Agosto 6, 2021

La quarantena nell’Oceano Pacifico e la passione per il mare: le avventure dello skipper Luca Lambroni_di Fabio Salis

“La vita è la più bella delle avventure, ma solo l’avventuriero lo scopre”. Così affermava lo scrittore e giornalista inglese Gilbert Keith Chesterton, famoso per il suo forte spirito di indipendenza e il brillante stile nella scrittura. Un grande avventuriero è certamente Luca Lambroni, quarantenne skipper di Porto Torres che nel marzo scorso si è ritrovato a dover affrontare non solo il meteo e le condizioni del mare, ma anche la pandemia da Coronavirus che ha costretto lui e il suo equipaggio ad una odissea di sette mesi in mezzo all’oceano, alla ricerca di un porto sicuro in cui approdare. Una grande sfida, ma che si è rivelata alla portata di un uomo abituato a lottare nella vita e che con grande forza d’animo e spirito di abnegazione è riuscito a reagire davanti ai drammi, trovando una via d’uscita e di conforto nel mare. Un grave incidente stradale lo costrinse a stare in sedia a rotelle per tanti anni: “dopo l’accaduto i medici stavano per amputarmi un braccio e mi venne anche detto che non sarei mai più riuscito a camminare, ma non ho mai mollato. Dopo più di trenta interventi chirurgici, sono riusciti a rimettermi in sesto e ho ripreso a camminare con le mie forze.”

Da ragazzo Luca ha coltivato la propria passione per la musica, tanto da trasformarla in un lavoro nell’attività in radio e in quella di dj, lavorando per tanti anni per le discoteche più importanti della Costa Smeralda, poi è arrivato all’improvviso il buio dopo l’incidente: “ci tengo a ringraziare la mia fidanzata Clara, i miei genitori e anche il dottor Muscas per tutti i sacrifici che hanno fatto per me.”

La passione per il mare e per le barche è nata in lui sin dalla tenera età, ma con il tempo si è rafforzata: “ho fatto canoa e sub per tantissimi anni e le prime volte che misi piede su una barca fu grazie ad un amico. Quando sono tornato a Porto Torres, dopo aver recuperato dall’incidente, mi sono messo a studiare e ho conosciuto il mio istruttore con cui ho fatto un corso, Vittorio Fresi, un grandissimo velista che tra l’altro avuto in passato ha avuto un problema al cuore. Dopo quest’esperienza decise di lanciarsi in queste sfide marittime, una volta addirittura la sua barca si capovolse nel mezzo del Pacifico. Ha scritto un libro bellissimo “Un sogno spezzato” che è stato per me di grande ispirazione. Successivamente ho fatto i miei primi due giri nell’Atlantico, partecipando ad una competizione dove ero l’unico sardo iscritto. Avevo molte responsabilità, tra cui quella di calcolare le rotte e il posizionamento delle vele.”

A marzo hai partecipato a bordo del catamarano “Laura IV” alla regata oceanica “Arc World”. Dopo circa quattromila miglia percorse c’è stata però l’amara sorpresa.

“In questa regata ci sono arrivato per caso: mentre ero impegnato nel trasferimento di una barca a Napoli, la mia fidanzata mi ha telefonato. Ha voluto farmi una sorpresa e mi ha fatto i biglietti per la partenza. Così sono partito e da lì è nata una nuova splendida esperienza. Il 4 marzo sono partito dalle Galapagos a bordo della “Laura IV”, di proprietà dell’albergatore romano Pino Lisandra, per partecipare alla tappa Galapagos-Papeete della regata Arc World.

Già da quando ero partito dalla Sardegna a fine febbraio si parlava del virus. A fine marzo, quando siamo arrivati alle isole Marchesi, l’epidemia era definitivamente esplosa nella zona e venne attuato il lockdown. Si decise per la sospensione della regata e ci siamo ritrovati senza una meta. Avevamo già prenotato tutto nelle varie destinazioni che avremmo raggiunto. Per dieci giorni siamo rimasti alle Marchesi per fare spesa. Dopo siamo ripartiti e arrivati in Polinesia che era entrata in regime di lockdown. Dopo circa un mese ho conosciuto Daniel Enriquez, imprenditore messicano che ha la barca “sea lover”, con cui abbiamo deciso di iniziare un altro tipo di avventura in tre persone, girando tutta la Polinesia e visitando gli atolli. Dopo di che ci è scaduto il visto e siamo partiti per le Isole Fiji: per arrivare lì abbiamo affrontato un viaggio difficile, in cui si era anche spaccato un timone durante una tempesta, dentro la quale siamo rimasti per ben dieci giorni e imbarcavamo circa mille litri di acqua al giorno. Alle Fiji abbiamo trascorso la quarantena in mezzo al mare in una “quarantine zone”, da lì poi siamo riusciti ad arrivare a terra. Devo ringraziare perché quel periodo l’ho potuto trascorrere in un posto da sogno. Non avrei avuto proprio la possibilità di rientrare, perché non c’erano voli per rientrare in Italia. Nel frattempo avevamo chiesto l’autorizzazione all’Australia per entrare, ma era entrata in lockdown, quindi abbiamo dovuto aspettare circa ventisette giorni per trovare un porto in cui attraccare, in Indonesia. È stata la navigazione più lunga e difficile, in cui siamo anche stati avvicinati da una barca di pirati. Per difendermi ho caricato un fucile subacqueo e delle balestre. Questo è stato in assoluto il momento più pauroso, molto più delle tempeste.

