Gennaio 22, 2021

L’avvocato campione di karate Gino Emanuele Melis sul bullismo e il caso Willy Monteiro: “demonizzare le arti marziali è uno sbaglio.” _di Fabio Salis

Nella notte tra il 5 e il 6 settembre, Colleferro è stata il teatro del pestaggio e della brutale uccisione del giovane ventunenne Willy Monteiro, un ragazzo che aveva tutta la vita davanti e i cui sogni sono stati tragicamente infranti con un atto che è assolutamente riduttivo definire come mostruoso. Willy stava trascorrendo il sabato sera assieme ai propri amici, come tutti i giovani, nei locali del centro della cittadina laziale, quando ad un certo punto è nata una discussione tra due gruppi di ragazzi che successivamente è degenerata in rissa. Da quanto si apprende secondo le prime ricostruzioni, probabilmente il pomo della discordia sarebbe stato qualche attenzione di troppo rivolta nei confronti di una ragazza. Ad un certo punto quattro ragazzi aggrediscono un amico di Willy, il quale, coraggiosamente, prova a mettersi in mezzo per cercare di difenderlo, ma cade a terra e viene colpito a morte con calci e pugni sferrati con una violenza inaudita al punto tale da portare allo spappolamento degli organi interni.

Questa vicenda ha lasciato sotto choc non soltanto l’Italia, ma il mondo intero e ha stimolato un forte dibattito sui temi del bullismo e della violenza. C’è stato anche chi in queste settimane ha messo sul banco degli imputati una certa tipologia di arti marziali, in quanto due dei quattro ragazzi al momento coinvolti nell’indagine praticano le cosiddette arti marziali miste (MMA).

Secondo un certo tipo di visione, esse stimolerebbero dei comportamenti sbagliati e violenti nei confronti del prossimo. In realtà questa non è altro che una concezione deterministica, frutto di una distorsione della realtà dei fatti: è un errore erigere un episodio eccezionale a regola, ovvero fare di tutta l’erba un fascio.

Da quando esistono, le arti marziali hanno avuto il merito di salvare tanti ragazzi dalle strade e dalla delinquenza e di questo ne abbiamo parlato con l’avvocato penalista cagliaritano Gino Emanuele Melis che è anche maestro e campione di karate a livello mondiale, nonché atleta della nazionale italiana: “Ci tengo innanzitutto a fare le mie più sentite e care condoglianze alla famiglia di Willy e mando loro un abbraccio fortissimo per tutto quello che stanno passando. Bisogna condannare con severità l’atto che è stato commesso nei suoi confronti e il mio augurio è quello che non capiti mai più a nessuno quanto successo a lui. L’unico modo per evitarlo è lavorare sulla prevenzione. In generale il mondo delle arti marziali è pulito, ma purtroppo ci sono dei casi eccezionali di ragazzi in cui non si riesce sempre a raddrizzare la pianta.”

Sul caso di Willy Monteiro è in corso di svolgimento un’indagine da parte della Procura che andrà a chiarire quelle che sono le responsabilità e quante persone effettivamente sono da considerare coinvolte nel delitto e a tal proposito l’avvocato sottolinea: “Il processo è in corso e non è il caso di farne anche uno mediatico, ma bisogna attendere l’esito delle indagini da parte della Procura e una sentenza di un giudice che accerti proprio il fatto, almeno dal punto di vista processuale, sia con risultanze probatorie che documentarie. Ciò che è sicuro è che Willy è stato colpito a morte da più soggetti, che non definirei come delle persone umane, ma neanche come degli animali, perché loro vanno ad uccidere i propri simili solo per sopravvivenza. In questo caso è stato ammazzato un ragazzo che aveva ancora tutta la vita davanti, stava facendo l’aiuto chef e aveva tanti sogni nel cassetto che sono stati distrutti sicuramente per motivi futili e abietti. Questo ragazzo è stato un grande esempio di coraggio: il vero obiettivo delle arti marziali è difendere sé stesso e il prossimo, quindi quella sera lì l’unico vero artista marziale è stato solo Willy. Ai miei ragazzi, possono essere anche cinture nere, dico sempre di parare, contrattaccare e poi scappare. Non bisogna fare gli eroi, ma difendersi e poi liberare la scena.

A chi mette sul banco degli imputati le arti marziali rispondo evidenziando i migliaia di casi in cui invece si può accertare che queste discipline, qualunque esse siano, dal karate, allo judo, alle arti marziali miste, hanno salvato migliaia di ragazzi che stavano imboccando cattive strade, provenienti da una situazione sociale o familiare molto difficile e in cui spesso non ci sono dei genitori alle spalle. Le arti marziali salvano tante persone dal commettere reati. Anche nella mia palestra ho avuto dei ragazzi provenienti da realtà difficili, con cui ho dovuto lavorare un po’ di più rispetto agli altri ed è proprio lì che si riscontra la bravura del maestro che può rimettere nella giusta carreggiata un atleta, cercando di aiutarlo a canalizzare la rabbia e la frustrazione verso energia positiva che dev’essere utilizzata solo per la difesa della propria incolumità.

Nella mia esperienza quotidiana ho potuto riscontrare grandissimi miglioramenti da parte di atleti che provenivano da situazioni molto complesse, sia per quanto riguarda il rispetto delle regole all’interno della palestra che nei rapporti al di fuori con gli altri compagni del dojo. Se il ragazzo non ha una famiglia dietro, il maestro ha il compito di sostituirli. Quando invece i genitori sono presenti e attivi, il maestro ha il dovere di aiutarli nell’educazione e nella crescita sociale del figlio o della figlia.”

