Gennaio 22, 2021

Cossiga, secondo Anthony Muroni…(e un pochino secondo me) _di Antonio Maria Masia

Dopo aver letto con interesse crescente  e vero piacere l’ultima recentissima fatica letteraria: “Cossiga e l’alfabeto con la K”, con la prefazione di Paolo Savona, editore Santelli,  del giornalista, scrittore di saggi sociali e politici e di romanzi  Anthony Muroni, già direttore del quotidiano l’Unione Sarda dal 2013 al 2016, mi interrogo e rifletto su un quesito che da tempo mi porto dentro: chi era, veramente, Francesco Maurizio Cossiga, nato a Sassari il 26 luglio del 1928, sotto il segno infuocato del leone, ci avverte l’autore, assurto giovanissimo a tutte le più importanti cariche istituzionali della Repubblica e qual è la sua eredità politica, sociale e umana? Corrisponde, più o meno, il suo Cossiga al mio Cossiga?

Lui aveva appena concluso il suo mandato presidenziale nell’aprile del 1992, io ero direttore vicario alla sede di Roma dell’allora Banca Commerciale Italia, e fui sollecitato dal mio presidente Stefano Siglienti a contattare il suo caro amico, Francesco Cossiga, per l’inizio di un rapporto bancario con la Comit. Così iniziò e si protrasse fino a fine 1994 la mia conoscenza con lui, fatta di molti incontri e di scambi di punti vista, spesso non bancari in quanto non attinenti all’andamento del suo portafoglio che io, attraverso gli appositi uffici predisposti, gli gestivo. Una serie di episodi indimenticabili! Lui, sempre cordiale, divertente, ironico e prodigo di parole mi presentava, spesso con ostentazione, così: “Masia è il mio banchiere!” Avrebbe dovuto dire caso mai: Siglienti è il mio banchiere, Masia il mio bancario. Ma tant’è.

Nella prefazione al libro di Anthony Muroni, Paolo Savona, un uomo importante dell’economia e finanza, spesso prestato alla politica, scrive di Cossiga: “mai coinvolto in scandali finanziari”.   Per quello che vale, confermo. L’atteggiamento nei confronti del suo patrimonio era molto distaccato, mai ansioso e mai interessato a utilizzare pro domo sua informazioni o circostanze a lui note in anticipo: lo dimostrò in occasione della svalutazione della lira, proprio in quei giorni, 13 settembre 1992, a cura del governo Amato. Lui sapeva, in anticipo, ma si astenne, non ci speculò… come altri. Poteva in quel momento realizzare ottimi vantaggi per il suo capitale. Chapeau!      

Nel lungo percorso che si dipana nel libro, non lineare dal punto di vista cronologico, descritto con ottimo stile prevalentemente giornalistico, ma non privo di valore saggistico e di godibilissima lettura, come se fosse quasi un romanzo, riesce, Muroni, “zigzagando, attorno alla figura di Cossiga”,  come ci dice ironicamente,  a lasciare a me e “ai suoi eventuali venticinque lettori”  che lo leggeranno  un profilo comprensibile e definito di un personaggio complicato?

Francesco Cossiga

Perché difficile lo è stato, poco inquadrabile, mutevole, poliedrico ed enorme, l’ottavo presidente della Repubblica, il quasi il terzo sardo, dopo Segni e mezzo Saragat, per nostra sarda soddisfazione.

Questa è stata la mia curiosità e aspettativa capitolo dopo capitolo, lettera dopo lettera.. dell’alfabeto, come utilizzato da Muroni.

Per ogni lettera un capitolo, un viaggio, a prescindere dal calendario, a catturare a penetrare episodi salienti della vita politica e di relazioni del tacito muto presidente, per i primi cinque anni, e poi esplosivo, quasi impulsivo picconatore di quello Stato e di quelle Istituzione che rappresentava al sommo livello.

E in questa brillante e scorrevole rappresentazione di Muroni, per niente retorica, per niente accondiscendente, per niente agiografica, scorrono pregi e difetti del protagonista, amici e nemici con tanto di nomi e cognomi, importanti ed anche loro protagonisti di primo piano.

Si ricordano battute divertenti, salaci, sferzanti, ironiche e autoironiche, urticanti, al limite e oltre, a volte, del normalmente consentito, oltre il politicamente corretto, scagliate con ira più o meno controllata o con appariscente serenità contro chi a suo avviso lo contrastava o lo ignorava o lo denigrava.