Per fortuna in Indonesia, assieme ai membri delle altre due barche italiane con cui abbiamo navigato, siamo riusciti a trovare un volo per riuscire a tornare in Italia, se no saremmo dovuti andare in Sudafrica e rimandare ancora il rientro. Tra noi dell’equipaggio c’era un buon affiatamento. In totale nella nostra traversata abbiamo percorso dodicimila miglia.”

Durante quei mesi avete anche attraversato qualche tempesta che vi ha creato non poche difficoltà.

“Sì, quelle più pericolose le abbiamo trovate mentre arrivavamo nel golfo di Papua Nuova Guinea e nel tragitto da Bora Bora alle Isole Fiji. Una volta dentro un atollo abbiamo attraversato una tormenta con vento a sessanta nodi e diverse barche si sono scontrate l’una con l’altra. Le onde erano alte anche fino ad otto metri e ho avuto paura che la nostra ancora si potesse rompere. Non eravamo riusciti ad evitare la perturbazione, perché avevamo avuto problemi con la strumentazione. Quando siamo sbarcati nelle varie isole gli indigeni del posto ci hanno accolto festanti con le chitarre, perché eravamo gli unici turisti ad essere arrivati lì durante il lockdown.”

Quando sei in viaggio porti sempre con te la bandiera dei quattro mori. Il tuo legame con la Sardegna è particolarmente forte.

“Reduce da quest’ultima esperienza, mi sento ancora più legato dal punto di vista affettivo alla Sardegna che in termini di storia, cultura, cucina e ospitalità ha ben poco da invidiare, con tutto il rispetto, alla Polinesia. Quando sei lontano dalla tua isola la nostalgia di casa è molto forte.”

Il settore della nautica sta cominciando finalmente a crescere anche in Sardegna.

“È quello di cui la Sardegna ha bisogno. Per chi ha voglia di studiare e di mettersi in gioco, il lavoro c’è e a tutti coloro che amano il mare consiglierei vivamente di giocarsi le proprie chances in questo mondo, anche perché può rappresentare un trampolino di lancio per il turismo regionale. In Sardegna bisognerebbe cercare di costruire un progetto per incentivare un turismo invernale, sfruttando una stagione che ogni anno regala anche delle bellissime giornate a livello climatico. La stagione turistica non può durare solo quattro mesi l’anno. Alla fine secondo me il mare è ancora più bello in inverno e si possono fare ugualmente tante attività anche se l’acqua risulta più fredda.”

In tempi di crisi reinventarsi non è mai facile. Nel 2016 hai ideato il birriciclo, regalando un sorriso ai clienti e ai cittadini di Porto Torres. Un’iniziativa che ha avuto successo, così come il drink tour bike che hai organizzato.

“Da appassionato di Moto GP e Formula Uno, ho girato nel corso degli anni l’Europa per vedere di persona i gran premi. In Repubblica Ceca e Olanda mi capitò di vedere i birricicli e da lì ho deciso di esportare l’idea in Sardegna. Il drink tour bike era qualcosa che da noi non esisteva, ma purtroppo dopo circa sei mesi, per problemi di salute, ho dovuto fermare tutto. Quest’anno è rimasto tutto fermo a causa del Covid, ma per l’anno prossimo vorrei portare nuovamente avanti il progetto e rivalorizzarlo.”

Per il futuro hai alcuni progetti interessanti a cui stai lavorando.

“Il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di fare un viaggio in barca in solitario. Nell’ultima traversata che ho compiuto quest’anno ho scritto due diari di bordo molto dettagliati, in cui ho raccontato tutto quello che ci è successo durante il viaggio, e un giorno mi farebbe molto piacere pubblicare un libro con questa storia. In totale sono circa quattrocento pagine.”

1 thought on “La quarantena nell’Oceano Pacifico e la passione per il mare: le avventure dello skipper Luca Lambroni_di Fabio Salis

  1. questo viaggio era un sogno,il tuo grande sogno,siamo stati lontani per tanti mesi ed è stato difficile a volte ma….quello che hai fatto tu sia da esempio a chi si vede perso improvvisamente ma non si arrende mai,a chi si trova nel buio più totale e continua a camminare avanti.Abbiate il coraggio di proteggere i vostri sogni,e abbiate sempre cura di voi perché se nessuno ci crede, spetterà sempre a voi andare avanti e dimostrare a tutti che ce la farete!Ti voglio bene,il tuo equipaggio a terra.

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