Il ruolo di colui che insegna è delicato e risulta fondamentale per la crescita dell’individuo, non solo dal punto di vista atletico, ma anche e soprattutto mentale. Chi esce da una palestra deve farlo sicuramente da cittadino migliore: “noi maestri dobbiamo essere soddisfatti il più possibile su quello che abbiamo trasmesso ai ragazzi, ogni volta che finisce una lezione. Il nostro scopo è di trasmettere non solo le tecniche della nostra disciplina, ma anche e soprattutto degli insegnamenti sociali. I nostri ragazzi devono diventare degli uomini veri e questo vale più di una medaglia d’oro: lo scopo dell’insegnamento non è la gara, ma la vita.

Ciò che differenzia un maestro da un allenatore o un preparatore atletico sono la cura e il dettaglio che mette dal punto di vista psicologico nei confronti dell’atleta. Io mi sono innamorato di questa disciplina proprio perché quando avevo 6 anni e vedevo mio padre allenare i ragazzi notavo il rispetto che c’era nei confronti del maestro e tra di loro. Con tutti i maestri che conosco che insegnano in Sardegna, Italia e Europa, ciò che ci accomuna sono la disciplina e la correttezza che non mancano mai neanche dopo incontri complicati, in cui si cerca di sopraffare l’avversario, ma dopo ci abbracciamo tutti. Dai più piccoli ai più grandi.

Ho anche letto l’intervista che è stata fatta al maestro di arti marziali miste dei fratelli Bianchi e sono molto dispiaciuto, perché non capisco quest’accanimento mediatico nei suoi confronti. Escludo categoricamente che possa aver impartito insegnamenti sbagliati nei confronti di questi due ragazzi. Se tu sei un maestro certificato devi essere in grado di gestire questi tipi di situazioni, ma trasferire tutte le responsabilità di un soggetto che commette un reato sul maestro, significa attribuirgli delle responsabilità eccessive. Siamo tutti diversi e qualche ragazzo può sbagliare, ma gli insegnamenti dei maestri di arti marziali miste sono gli stessi di una qualsiasi altra arte marziale. Il rispetto che hanno gli atleti è alto, al di là di qualche caso particolare che è più uno show. Ho visto dei combattimenti in cui atleti potevano infierire sull’avversario inerme a terra, ma non l’hanno fatto. Gli atleti di arti marziali miste non sono più cattivi di quelli di altre discipline e invece questa è una visione distorta della realtà.”

L’avvocato è anche impegnato da anni nel sociale in vari progetti destinati alle scolaresche che prevedono la sensibilizzazione sull’argomento del bullismo, che è strettamente connesso all’omicidio di Monteiro: “chi percuote il prossimo solo per il piacere di creare una lesione è un bullo e non un artista marziale. Chi arriva a compiere questo tipo di azioni ha avuto qualcosa che non è andato a buon fine nel proprio processo di crescita: questo può essere dovuto ad una realtà familiare difficile o a delle amicizie sbagliate. La situazione interiore e psicologica del bullo è fragile, infatti quello che tengo a sottolineare sempre quando faccio convegni nelle scuole sull’argomento è che è da considerare una vittima esattamente quanto la persona che subisce, in quanto entrambi ti stanno chiedendo un aiuto. Commette questo tipo di azioni perché ha bisogno di mettersi in mostra agli occhi degli altri ed è come se stesse gridando aiuto. Può arrivare a compiere gesti estremi a causa del fatto che non si senta capito all’interno del contesto familiare e scolastico.

Tutto il processo penale minorile, a differenza di quello per adulti, è incentrato proprio sull’interesse superiore del minore. La finalità rieducativa del soggetto sta sia nel procedimento in sé che nella pena. L’obiettivo è fare in modo che ritorni a far parte della società, tramite i servizi sociali e di mediazione, e tornare a riconoscerne le regole. L’unico modo per essere accettati all’interno di un gruppo di bulli o di soggetti che si comportano in maniera sbagliata è violare le regole: la ragione di vita diventa quella di distruggere, danneggiare, creare una lesione fisica, ma anche psicologica che molte volte è anche più grave, con delle conseguenze che vanno avanti negli anni addirittura. I bulli cercano di trasferire il proprio malessere sulla vittima, sperando di creare lo stesso malessere che provano loro nei confronti degli altri, nella vana speranza di sentirsi meglio. Nell’era digitale si sta passando anche a forme di cyberbullismo.

Le arti marziali cercano di salvare questi ragazzi, quindi dovrebbe esserne riconosciuto maggiormente il valore. Ecco perché quindi è fondamentale che genitori, insegnanti e maestri lavorino tutti in sinergia.”

Il più grande augurio è che possa essere fatta il prima possibile giustizia per questo giovanissimo ragazzo ed è altrettanto doveroso sottolineare, per chiunque sia testimone di qualsiasi violenza, la necessità di denunciare, senza voltare lo sguardo dall’altra parte, in quanto non serve solo ad aiutare la vittima, ma anche a salvare il colpevole dalla spirale di violenza.

1 thought on “L’avvocato campione di karate Gino Emanuele Melis sul bullismo e il caso Willy Monteiro: “demonizzare le arti marziali è uno sbaglio.” _di Fabio Salis

  1. L’arte marziale ,qualunque essa sia,insieme alla tecnica di difesa, conferisce valori. Se il comportamento del praticante si allontana da quello che è l’insegnamento,allora non è più un artista marziale ,ma solo una persona che agisce senza principio. Ed è lui il vero colpevole,non le arti marziali. Noi tutti dovremmo osservare questo episodio e imparare dalla nobile azione di Willy,che difendendo il suo amico si è comportato come un artista marziale

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