A viso aperto, alla maniera del “sardo incazzato”, si legge, con totale noncuranza delle conseguenze: per questo si becca due atti d’accusa, una da Capo del governo nel 1980, caso Marco Donat Cattin, il figlio terrorista del suo amico e compagno di scuderia politica Carlo, e poi nel 1991 da presidente della Repubblica per ipotesi di reato gravissimi:  alto tradimento e attentato alla costituzione. Roba da levarti la pelle da vivo! Nel primo caso e nel secondo: completamente assolto.

 Ma, in lui la reazione, autodefinita “da sardo coriaceo” di origini pastorali -nuragiche scatta immediatamente ed allora ecco, raccontati, con dovizia di particolari, episodi e persone, storie, intrighi e retroscena, che pensavo dimenticati. Circostanze e situazioni che il libro aiuta molto opportunamente a far riemergere e di nuovo a far riflettere.

E’ proprio questo, ritengo, l’obiettivo principale che si pone l’autore: non giudicare, non assolvere, non condannare, ma darci spunti e storie per aiutare a far emergere la nostra “verità”. Compito peraltro complicatissimo di fronte a tanto uomo e tanto politico.

Si ripercorre, nel libro, la cronaca con dettagli, sfumature, sfaccettature e la storia vera, quella che si deposita come verità, seppure relativa, nella memoria collettiva. L’autore percorre la lunga vicenda umana e politica di Cossiga con uno schema narrativo alfabetico intelligente e accattivante, citando anche, come una quasi gentile aggiunta, la lettera K. Non con un capitolo a se, ma all’interno di altre lettere: la caduta del fattore K (muro di Berlino) e gli attacchi mediatici ricevuti via via, di varia provenienza: la K, denigratoria e richiamante significati nazistoidi, di Kossiga nelle scritte e manifesti sui muri di Roma, all’epoca delle sue responsabilità da Ministro dell’Interno, inteso a far rispettare ordine e legalità e riorganizzare al meglio le forze di polizia. Con molta fermezza! Come dimostrò nel caso Moro.

 L’attacco che lo fece più soffrire, dopo il grande dolore per la vicenda Aldo Moro: alla lettera I l’incredibile “Impeachement”, di stile americano, intentato contro di lui prima della fine (aprile 1992) del settennato presidenziale al Quirinale da tutta la sinistra, acquiescenti molti della sua DC, più la rete di Leoluca Orlando. Quest’ultimo “bombardato” da Cossiga con l’aggiunta al cognome in uso, con intento spregiativo tipo “a filu ‘e risorza” a filo di rasoio, del suo secondo cognome, poco conosciuto: Cascio, Leoluca Orlando Cascio, in ricordo di ombre di mafia sul padre dell’allora e attuale sindaco di Palermo.

E dalla I, il passo alla lettera P è breve, per attaccare a “cara manna”, a viso aperto, il Piccolo Vishinsky!  Definizione coniata e ripetuta per uno dei suoi più ostinati e sottili “nemici” politici: Luciano Violante proveniente dal Pci-Pds-Ds-Pd, sostenitore allora, per Occhetto & company dell’accusa “impicimentale”.  “Vishinsky”, con sprezzante riferimento al grande implacabile inquisitore del regime del capo massimo dell’Unione Sovietica comunista: Giuseppe Stalin.

Fulminante la battuta di Cossiga, ci dice Muroni, a chi gli faceva notare che la parola “piccolo” poteva sembrare vagamente offensiva nei confronti dell’ex magistrato Violante, poi presidente della Camera: “allora mi correggo subito, ebbe a dire, è un grande Vishinky”.

Nella lettera A, “Analfabeti di ritorno”, picconate a tutto spiano contro un povero poco conosciuto onorevole Michele Zolla il primo a beccarsi tale epiteto, poi in qualche modo richiamato per altri avversari.

Ciriaco De Mita e lo stesso Giulio Andreotti non sfuggono ai suoi fulmini. Al senatore Marcello Pera, influente filosofo consigliere di Berlusconi e anche presidente del Senato che aveva osato ricordargli le “discendenze da barbaricini, briganti e rapitori”, mal gliene incolse: “Le mie origini son certe, contrariamente a chi come lei, ha un cognome di cosa, che in Sardegna si usava dare alle famiglie la cui origine era ignota o dubbia”.

E gli attacchi ed esternazioni contro la Magistratura? Lotta dura senza paura!

Basta leggere la lettera M, “Magistrati”.

