Gennaio 17, 2021

Carlo Garau fotografo_di Attilio Gatto

“Bisogna distinguere una bella foto dalla foto di una cosa bella”, dice Carlo Garau. Da sempre Carlo – cagliaritano, nato nel 1958 – lavora con le immagini, e subito mi autodenuncio perché per anni abbiamo collaborato, io col taccuino e lui con la telecamera, alla Rai di Cagliari.

Come quella volta che, a bordo dell’auto aziendale, corremmo verso le campagne tra Orgosolo e Oliena. Era il 18 gennaio del 1985. Una data tragica, che entra nella storia, per il conflitto a fuoco di Osposidda. Quattro latitanti e un poliziotto uccisi, dopo un fallito sequestro. Arrivammo ch’era già buio e vedemmo i falò in lontananza, a diverse altezze. Erano le uniche luci nella notte scura del Supramonte.

All’improvviso una voce e un alt con uno strumento che non ammette repliche, un fucile mitragliatore puntato ad altezza d’uomo. “Siamo della Rai, qui per un servizio” dissi e la voce, credo proprio, mi tremava un poco. Poliziotto o carabiniere? Non lo sapremo mai. Dietrofront immediato e la mattina di nuovo lì, a Osposidda, dove scoprimmo che i falò digradanti erano accanto ai cadaveri dei sequestratori.

Carlo riprese quella scena atroce, rendendola accessibile al pubblico della tivù, per un montaggio in equilibrio tra cronaca e rispetto.

Carlo Garau

La stessa misura che lui usa in fotografia. E anzi rivela:”È sempre stata la fotografia che mi ha attirato. Quando ho fatto la selezione per entrare in Rai, nel ‘79, avevo già la sensibilità dell’immagine per gli studi da assoluto autodidatta su manuali tecnici e di storia, tenendo presenti gli scatti dei grandi maestri del Novecento.”

Ad esempio, Elliott Erwitt, un gigante dell’inquadratura. Ha girato il mondo, anche per conto dell’agenzia Magnum – quella dell’eroico Robert Capa, – cercando l’ironia e l’attimo che cambiano volto alla realtà. Che fanno riflettere come, tra le tante, quella foto bella e terribile, specchio della segregazione razziale. Stati Uniti, North Carolina, 1950, due lavandini con le scritte “White” e “Colored” e un ragazzo smarrito nell’America prigioniera della discriminazione.

Uno scatto che sembra dire: no, non più, bisogna riprendere il dialogo, è tempo che l’umanità si tenda la mano. Tra le foto di Carlo Garau ne scelgo una che s’inserisce nel tema del confronto, dell’incontro di differenze. Praga, in primo piano la Stella di David, è l’interno di una sinagoga, che guarda la sagoma inconfondibile della Cattedrale di San Vito. E la città magica rivela anche i suoi tesori: la maestà della chiesa, i grandi vetri che raccontano la spiritualità, la cultura di una metropoli mitteleuropea.

Si entra nel canale della memoria, ma anche nel tunnel dell’attualità di un continente che cerca affannosamente la strada delle opportunità comuni. Dall’Est all’Isola del Sud, la Sardegna con la sua vocazione tra mare e area mediterranea. Con la sua tradizione e le sue scuole. Racconta Carlo Garau:”All’istituto europeo di design di Cagliari ho frequentato un corso triennale di fotografia. Era il 1988. C’era un insegnante svizzero, Portner, bravissimo nella tecnica. Un giorno avevamo il compito di fotografare con la reflex una chiesa romanica. Ci domandò se eravamo soddisfatti del lavoro. Arrivammo alla conclusione che con la luce giusta sarebbe venuto meglio. E allora tornate lì e aspettate quella luce, ci disse. Una lezione di professionalità e di umiltà.” Come anche il ritratto, che per Henri Cartier-Bresson, è “la cosa più difficile. Devi provare a mettere la macchina fotografica tra la pelle di una persona e la sua camicia.”

Carlo, va detto, ama molto i ritratti di Richard Avedon, il maestro che ha reso immortale Marilyn Monroe. Il grande talento artistico di Marilyn probabilmente oggi risulta più evidente dalle foto di Avedon che dalla classe nei film, che Hollywood non le ha permesso di esprimere appieno. Ed ecco il ritratto che Carlo ha dedicato alla giovane Elisa.

Ombre, colori, espressione, linguaggio del volto. Di Avedon invece mi piace proporre una delle foto, pubblicate nel 1958 su Life Magazine, dove Marilyn interpreta le attrici più popolari della storia. In questo caso la sua amica Marlene Dietrich, Lola Lola dell’Angelo Azzurro.

Dove la fotografia può meglio delle immagini in movimento, più del cinema. Toni chiari, toni scuri, che creano comunicazione, linee di dialogo. “Il grande Uliano Lucas – ricorda Carlo Garau – mi raccontava che un altro maestro della fotografia, Mario Dondero, era affascinato dal suo lavoro perché gli permetteva di conoscere tante persone, di socializzare.” È la curiosità, il motore della ricerca che spesso costituisce il segreto di certe carriere impetuose. Oltre naturalmente allo studio, alla sensibilità, al carattere. Ma anche “occhio, intelligenza – spiega Carlo – e senso della luce, senso dell’inquadratura.”

Lo scatto è immediato, ma quanta più cultura si abbraccia, tanto più l’attenzione si ferma e la foto rivela significati nascosti. Colori tenui nel mare di Cagliari. Carlo ci ha lavorato in post produzione ed ecco che appare qualcosa in movimento, un’imbarcazione, e qualcosa di inquietante, dei vapori che da una fabbrica si levano verso il cielo. E poi c’è il mare d’inverno, che propone una Sardegna della bellezza e della solitudine.

Ma torniamo a Praga, città magica, che col suo fascino avvolge il nostro continente. In questa foto di Carlo Garau il protagonista è il caffè, luogo leggendario della cultura mitteleuropea, dove la lentezza e la contemplazione scandiscono la vita, mentre si sorseggia una tazza di cioccolata calda.

Un mondo che vive nella memoria e negli spazi che aprono la cortina del tempo. Per Orson Welles “La fotocamera è molto più di un apparecchio di registrazione, è un mezzo attraverso il quale i messaggi ci raggiungono da un altro mondo.” Ci vuole “composizione, punto di ripresa, padronanza tecnica”: ecco le doti del Carlo fotografo che hanno aiutato il Carlo telecineoparatore.

Ma il mestiere appreso in Rai cos’ha portato nel suo universo fotografico? “La capacità del racconto e l’armonia della narrazione scatto per scatto.” Una sequenza di maschere che deforma la realtà e ne rivela l’aspetto profondo.

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