Settembre 21, 2020

Poetto ’60; dal porto al D’Aquila al verde smeraldo_di Attilio Gatto

Ma che m’aveva fatto il mare? E il sole? Eppure sempre con quella faccia infastidita, a rincorrere chissà quali pensieri. Anni sessanta. Al Poetto andavamo spesso con la “Santa Rita”, la barca del nonno. Un viaggio affascinante. In porto l’acqua era nera, poi diveniva più chiara e blu, azzurra, verde. Eravamo arrivati. Accorrevano dalla spiaggia decine di bagnanti. Una girandola di tuffi, meglio del trampolino dello yacht di Onassis. Eravamo invidiati. E ci divertivamo con gli amici degli zii, intellettuali, artisti, cantanti.

La Santa Rita

Mi ricordo un americano, scatenato con Harry Belafonte, Banana boat song. Nel mio bagaglio culturale non c’era ancora Giaime Pintor con la “spiaggia quasi africana”. Ma guardavo l’orizzonte come a dire:”C’è anche dell’altro?”. Capitava di andare al D’Aquila, più spesso nella spiaggia libera, terza o quarta fermata, con la varia umanità distesa sull’asciugamano, faccia al cielo. Tra i casotti c’erano le dune e il vecchio Ospedale Marino, capolavoro di Ubaldo Badas, con la sua curva ti dava un senso di protezione e ti ricordava qualcosa di più ampio di un’isola. In fondo ho sempre visto Cagliari come anello di una catena.

Una delle tante affascinanti città di mare, che ricorda Napoli, Genova, Trieste e, fuori d’Italia, Marsiglia, e ancora più su verso il Nord Europa. L’acqua come movimento, ampiezza, libertà, Europa. Europa e Sardegna. Sguardo lungo e profonde radici. Il colpo d’occhio sulla maestà della Sella del diavolo, con le sue leggende e i suoi misteri, e sulla striscia bianchissima della spiaggia. Che potrebbe anche essere paragonata a Cuba, alla splendida atmosfera di Varadero.

 “Ragazza alla finestra” di Salvador Dalì

Tanti chilometri, innumerevoli miglia, ma sempre il mare che può dividere, ma anche unire indissolubilmente. Come un ponte, simbolo di confronto, di dialogo, che si oppone alla cultura dei muri. E a proposito di barche, più volte a Cagliari abbiamo visto Nave Vespucci.“Non chi comincia ma quel che persevera”, è il motto di questa meraviglia della nostra Marina Militare, che ha concluso a Taranto l’addestramento degli allievi ufficiali per il 2020. Penso che sia il sogno di tutti i marinai navigare su un magnifico battello. Avrei voluto farlo anch’io tanti anni fa, quando prestavo servizio militare a Roma, Palazzo Marina.

La Sella del Diavolo vista dal vecchio Ospedale Marino

A suo tempo ho perseverato, ma con l’imbarco non ho mai cominciato. Però provo sempre una certa emozione quando vedo le navi e anche le barche. Che mi ricordano sempre i vecchi vaporetti, ancorati alle bitte della banchina, con i pescatori già pronti a vendere il pesce, di mattina presto, all’alba. E i cagliaritani amanti delle prelibatezze del mare, pronti a far loro le prede più ambite. Sono sicuro di aver visto una scena simile, ma forse me l’hanno raccontata, perché mi sembra improbabile che fossi lì, alle prime luci del giorno. Probabilmente ero a letto e, se era domenica, mi sarei alzato più tardi. E poi sarei salito sulla “Santa Rita”, verso il Poetto, a cercare gli spazi dell’estate, con la solita faccia insofferente al mondo. Ma uno scorcio stupendo l’ho trovato, girovagando nell’web. Dalla finestra del vecchio ospedale abbandonato, l’occhio va a cercare il monumento naturale della Sella del Diavolo. Non so chi abbia fatto questo scatto, ma sembra un quadro. E assomiglia a un quadro, “La ragazza alla finestra” di Salvador Dalì. Una finestra che, dal cortile di casa, abbraccia i mari, le terre e le genti del Pianeta.

Io sulla barca del nonno

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