 Ma, già nella lettera A le spara a alzo zero contro l’allora segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, definito: “uno che o non capisce nulla di diritto o è molto spiritoso. La faccia da intelligente non ce l’ha assolutamente. Vengo da una famiglia di magistrati che si vergognerebbe di sentire quello che ha detto questo – come si chiama? – Palamara, come il tonno”.  

Certamente sopra le righe chiosa, opportunamente Muroni, a proposito di queste e altre più velenose considerazioni sul malcapitato Palamara presente in trasmissione, date dall’ex presidente, per telefono alla giornalista Maria Latella.

  Ma lui era fatto così! E, alla luce di oggi, su Palamara forse, forse non sbagliava del tutto, viste le disavventure giudiziarie di questi ultimi tempi in cui è incorso il magistrato, espulso dal Consiglio Superiore della Magistratura,  rinviato a giudizio, accusato di concorso in corruzione.

Riporta, Muroni, che certe “sparate” le ha iniziate a fare dal Quirinale, appena smesso di fare il “notaio” muto: “faccio il matto, ma non lo sono”.

Gli danno del folle illustri giornalisti da Montanelli a Scalfari, a Venturini e pure vari amici democristiani, che non lo capiscono e lo temono. Dicevano che scapasse in Romania per fare l’elettroshock! Sbagliavano? Faceva il matto, ma… “come Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro”. Per farsi sentire. Non aveva gruppi, né sostegni organizzati, combatteva a mani nude e poi “un po’ di sana follia non è forse il sale dell’intelligenza”? Così pure la depressione come la sua, “non è stata anche di Newton, di Churchill, di Rooselvelt, di Kafka, di Dostojewsky”? 

Le esternazioni, le rivelazioni, le quasi rivelazioni, le cose dette e non dette, dette e contraddette le ha continuate anche oltre il suo massimo mandato istituzionale, quando dopo una breve pausa si rituffa in pieno nell’agone politico facendosi sentire, eccome!  Da senatore a vita, da facitore di gruppi e partiti, di quasi partiti, ma sempre con un certo distacco. Con ironica superiorità.  

Mi disse una volta camminando, aveva rinunciato alla scorta – eravamo ancora in periodo terroristico, ed ero preoccupato –  per via Brera a Milano, dove ero stato trasferito presso la direzione centrale della Comit, mentre tanti lo riconoscevano e salutavano con rispetto ed entusiasmo: stia tranquillo caro amico, sa’, queste manifestazioni di affetto non devono essere scambiate per consenso: un conto è la simpatia che mi dimostrano, altro conto, ben più difficile e complicato da conseguire è il consenso politico. Aveva ragione, e ha continuato, infatti, a vivere in solitudine la sua avventura di uomo politico, di governo, di statista.

Torno alle pagine di Anthony Muroni. Anche verso la fine dei suoi giorni esterna, dice la sua su tutto e su tutti, su vicende di attualità politica e sociale, riesuma, a suo modo, d’iniziativa o a richiesta, anche gli episodi più oscuri e misteriosi del Paese: uno per tutti, alla lettera B le “Brigate Rosse”, il caso più tragico e doloroso della sua vita: il sequestro e l’assassinio del suo Maestro, Aldo Moro. Questo terribile fatto di sangue gli lascerà segni indelebili: insonnie e depressioni nello spirito e la pscoriasi nel fisico.

E sottolinea ancora Muroni che verso la fine dei suoi giorni, e siamo nel 2008, ci lascerà il 17 agosto del 2010 a 82 anni, in lui prevalgono toni amari, di delusione, di più profonda depressione, e di rammarico per la sua mancata “rivoluzione”,  per le non conseguite modifiche al sistema statale, che lui auspicava, che riteneva inderogabili e che sollecitava attraverso picconate, esternazioni, furibondi e sarcastici attacchi e difese. Un Cossiga che ormai ha perso le speranze di una rinascita del Paese, dal punto di vista istituzionale.   

Inutile, infatti, e non adeguatamente accolto e valutato da chi di dovere e cioè dai partiti e dagli uomini politici e istituzionali il suo atto da statista più importante e significativo: il messaggio alle Camere del 26 giugno 1991. Sottolineava, attraverso circa 80 cartelle fitte di considerazioni e analisi, di riferimenti storici, la necessità di cambiare ponendo mano, con attenzione e massimo rispetto, alla Carta Costituzionale per adeguarla ai mutati tempi del dopo crollo del muro di Berlino. Era l’ora di sdoganare il post partito comunista e di includerlo nella sfera di governo. Era il tempo per darsi regole diverse. Eresia pura per alcuni!

