Febbraio 1, 2023

Maria Carta, la personificazione di un’isola_di Attilio Gatto

La donna in nero, lo sguardo vigoroso, racconta scene da tragedia greca. Lei è stata definita da uno scrittore la personificazione di un’Isola. L’Isola è la Sardegna. Lo scrittore è Giuseppe Dessì. La donna è Maria Carta. Dopo averla conosciuta – scrive Dessì – “ancora una volta affermo che i soli grandi uomini della Sardegna sono state le donne”. Chissà se la pensa così anche Gianfranco Cabiddu, il regista che nel suo primo lungometraggio – “Disamistade”, 1988 – ha affidato a Maria Carta proprio la parte di quella “donna in nero”, moglie dell’ucciso! Lui ha raccontato una storia di faida. Ma anche di rivolta alla legge della vendetta. E di contrasti: la luce accecante delle mattine assolate e la semioscurità degli interni, la rigidità di regole antiche e la voglia di cambiare quella realtà immobile.

Maria Carta in una scena di Disamistade

E uno sguardo particolare alle donne di Sardegna, alla loro condizione, alle loro aspirazioni. Il film, presentato in anteprima a Cagliari, fu accolto con entusiasmo dal pubblico. Oggi lo si può vedere interamente digitando titolo e nome del regista su Google. E il primo incontro è lei, il volto di Maria Carta, rara espressività, occhi e passione.

Un fascino che ancora illumina, dopo tanti anni, l’efficacia dell’intreccio. E il film sembra ancora più bello. Qui ci vuole un piccolo sondaggio. Basta un “frame”, una foto alla “donna in nero”, postata su Facebook, ed è subito successo. L’attrice Maria Carta, non solo la grande cantante, è amata anche dai giovani d’oggi, non solo sardi. Gianfranco Cabiddu è al lavoro.

Anche nelle “vacanze forzate” da Covid. Da tempo vive a Roma. Insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia. È su Skype. Insieme a scuola e università, i computer hanno salvato anche le lezioni di regia, sceneggiatura, scenografia. E a Cabiddu va più che bene, ma gli manca “il rapporto diretto con gli studenti”. Con i ragazzi che rappresentano la continuità del nostro cinema.

Tecniche e storia, immagini e personaggi. Esperienza, mestiere, invenzione. Idea di un attimo. Grande fatica. E nasce un film. Con i mille problemi di produzione e distribuzione. Con il carattere, la grammatica della fantasia, in grado di abbattere ostacoli che sembrano insormontabili. Cabiddu ha una scuola importante dietro le spalle. Etnomusicologo, ha cominciato come tecnico del suono tanti anni fa.

Nel 1983 ha collaborato all’ultima avvincente “follia teatrale” di Eduardo De Filippo. La traduzione in napoletano del ‘600 della Tempesta di Shakespeare. Un’opera visionaria. Eduardo la pubblicò con Einaudi. Ne parlò con orgoglio agli studenti universitari de “La Sapienza”, a Roma.

Conversò idealmente con Shakespeare, il collega drammaturgo, si soffermò sulle parole evocatrici del testo inglese, sulla “tavolozza napoletana”, sulla meravigliosa lingua teatrale che ne scaturì. E poi volle registrare le voci, di Prospero, di Calibano, e via continuando. E qui è entrato in scena Gianfranco Cabiddu. Accanto a Eduardo, ha intessuto i toni, le pause, la stupefacente varietà linguistica del grande drammaturgo. La sua eredità. Cinque anni dopo arriva il primo lungometraggio, “Disamistade”.

Gianfranco Cabiddu

Cabiddu ha parole d’affetto per Maria Carta. Sì, anche per lui è l’immagine della Sardegna.“Presenza affascinante, attrice duttile, generosa”. Capace di emozionarsi quando il regista, per le scene del film, le consegna una scialle nero, di Sedilo, appartenuto alla nonna. Per Cabiddu, Maria Carta è “una sorella maggiore”, ma anche “una maestra, che va studiata perché è una figura che ha dato tanto alla Sardegna, un profilo culturale ancora da scoprire.” Forte, magnetica, passionale, ma anche sobria, essenziale, concreta, come la sua storia di artista che ha incantato il mondo con la voce. E con la capacità di dominare la scena.

Nel 1972, a Roma, Teatro Argentina, nella Medea diretta da Franco Enriquez, con Valeria Moriconi, Maria Carta è Il Coro. Nel 1989 è con Albertazzi nello scenario di Villa Adriana, dove risuonano le parole del capolavoro di Marguerite Yourcenar. Nel 1992 è Santa Teresa d’Avila nella commedia musicale “A piedi nudi…verso Dio”. Maria Carta, amica di Pier Paolo Pasolini, Francis Ford Coppola, Franco Zeffirelli. Coppola la vuole nel Padrino Parte Seconda, 1974: è la madre di Vito Corleone, in una Sicilia che potrebbe essere Sardegna, dominata ancora una volta dalla donna in nero.

Con Francesco Rosi, fa parte del cast di un altro capolavoro, “Cadaveri eccellenti”, 1976. Nel 1986 ha interpretato due film: “I padroni dell’estate”, con la regia di Marco Parodi e “Il camorrista”, tratto dal libro di Giuseppe Marrazzo, esordio alla regia del Premio Oscar Giuseppe Tornatore. Con Zeffirelli – Gesù di Nazareth, 1977 – è Marta, la sorella di Lazzaro. Il vigore nel volto, la veste nera e la volontà di esplorare nuovi spazi culturali. Sentimenti universali. Nessun muro. Niente barriere.

È la forza dell’arte, declinata senza confini da Maria Carta. Musica, teatro, cinema. Ha frequentato tutte le discipline, tutti i territori. È stata anche protagonista di uno storico recital – Roma, Teatro Sistina, 1972 – insieme ad un’altra stella del panorama mondiale, Amalia Rodriguez. E poi è tornata nell’Isola, a interpretare la donna sarda, moglie e madre. Testimone forte e risoluta della “Disamistade”. Gianfranco Cabiddu è felice di ricordare questa grande artista, personificazione della Sardegna.

Un’artista in grado di insegnare umiltà e consapevolezza dei propri mezzi. E Gianfranco, il giovane regista, è andato avanti. Nel 2016 si è aggiudicato il David di Donatello per la sceneggiatura con uno splendido film, “La stoffa dei sogni”, interpretato da Sergio Rubini, Ennio Fantastichini, Luca De Filippo, Gaia Bellugi, Teresa Saponangelo e Jacopo Cullin.

È ancora l’eredità di Eduardo. Dove l’isola della Tempesta è l’Asinara. L’ultimo lavoro di Cabiddu, diretto insieme a Mario Tronco, è davvero una grande novità. “Il flauto magico di Piazza Vittorio”, 2018, riscrittura da Mozart. Musical multicultare, multietnico, ma anche multimediale, felice connubio tra diverse tecniche e arti.

Prima della versione cinematografica, che quest’anno ha vinto il David di Donatello per la musica, l’orchestra di Piazza Vittorio, la magica piazza romana, ha portato quest’opera nei teatri per dieci anni. L’arte che invita al dialogo, al confronto, all’accoglienza, all’integrazione, all’inclusione, alla contaminazione, alla fusione di popoli e linguaggi. È lo stesso messaggio di Maria Carta, donna immagine della Sardegna, Isola d’Italia che guarda all’Europa e al resto del Mondo.

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