Febbraio 26, 2021

Il suono delle parole. Casa_di Maggie S. Lorelli

“Restate a casa” è diventato un hashtag virale nella prima ondata pandemica, quando l’umanità è stata travolta da un evento colossale che ha messo in ginocchio il mondo. Ora non va più di moda. Le parole passano, ma il monito è nell’aria, suggellato da un ennesimo decreto governativo che ci confina entro le mura domestiche anche durante le imminenti festività. La casa è da sempre involucro di calore familiare. Per l’animale umano una tana entro cui rifugiarsi dalle esterne avversità. Nel mio immaginario una di quelle scatole russe in cartapesta laccata che mostrano scene di vita quotidiana stilizzata e placida. Ma non è così che accade. L’interno domestico è spesso affresco di false parvenze, ricettacolo di pulsioni represse. La donna allatta, accudisce, cucina, lavora, fa l’amore in casa. Viene uccisa, in casa.

Se l’abitazione si compone di più stanze, una per ogni membro familiare, quando si è in tanti, sono segrete e serrate come vasi incomunicanti. Una distesa oceanica in cui si smarrisce e annaspa il naufrago solitario.

Amo sbirciare fra le imposte socchiuse, le persiane piegate o le tende scostate. Mentre cammino scorgo scorci desolati: un divano logoro in tessuto a fiori, una pila di piatti sporchi, un letto sfatto. Ma anche un salotto lustrato, un’anfora d’argento lucidato, un enorme monitor ultrawide come una cattedrale in un deserto culturale. La casa è lo specchio dell’anima. Ci si stipa dentro ciò che si ha o ciò che si brama, comprandoselo a rate, tanto da faticare per tirare avanti. La stessa casa è un terreno conquistato con uno stillicidio di sangue.

Penso: “Ma che fanno le persone chiuse nelle loro case?” C’è chi scrive col capo chino, chi frugale o ingordo mangia, chi accarezza il gatto, chi chatta, chi spolvera i ricordi, chi si dissolve nello schermo ultrapiatto, chi si dà un piacere stanco, chi gioca, chi sbraita, chi in silenzio piange. Qualcuno, ogni tanto, parla. Le parole talvolta si disgregano nell’aria, come pulviscolo stellare, senza riuscire a far male, se son dette da chi ama. Più spesso se le si scaglia contro come lame acuminate, colpendo il centro del bersaglio. Sono sussurrate fra le labbra degli amanti in intimità, ma anche urlate in faccia, cosa che fuori non si fa. Si può essere evasivi, scontrosi, umorali, dentro casa, ma all’esterno ci si deve ammantare di prudente civiltà. Ma se le parole si riflettono tra le pareti, senza riuscire ad attraversarle, i pensieri possono evadere.

E poi le case odorano di umanità. Capita, andando in visita, di essere investiti, ancora sulla soglia, da una tiepida folata di dolciastra muffa claustrale. Quanto più si sta in casa, tanto meno ci si lava, si sa. Finchè i sensi non sono attratti dall’aroma inebriante di un caffè appena fatto, o di un pane fragrante, che si è ripreso a sfornare in casa. Niente si cancella degli umori in casa. Gli stessi muri trasudano di storie passate, stratificando le emozioni con indelebili pennellate.

La fiamma avvolgente del talamo, la fresca gioia per un nuovo nato, il tanfo rancido di un amore malato, il dolore amaro per un parente andato, il lezzo pungente di un corpo malato. Si sedimentano i ricordi, infestando le case come fantasmi. Ma che succede ora che nelle case ci possiamo entrare senza le gambe? Le videochiamate aprono uno squarcio nelle vite degli altri. L’occhio ispeziona furtivo l’ambiente incorniciato.

Attira il mio sguardo una lampada storta, qualche oggetto esotico sparso qua e là, le pantofole di un uomo sdraiato sul sofà, forse un padre disoccupato. E quanto è buffo il brulicare vociante dei fratellini di chi mi parla, e il muso di un cane accucciato in un cantuccio, quatto quatto! Penso che in fondo si sta proprio bene in casa, a comunicare col mondo mettendosi in libertà. In fondo, dove si vuole andare? L’inverno incombe, e se si possiede un camino, si sta come pascià. Si avvicina il Natale e il pensiero corre, caldarroste bruciacchiate e un plaid di lana sulle gambe, al freddo del cuore di chi non ce l’ha, una casa.

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