Come Muroni, come Savona, anche io penso che quel messaggio sia il miglior frutto del miglior Cossiga, la sua grande eredità a tutti noi, da rivalutare, da riprendere in considerazione. Specie di questi tempi, turbolenti, conflittuali e confusi.

MI piace introdurre in questo commento al testo di Muroni come Cossiga concludeva quel messaggio alle Camere. Con queste espressioni:  

“Signori del Parlamento, la richiesta di riforme istituzionali, di nuovi, moderni e più efficienti ordinamenti e procedure, non è quindi una richiesta solo “politica” o tanto meno di “ingegneria costituzionale”, ma una richiesta civile, morale e sociale di governo, di libertà, di ordine, di progresso da parte della gente comune; ed è una richiesta da parte di quei gruppi e di quei settori dirigenti del sistema politico, economico, culturale che avvertono come dinnanzi alle incalzanti scadenze europee, all’inadeguatezza dell’amministrazione, alle carenze e lentezze della giustizia, al dissesto della finanza pubblica, l’Italia corra il rischio di perdere o di vedere insidiato il posto che si è meritatamente conquistato nel concerto delle nazioni”. Parole e considerazionidi grande attualità, dopo 29 anni! Allora cadute nel vuoto.

Cosa ne ebbe? Male! Come ci racconta Muroni.  Accuse infamanti: l’impeachement, subito dopo, a firma Occhetto e altri. Insinuazioni, dossier, provocazioni alle quali lui reagì, lasciandosi trasportare dal suo carattere, con impeto e “follia”.   

Si ricorda nel capitolo finale Z le sferzanti battute su Achille Occhetto, definito “Zombie con i baffi”.  E questo appellativo, il segretario del PDS, approdo quasi ultimo di larga parte del PCI, non se lo leverà mai più di dosso! 

Ma torniamo alla malinconia finale, come la rappresenta Muroni, quando il sempre più stanco senatore a vita, nel 2008 vede cadere il governo Prodi, secondo lui, sotto i colpi dei magistrati: lui, ormai   non era più in grado di maramaldeggiarli e forse bloccarli con l’invio dei Carabinieri a palazzo San Macuto, si potrebbe chiosare. “E intuisce che a Palazzo Chigi molto presto ternerà il suo amico-nemico Silvio Berlusconi”.

Ed così, con quest’altro flash back, che lo scrittore ci porta subito alla lettera C dove risalta addirittura “Carlo Magno”, il grande imperatore, dove ci descrive, in maniera molto divertente e incisiva, gli altalenanti rapporti con il Cav. di Arcore, una volta disprezzato e deriso, un’altra elogiato e aiutato, e cosi via… le montagne russe!

“Se lui è De Gasperi io sono Carlo Magno”, ebbe a rispondere così al bizzarro paragone fatto per “glorificare” il Berlusca da parte di quel sacerdote strano, molto retorico e anche politicamente integralista che era Don Gianni Badget Bozzo, nel cui badget, all’attivo c’era sempre e solo, inesorabilmente il leader inventore e padrone di Forza Italia.

E che piacere leggere il capitolo F, come “Felix il gatto”, come Walter Veltroni, il re del “vorrei ma non posso”, del dubbio elevato a sistema, del “ma anche”. Povero Veltroni, il dichiarato non comunista: avrebbe secondo Cossiga, ci spiega Muroni, dovuto occuparsi di libri, di cinema e di Africa, come peraltro aveva promesso nella sfida persa con il Cav! Non di politica! Sempre più caustico il senatore a vita.

Ancora un tema irritante per il nostro nuragico sardo, sordo specie su questo punto ai richiami di prudenza anche familiari da parte del figlio Giuseppe, poi deputato con Forza Italia, e della figlia Annamaria. Un tema che lo induce a lettere e attacchi esplosivi di caratura internazionale: “Gladio” o meglio “Stay Behind” alla lettera G. La struttura post bellica, con sede a capo Marrargiu nei pressi Alghero, predisposta con gli alleati americani per difendere il Paese da eventuale presa violenta del potere da parte dei “rossi” con il supporto dei cosacchi comunisti di Mosca che abbeverano i cavalli nelle fontane di San Pietro.  Ne rivendica con fierezza l’appartenenza e ne approfitta per denunciare altri, che sapevano, di codardia.

