Maggio 6, 2021

Tifare Cagliari, un atto d’amore_di Massimiliano Morelli

Piacciono le imprese facili. A tutti. Non a me. Premesso questo, e assodato che diffido da quelli che dicono “tifo per la squadra Pinco Pallino perché anche mio padre tifava per i Pinco Pallino” e prendo le distanze anche da quelli che sussurrano “sono nato a Vattelapesca, e dunque tifo Vattelapesca”, scrivo subito che la mia impresa è quella di tifare Cagliari. Ora, direte voi, che impresa è tifare per una squadra di calcio? Vero, nessuna impresa. Ma provate a fare il tifo per un club che dista cinquecento chilometri dalla vostra terra natia, aggiungete che vostro padre non tifa quella squadra, e nel calderone metteteci pure che quando dici “tifo per il Cagliari” gli altri ti guardano come se foste l’orso bianco.

Perché non dici “tifo Juventus”, squadra odiata ma pur sempre vincente, e neanche “tifo Roma” o “tifo Lazio”, visto che sei nato alle pendici del Cupolone. Ecco, hai scelto la tua impresa di sofferenza puntando su una squadra che vince poco, che bene o male neanche se la comanda nel Palazzo e che quando la nomini l’ignorante di turno pensa ai banditi, alle pecore e al pecorino. Ma me ne sono sempre infischiato, la passione per una squadra di calcio è la stessa identica che si prova per una donna, che magari neanche è bella, ma a te fa impazzire. Ma al contrario della donna, la passione per la squadra di calcio tramonta mai.

Una squadra di calcio può tradire le attese, ma tu continuerai ad amarla. Se una donna ti tradisce, è risaputo, Dio ce ne scampi e liberi, saresti pronto a fare fuoco e fiamme. Cagliari, la squadra, ha accompagnato la mia vita, cinquantasei anni, mezzo secolo per lo meno vissuto col cuore rosso e blu. Gigi Riva e lo scudetto hanno dato il “la”, poi il resto è stato una sinfonia, stonata con le retrocessioni, un crescendo rossiniano quando arrivavano le vittorie.

Tifare Cagliari nella capitale significa vivere le sfide con giallorossi e biancocelesti come un derby, battere le grandi somiglia alla conquista della coppa dei Campioni, perdere una partita per una svista arbitrale fa uscire dalla bocca quel laconico “c’è la mafia nel calcio” che per alcune tifoserie è diventato quasi uno stile di vita. Da tifoso ho vissuto il Cagliari degli anni Settanta, da cronista alle prime armi quello degli anni Ottanta, dagli anni Novanta in poi da scrittore.

Ero a Frosinone quando la squadra – serie C – pareggiò 2-2 nell’anno della consacrazione di Ranieri, ero ad Avellino quando Battaglia e Ravanelli inflissero un 2-0 assurdo all’inizio di una annata importante, quella del ritorno in A. Ero a Trebisonda per Trabzonspor-Cagliari e al Sant’Elia quando Oliveira, Criniti e Pancaro misero a sedere l’Inter, salvata nel match di ritorno dalla dabbenaggine di un arbitro degno antesignano di Byron Moreno. Ero – e questa fa storia – al Sant’Elia quando Larrivey segnò un gol (non se ne abbia a male, ne ha segnati davvero pochi), ed ero al San Paolo quando il più maledetto degli spareggi costrinse Mazzone alla prima retrocessione della sua carriera.

Ho seguito la squadra in silenzio a Castel di Sangro, ad Andria, a Terni, mica al Santiago Bernabeu, ma sono sempre stato fedele. Mai a scuola il lunedi quando il Cagliari perdeva la domenica, permessi e scuse di vario genere quando il lavoro ha sostituito gli studi. Non so se possa bastare, come atto d’amore. Pure se non sono nato nell’isola felice.

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