasmissione “Passepartout”. Daverio era maestro della parola offerta al pubblico con garbo e sicurezza, senza modestia ma con umiltà. Un uomo che riusciva a trasformare la cultura in racconto, il sapere in divertimento. Non è capacità di tutti, ma di chi studia, senza ombre di confusione dalle parti del cervello. Anni fa fece una conferenza spettacolo sul futurismo, proprio alla maniera delle serate di Marinetti e compagni. È bello immaginarlo nell’ultimo viaggio con uno straniante panciotto futurista alla Depero, magari confezionato con la lana delle greggi di Gallura. 

Il panciotto avanguardista disegnato da Fortunato Depero (1923-24)

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