Alla lettera H, con il tema “High Tech”, viene descritta con dettagli curiosi e affascinanti, una delle grandi passioni del Senatore a vita: la tecnologia, l’elettronica, i computers, i telefonini e materiale del genere di cui si circondava in abbondanza. Comparto dove rivela grandi abilità e competenze. 66 i cellulari rinvenuti post mortem che i figli pare abbiano distrutto, con ben assestati colpi di martello, ci dice Muroni, non si sa mai… e se riprendessero a esternare come prima faceva l’ormai assente titolare?

E poi i soldatini di piombo e le bandierine. Le sue letture e i vari libri curati da lui insieme ad altri giornalisti, Pasquale Chessa, Paolo Guzzanti, Renato Farina, Claudio Fiorelli-Sabelli. Tantissime interviste. I suoi editoriali a firma Franco Mauri o Mauro Franchi e Jansenius, e in tanti a chiedersi ma chi è questo che si qualifica come giovane giornalista sardo del Goceano? Tutto questo alle lettere L “Libri e Letture”  e Q “Quotidiani”.  

Non manca l’analisi del carattere religioso di Cossiga alla lettera R “Religione”, la sua ricerca della trascendenza, da cattolico di Santa Romana Chiesa, con la quale pure ebbe tempo e modo di contestare e polemizzare. I suoi rapporti con la fede, il Vaticano, i vari Pontefici: papa Montini, Giovanni Paolo II e poi Ratzinger.

Per il settore nemici permanenti e occasionali basta andare alla lettera N “Nemici di giornata” e vi si trova un bel campionario di nomi e di battute.

 Alla D, di diritto e rovescio, ecco: “D’Alema”. Non ci sfugge la sua benevolenza e considerazione per baffino, a parte alcuni  screzi, per quel figlio del Pci  il cui governo, il primo, finalmente sostiene lui, di un comunista in suolo italico.  

“Gli Euromissili”,I Turchi di Sardegna”, “Ustica”, “Volubili a Comando”: storie ed episodi in capitoli da non mancare.

 La lettura di questo bel racconto, scorrevole e attrattivo non deluderà perché non è l’agiografia di un personaggio importantissimo e di spicco, come alcuni potrebbero sostenere, scrive Muroni, ma una analisi precisa, dettagliata veritiera, senza nascondimenti, di un uomo che l’autore riesce a ben rappresentare nella sua variegata e multiforme dimensione civile, politica e umana.

Non omettendo o sottovalutando le numerosissime critiche e definizioni che il nostro Presidente ha subito nel corso del suo lungo periodo di servizio al Paese, né dimenticando i “Segreti e gli Scheletri” e i misteri che s’è portato appresso durante e dopo  il suo excursus terreno, raccontati alla lettera S.

Ad ognuno il suo Cossiga, secondo le proprie convinzioni e valutazioni, sembra dire alla fine Anthony Muroni.

Giusto e corretto così! Come lo è stato per me il mio Cossiga.

Di lui ho detto alcune poche cose, che la lettura di questo libro ha saputo estrarre dal mio privato, e quando un libro riesce in questo, per tutti non solo per me, vuol dire che è un libro per davvero. 

Libro da non perdere per ricordare, capire e riflettere. A me è servito.

 Infatti, caro Anthony Muroni, anche se non mi hai risolto in toto il quesito iniziale: chi era Francesco Maurizio Cossiga?… mi hai aiutato moltissimo a meglio capire e inquadrare ciò che, comunque, rimane quasi impossibile da capire e inquadrare. E mi hai fatto ritrovare la sua eredità preziosa e da rivalutare: Il messaggio alle Camere del 26 giugno 1991.  

 Chiudo con le parole del nostro Cossiga indirizzatemi per lettera in data 2 novembre 1994: “Caro Masia con la cessazione della carica di Presidente della Banca Commerciale Italiana del carissimo amico Sergio Siglienti, è venuto a cessare il motivo principale per il quale avevo a voi affidato la gestione patrimoniale dei miei fondi… Questa mia decisione ovviamente non riguarda minimamente i nostri personali rapporti che rimangono quelli di prima. So di avere in Lei un amico e La prego di volermi considerare tale nel futuro… e per il futuro.  La ringrazio per la Sua tanto amichevole collaborazione e Le invio i miei più cordiali saluti”.

Antonio Maria Masia

6 dicembre 2020

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