Gennaio 22, 2021

La Cagliari del primo Novecento raccontata ne “I delitti della salina”_di Giuseppe Melis Giordano

Chi ha una conoscenza un po’ approfondita della città di Cagliari troverà nel romanzo giallo di Francesco Abate, “I delitti della salina”, una occasione importante per fare un viaggio particolare nello spazio e nel tempo, accompagnato/a da Clara Simon, una giornalista dagli occhi a mandorla nata da una relazione tra una cinese del porto e il capitano di marina Francesco Paolo Simon.  

Francesco Abate

Ciò che più mi ha colpito nella lettura del testo, oltre la storia che ciascuno dovrebbe scoprire da sé, sono gli spostamenti della protagonista nello spazio della città, dal centro storico a Calamosca per arrivare fino alle saline (luogo dei delitti oggetto del romanzo) al Poetto, che a un lettore come me, nato e cresciuto in città,  permettono di rivedere nella propria mente luoghi, colori e quelle sfumature che caratterizzano ciascuna stagione dell’anno, il tutto con un linguaggio semplice ma fortemente immaginifico, come si può facilmente intuire dalle prime righe con cui il romanzo si apre: 

Le piramidi di salgemma si accesero di rosa. Anche quella mattina di fine agosto concesse ai quarzi di riflettere la luce del sole appena sorto sulle vasche dell’immensa salina, che si infiammò di rosso e ocra.

La storia, frutto della fervida capacità creativa dell’autore, è fortemente contestualizzata, permette una immersione nella realtà storico-politica del primo Novecento cui Abate ha prestato una cura insolita che si evince dai ringraziamenti (che di solito non vengono mai letti) scritti nell’ultima pagina, da cui risulta che egli si è avvalso del supporto di validi studiosi per le verifiche storiche, per i ruoli e funzioni della magistratura e della polizia giudiziaria di allora, nonché della documentazione tratta dagli archivi del quotidiano per cui l’autore lavora. Il tutto poi ulteriormente arricchito dalle reminiscenze dell’autore riguardo i racconti e le leggende derivategli dai nonni cui sente di dover rendere grazie. 

Il risultato è di un racconto fresco, originale e decisamente verosimile, che ti prende e ti coinvolge e che, seguendo la tradizionale struttura di un romanzo giallo, parte dal delitto di alcune figure tipiche della Cagliari di allora, is piciocus de crobi, e prosegue con le acute attività di investigazione svolte dalla protagonista Clara Simon con l’ausilio del fidato amico e redattore del quotidiano di Cagliari e col tenente dei carabinieri napoletano al quale non era indifferente il fascino di lei. Il tutto in un intrecciarsi di vicende diverse che coinvolgono personaggi del mondo del lavoro (i salinieri da un lato e le operaie della manifattura tabacchi dall’altro), del bagno penale e del bordello di città, della sanità e dell’università (medici ricercatori), delle forze dell’ordine (carabinieri), della magistratura e, last but not least, dei rappresentanti cittadini del governo sabaudo. 

Degno di nota, per quanto riguarda quest’ultimo riferimento è che, l’autore non disdegna di sottolineare l’avversione dei cagliaritani di allora nei confronti della dinastia sabauda. Una avversione che affondava le radici nel regime poliziesco e tirannico con cui quella dinastia governava un’isola che non voleva quando fu firmato il Trattato di Londra del 1718, ma che serviva solo per poter acquisire il titolo reale.

Questa avversione la si evince in diversi passaggi ma il seguente è quello più significativo. Si tratta della statua di Carlo Felice per il quale in un passaggio si legge:

Da basso, in via santa Margherita, il corteo stava scemando, la testa era già in piazza Yenne, sotto la statua dell’odiato re Carlo Felice. Ritratto in vesti romane, con tanto di elmo e di braccio alzato a indicare la giusta via, il solo nominarlo faceva rivoltare le budella dei sardi. Aveva governato col pugno di ferro, tanto da beccarsi il nomignolo di “Carlo Feroce”.

Per chi segue anche il dibattito in corso in questi ultimi anni sullo spostamento della statua e sulla revisione della toponomastica, si può quindi scorgere un legame tra passato e presente, un legame che dice ai cagliaritani di oggi badate che quella statua è simbolo di tirannia e sottomissione e se la spostate e nel contempo riportate la toponomastica alle originarie denominazioni pre-sabaude, lo state facendo anche per noi che non ci siamo più, ma soprattutto per chi verrà dopo di voi. 

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