Ottobre 5, 2022

Il rifugio sardo del mitico Raffaele Pisu, origini guspinese, attore di straordinaria versatilità_di Attilio Gatto

Il poliziotto smonta l’ombrellone e, con i familiari, si dirige verso l’automobile, seguito dal bambino. Avrà avuto 3, forse 4 anni, s’è perduto nella spiaggia affollata da volti sconosciuti, s’è spaventato, ma non ha pianto. È luglio e forse Riccardo del Turco già canta:”Col bene che ti voglio / vedrai non finirà.” Può essere la colonna sonora di quella giornata di sole, sabbia e salsedine.

Il poliziotto chiede:”Come ti chiami?” E il bambino – fuoco di fila, – nome, cognome, indirizzo. Si lasciano dietro la folla della domenica canicolare, dirigendosi verso la città quasi deserta. Quartiere Marina, strada che guarda verso il porto, ecco la casa del bambino smarrito. I genitori sorpresi, ma lui tranquillo, ha già mangiato, quando qualcuno arriva per annunciare che del piccolo non c’è più traccia. È allora che dai suoi 3, forse 4 anni fissa tutti con occhi indagatori, con la solita smorfia di tristezza senza fondamento, suggellando così quella giornata particolare, che invece di concludersi in tragedia finisce in commedia.
Certamente non è lo stesso mare, ma quest’avventura che ho vissuto tanti anni fa al Poetto, nella mia mente si confonde con una spiaggia della riviera romagnola. Un intreccio tipo “L’ombrellone” di Dino Risi, con Enrico Maria Salerno e Sandra Milo. Quel film in cui l’ingegnere quarantenne lascia Roma per raggiungere la moglie in vacanza a Riccione. Spiaggia affollata, caotica, rumorosa. È Ferragosto.

Gino Bramieri,
Marisa Del Frate e Raffaele Pisu.

Il film è del ‘65, la canzone del ‘68, i fatti di dieci anni prima. Ma nella sintesi del bambino diventato grande, per colonna sonora va più che bene: “Luglio credevo ad un abbaglio / e invece ci sei tu.” E da interprete di secondo piano, c’è un personaggio che, nel tunnel della memoria, diventa protagonista. È Raffaele Pisu, che nel film si chiama Pasqualino e s’impone per simpatia e per intraprendenza da “vitellone felliniano”. Più felliniano di lui, per la verità, è il fratello Mario, grande attore, scomparso nel 1976, che è stato diretto dal regista riminese in “8 e mezzo” e “Giulietta degli spiriti”.
Pisu, quel cognome sardo non lascia dubbi. Il padre infatti era di Guspini. Maresciallo dei carabinieri. Abituato a girovagare.

Scene da grandi professionisti, che passavano facilmente dal piccolo al grande schermo fino alla ribalta teatrale. Showgirl, comici, presentatori che si lanciavano le battute e riuscivano ad improvvisare, ad inventare, in diretta televisiva. E tutto questo noi bambini di allora non potevamo saperlo. Ma intuirlo sì. Assistevamo a quegli spettacoli come fossero delle belle favole raccontate da voci garbate e capaci di evocare mondi fantastici. Già il solo elettrodomestico, la televisione, in quei primi anni sessanta, sembrava un oggetto magico, una finestra affacciata su un’isola delle meraviglie.

Raffaele Pisu con Provolino.

Raffaele Pisu ci ha accompagnato in questo viaggio. Ma anche Mario ci ha divertito con “Il circolo Picwick” diretto da Ugo Gregoretti e apparendo in “Nero Wolfe” con Tino Buazzelli e Paolo Ferrari.

Di Raffaele è importante ricordare un film (“Italiani brava gente”, 1964, diretto da Giuseppe De Santis), un pupazzo irriverente come Provolino (“Boccaccia mia statti zitta!”), “Striscia la notizia” con Ezio Greggio. Ma la sua carriera ha attraversato e oltrepassato il novecento come un’elegante

Raffaele Pisu nel film “Italiani brava gente”.

auto da corsa che non si fa sorprendere dagli ostacoli. Nato a Bologna il 24 maggio 1925, ha cominciato col teatro impegnato, al seguito di un grande come Memo Benassi, emiliano anche lui. Poi si è accorto della sua vena comica ed ha frequentato il teatro di rivista con Wanda Osiris. Quindi la radio, la televisione, il cinema. Un attore capace di fare tutto, di adeguarsi ad ogni ruolo, come Gianni Agus. E con Agus, nel ‘76, ha presentato in tivù il programma “Ma che scherziamo?” Al cinema ha lavorato anche con il premio Oscar Paolo Sorrentino nel film “Le conseguenze dell’amore” (2004).

Vita avventurosa quella di Raffaele Pisu. Due volte ha lasciato il mondo dello spettacolo per poi tornare in scena. Negli anni settanta si è rifugiato in Sardegna a vendere gelati. E poi quella malattia che gli lasciava pochi mesi di vita: fuggì ai Caraibi, ma il tempo passava e non succedeva nulla. Stava sempre meglio. Insomma, la diagnosi era sbagliata. Novità anche in famiglia. A novant’anni ha scoperto di avere un altro figlio, Paolo, da una relazione durata un mese proprio sul set de “L’ombrellone”.

Enrico Maria Salerno e Pisu in “L’ombrellone”.

Ultimo atto di una vita sentimentale piuttosto movimentata, come spesso capita. C’è anche la figlia, Barbara, che fa l’infermiera a Cagliari, come ha detto lo stesso Raffaele Pisu in un’intervista a Alessandro Pirina (“La Nuova Sardegna”, 31 marzo 2019). E altre tre figlie, Cristina, Giorgia, Marianna. Paolo, che Pisu ha subito riconosciuto, ha prodotto l’ultimo film fatto dal padre, diretto dall’altro figlio, Antonio, avuto dalla moglie, Leda Martellini. È “Nobili Bugie”, 2016, tra gli interpreti Claudia Cardinale e Giancarlo Giannini. La pagina più bella e drammatica Raffaele Pisu l’ha interpretata nel momento più difficile per il Paese. Antifascista, partigiano, durante la guerra fu internato in Germania per 15 mesi. Una vita vissuta con grande coraggio, senza risparmiare energie e, come spesso capita agli artisti, anche sulle ali della follia. Una vita che si è conclusa il 31 luglio 2019. Pisu è morto a 94 anni. E però io lo immagino ancora lì – come cantava Francesco Guccini – “tra la via Emilia e il West”. E per “West”, è chiaro, s’intende quell’Isola a Sud-Ovest, la terra di suo padre, la Sardegna, che Pisu amava molto. Che per me significa, nelle trame della memoria, tra le spiagge di Riccione e del Poetto. E mi pare di vedere, dovunque egli sia, Raffaele Pisu, ancora protagonista di un film, questa volta ad agosto, mentre magari fa da colonna sonora “Odio l’estate” di Bruno Martino. E lui, Raffaele, o meglio Pasqualino – lo stesso nome del film anni sessanta di Dino Risi – domina la scena con le sue battute fulminanti e lascia tutti a bocca aperta, spiazzati dalla sua comicità, dalla sua ironia davvero esuberante che sconfina nel mare del nonsense .

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