Gennaio 22, 2021

Sergio Tofano, caricaturista, disegnatore, scrittore, poeta, drammaturgo, regista, attore, e… il Signor Bonaventura_di Attilio Gatto

Sergio Tofano

Qui comincia l’avventura del signor Bonaventura! Ogni tanto mi faccio accompagnare dalla delicata, cortese, bizzarria del personaggio nato dalla fantasia di Sto, il geniale Sergio Tofano. Bizzarro e sferzante Bonaventura. Il doppio, l’alter ego, l’io epico: storia antica, eppure così attuale, così vicina a noi, talmente sbadati da non accorgerci che simili personaggi ci servono e, quando li scopriamo, comprendiamo che la vita può essere una scoperta appunto, una scoperta a colori, luminosa. Senza dimenticare la luce e il fascino che scaturiscono dalla grande bellezza del bianco e nero.

Lo vedo Sergio Tofano, classe 1886. Lo immagino camminare dinoccolato, sguardo stralunato, assorto nelle sue mille attività. Caricaturista, disegnatore, scrittore, poeta, drammaturgo, regista, attore. Ma attore irregolare, non certo inamidato, attore di scuola ma creativo, mille miglia lontano dalle voci enfatiche e sublimi. Lui ironizza, si diverte, rifacendo il verso al vecchio mattatore decadente, che si circonda di mediocri comprimari osannanti e genuflessi, per meglio proporre la sua (p)arte, magari mostrando grande estensione vocale, notevoli mezzi, ma talmente realistici, veri, da risultare ridicoli invece che drammatici.

E però il drammatico diventa grottesco, surreale, nel ruolo dell’attore brillante che, non certo inconsapevolmente, si presenta al pubblico perplesso e distaccato. Si esibisce quasi in un “a parte”, solitario con la sua arte corrosiva, capace di spodestare il protagonista e la sua corte. Attori che seguono la strada assai tracciata di una scena polverosa, fatta per comunicare niente di nuovo allo spettatore desideroso di esser rassicurato, saldo nelle sue solide abitudini borghesi, che il teatro in gran parte gli ripropone immutate.

È il classico triangolo, marito, moglie, amante e tanta falsa coscienza propinata con piatto di portata, quasi fossero quelli – in realtà di cartapesta – i conflitti che attraversano teatro e società. Un mondo scenico messo in crisi da Pirandello e dal teatro grottesco che, agendo dall’interno dell’intreccio borghese, ne hanno rovesciato forma e morale. Anche grazie ad attori nuovi, brillanti, come Sergio Tofano. Sul brillante, Tofano ha già scritto la sua tesi di laurea, prima di abbeverarsi alla fonte di Vamba, Luigi Bertelli, nel giornale fiorentino che ospita Gian Burrasca, quel ragazzino capriccioso ma ansioso di verità che travolge bugie e piccole vigliaccherie del mondo degli adulti, abituati a barare, a far finta di niente, mentre accettano canoni e codici vecchi, ammuffiti, storie di corna e di futilità.

E proprio su Giannino Stoppani, Gian Burrasca, Sergio Tofano, detto Sto, nel ‘43, dirige un film scritto da Cesare Zavattini. Poi nel celebre sceneggiato del ‘64 – protagonista Rita Pavone, Lina Wertmüller regista – dirige, insieme a Bice Valori, il collegio in cui Giannino ne combinerà di tutti i colori, svelando sotterfugi e tante viltà. Tofano, l’inventore del signor Bonaventura, pupazzo in marsina e bombetta rossa, larghi pantaloni bianchi, un bassotto per amico, protagonista di strampalate avventure di gran successo – comincia povero e finisce milionario, – dalle vignette in versi sulle pagine del Corriere dei Piccoli alle commedie musicali scritte, messe in scena e dirette dallo stesso Sto.

Sergio Tofano con Monica Vitti

E tra gli interpreti di queste commedie c’era anche una giovanissima attrice, Monica Vitti, allieva del grande Sergio Tofano all’Accademia d’Arte Drammatica, Che vita! Che carriera, Mister Tofano! Che gran talento e genialità! Dal debutto come disegnatore – al fianco di illustri scrittori, poeti, premi Nobel – al grande teatro, al cinema, alla televisione. Un asso, un genio dalla carica corrosiva, irriverente. rivoluzionaria. Come Bonaventura, la sua creatura fantastica, talmente buona e cortese da non sembrare vera, imprendibile come un ideale, come le parole dei poeti che volteggiano nell’aria, quasi impossibili da afferrare, anche se obbligatorio per chi vuole sconfiggere la retorica dei luoghi comuni. Come faceva Il giovane Antonio Gramsci.

Eccolo Nino, nel 1908. Ha 17 anni. Cagliari è una città ancora scossa dai moti contro il carovita del 1906. È culturalmente vivace, ci sono due teatri, il Civico e il politeama Regina Margherita. E lui – cito dalla biografia di Giuseppe Fiori – è “studente scapigliato”, “loggionista tumultuoso”. Divertito, irriverente, incurante del giudizio dei benpensanti, di quelli che si piegano al vento del senso comune. Si descrive così:”Per la mia splendida criniera, che mi ondeggia ad ogni soffio, mi hanno preso per una ragazza e si sono meravigliati che una donna facesse tanto chiasso in un teatro, perché vedevano solo la testa e una mano che faceva un sonoro pennacchio. Io non me la sono presa a male, anzi ho ringraziato dell’attenzione che mi usavano.”

Gramsci in una illustrazione di Stefania Morgante

Sembra il ritratto di un un poeta futurista che, dalla platea, contesta i confezionatori di drammi insinceri, di intrecci con personaggi di cartapesta. E a Torino, dalle pagine dell’Avanti, riserverà offensive fulminanti, al vetriolo, agli autori del teatro borghese, digestivo, in cui il pubblico sonnecchiante ama rispecchiarsi. E metterà in evidenza l’originalità di Pirandello e dei grotteschi, quelli che rovesciano le commedie ricche soltanto di falsa coscienza. Un linguaggio assolutamente rivoluzionario, che s’innerva sul Secolo Breve (da Sergio Tofano a Carmelo Bene, da Petrolini a Troisi) per arrivare ad oggi, a chi ancora cerca di orientarsi su tragitti sconosciuti. A cent’anni dalla nascita del Partito Comunista è bello ricordare Antonio Gramsci critico teatrale, affiancato ad un grande attore come Sergio Tofano. I due sono della stessa generazione, Gramsci del 1891, Tofano dell’86. Maestri d’egemonia e d’ironia, di un linguaggio che ha rinnovato la società italiana.

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