Gennaio 22, 2021

Il suono delle parole: amicizia_di Maggie S. Lorelli

La parola “amico”, dal latino amicus, ha la stessa radice di “amore”. Nello storico vocabolario etimologico Ottorino Pianigiani, si descrive l’amico come accetto, caro, diletto, favorevole, giovevole. Ossia qualcuno che è dalla nostra parte, che ci tiene in considerazione e opera per il nostro bene. Non diversamente da colui che ci ama. In questa accezione il termine rimanda a quel sentimento che i greci definivano φιλία(philia), intendendo un affetto disinteressato, che si nutre e si intensifica nel reciproco scambio. L’amicizia, come l’amore, a volte si accende d’improvviso alla luce di affinità elettive, spegnendosi con altrettanta rapidità, come un fuoco fatuo. Altre volte nasce sulla base di interessi comuni da coltivare in compagnia, e si sviluppa nel tempo attraverso la reciproca disponibilità, la cura e l’attenzione, come una pianta che si rinverdisce con l’apporto costante di minerali e acqua. “Il desiderio di amicizia è rapido a nascere, l’amicizia no”, scrive Aristotele nell’Etica Nicomachea.

Unicità e reciprocità sono i cardini dell’amicizia. Un amico si sceglie, si accoglie e si accetta così com’è, senza pretendere nulla in cambio e senza tentare di cambiarlo, e non lo si sostituisce con un altro, come si fa con gli amanti. E se capita che un amico tradisca, fa più male di ogni altra slealtà. L’amicizia è inclusiva. Non importa il sesso, l’età o il conto in banca, come accade nelle relazioni sentimentali. L’amicizia in fondo non è che una relazione amorosa votata alla castità. Se si tratta dunque di un rapporto interpersonale puro e disinteressato che consiste, continua Aristotele, più nell’amare che nell’essere amati, tuttavia il termine, in un’epoca più social che socievole, è frainteso e abusato. A causa della pedissequa traduzione dall’inglese, “amici” sono detti i contatti acquisiti,  “aggiunti”, nel social network Facebook e, per estensione, le connessioni virtuali stabilite con il battito di un click. La smania nell’acquisizione di “amici” è spesso proporzionale al volume del vuoto interiore. Più “amici” si possono vantare nel proprio parterre, più ci si sente soli. Ma non per questo si disdegna la miriade di pianeti che orbitano intorno ai soli, creando una fitta rete di scambi in grado di vivificare e riscaldare pur nell’illusione della socialità. Se non fosse per il rischio di deformazione dell’immagine di sé connaturato all’esposizione allo specchio dell’esistenza digitale. L’inconsistenza materiale della doppia vita umana sublima il bisogno di intimità. Così ci si bacia e ci si abbraccia attraverso l’espressione verbale rafforzata da riproduzioni stilizzate di espressioni emozionali, senza potersi stringere fra le braccia. La pandemia ci separa, ma il processo di mutazione emotiva era già in atto, sin dall’avvento del cyberspazio, trasformando le sensazioni in faccine disegnate e le confidenze in tweet desolati. Fino all’irrompere di uno squillo inaspettato. Perché un amico chiama, non chatta, per pronunciare quell’unica frase che decreta un’amicizia vera da una presenza fatua: “Come stai?”. Una formula che si carica di profonde risonanze come un rituale magico, quando non è una frase fatta. La risposta deve essere pronunciata, perché l’amico possa coglierne la verità attraverso le inflessioni del tono e i respiri fra le parole. E’ solo quando si smette di apparire e si viene sorpresi nei propri panni, che si riesce a cogliere l’essenza umana.

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