Febbraio 26, 2021

Antonio Segni: Statista di prima grandezza, gentiluomo, galantuomo, generoso, giusto… amico del Gremio_di Antonio Maria Masia

Ricordo benissimo: 6 maggio 1962!

Mi avviavo verso i 18 anni, non erano ancora gli anni per la maggiore età, che allora si raggiungeva a 21 anni.

Quel giorno, quando si sparse la notizia, tramite la radio e la televisione, l’ancora non diffusissimo aggeggio video parlante era nato pochi anni prima nel 1954, la Sardegna tutta compreso i minorenni fummo travolti da una “botta” allegra e positiva di orgoglio e fierezza: Antonio Segni, esponente primario della Democrazia Cristiana, già due volte capo del Governo e pluriministro in dicasteri di peso, era stato eletto Presidente della Repubblica Italiana. 

Un sardo, uno di noi, alla massima carica istituzionale dello Stato! Sembrava incredibile. E tutti i sardi a gioire… compreso gli amici di Cagliari, superando in quel caso l’antica rivalità con quelli del capo di sopra.

Chissà poi perché, rifletto ora, doveva per forza sembrare incredibile, il fatto.

 Era forse traguardo impossibile ad un sardo, o peggio “sardignolo”, come dicevano, a quel tempo, in derisione o in tono di sfottò, taluni forestieri, calcando sulla dizione, raddoppiando le consonanti e stringendo le vocali?  Certo che non lo era! Ma le valutazioni e le battutacce di allora si sprecavano e, debbo ammetterlo, un po’ facevano male.

Purtroppo ci portavamo dentro di noi secoli di servaggio e di soggezione politico amministrativa e culturale di provenienza marina:”dae fora, dae su mare sunt accudidos males e canes”, da fuori, dal mare  sono venuti mali e cani, pensavamo e si sentiva dire in giro. E questo sentimento di fatalistica, supposta inferiorità ci dava la sensazione che non fossimo all’altezza di certi compiti e di alcuni ruoli apicali.

E invece, ora pardon allora, ecco che il sardo, esile, apparentemente gracile, elegante, dai cappelli bianchi luminosi e con il cappello stile british, il gentiluomo di campagna, che curava, quando poteva, direttamente la sua, un po’ rimpicciolita dalla sua stessa riforma, eccolo eletto Presidente di tutti sardi di tutti gli italiani. Come un re!  

E prima, anche da Presidente del Consiglio, lo si incontrava normalmente a passeggio a Sassari, nella sua piazza d’Italia:

Da “La Stampa, maggio 1959 a firma Nicola Adelfi: “Se volete avere una lezione di modestia da parte di uno statista e di buon senso da parte di una cittadinanza, recatevi la domenica mattina in Piazza d’Italia a Sassari. Dopo la messa di mezzodì, molte migliaia di sassaresi si riversano in quella larga e lunga piazza, passeggiano su e giù dopo il tocco… Antonio Segni che sia il Presidente del Consiglio o privato cittadino, non manca quasi mai a questa tradizionale passeggiata e va avanti e indietro con i familiari e gli amici; al suo passaggio molti si scappellano, gli augurano la buona domenica, chiamandolo col solo nome di Professore. Nessuna curiosità da parte dei sassaresi; nessun gesto di piaggeria turba la passeggiata domenicale del rispettabile professore dai capelli bianchi”.

Torniamo alla “botta” di sana e composta fierezza di appartenenza, di identità, come poche altre volte.

Come un senso di rivalsa e di vittoria, mia e della mia gente.

Come quando il 12 aprile 1970 il grande Rombo di tuono Gigi Riva e compagni ci regalarono il primo e finora unico scudetto calcistico di serie A, ero e sono, lo confesso, per la Fiorentina, ma la mia gioia per lo scudetto targato: Albertosi… Martiradonna… Cera… Greatti… Domenghini… Poli… e soprattutto Gigi Riva, fu immensa, incontenibile! Qualcosa al di là di un evento sportivo, che realizzava finalmente il sogno e l’attesa di un’Isola. La mia Isola!

Come quando il 3 luglio del 1982, il sassarese Francesco Cossiga, saliva anche lui, a 57 anni, la strada del Quirinale verso quell’incarico massimo, come ottavo presidente della Repubblica Italiana. Come quando, ma in quel caso la “botta” fu di dolore intenso, personale e collettivo, l’11 giugno del 1984 ci lasciava per sempre Enrico Berlinguer, il segretario innovatore e riformatore del Partito Comunista Italiano, grazie a lui sottratto definitivamente alle grinfie del partito bolscevico sovietico, come aveva auspicato in fondo il nostro Antonio Gramsci dal carcere. Enrico di Sassari, quasi cugino rosso del biancofiore picconatore Francesco Cossiga: come avere in contemporanea al potere Don Camillo e l’onorevole Peppone! Si volevano bene, ma qualche “cazzotto” fra di loro non mancava.

Che orgoglio avere due sardi, uno democristiano al potere l’altro comunista all’opposizione!

Seguendo il percorso umano e politico di Antonio Segni non posso non ricordare con quale curiosità e attenzione alzavo gli occhi verso la casa dei Segni, il palazzotto patriarcale in bella vista nel passare in viale Umberto diretto, attraverso la grande piazza d’Italia, di cui sopra,  per raggiungere ogni giorno il mio posto di lavoro: la Banca Commerciale Italiana, ubicata ben visibile in un angolo della stessa piazza, di fianco al più bel palazzo di Sassari , il palazzo Giordano Apostoli allora sede del concorrente Banco di Napoli.

 Lì dentro c’è il mio Presidente, pensavo!

 Lo consideravo mio, a prescindere dagli orientamenti politici che peraltro non collimavano, io familiarmente orientato verso il socialismo, lui grandissimo esponente e cofondatore della Democrazia cristiana. Sarà stato per il suo modo di essere, il fatto di sentirlo mio, sarà stato per gli echi della sua riforma agraria che aveva dato terra ai contadini, come i miei, sottraendola a quelli come lui, a se stesso e ai suoi familiari.

Fatto sta che di Antonio Segni mi potevo vantare a buona ragione con i colleghi del “Continente” che iniziavano a farsi vivi dalle nostre parti, specie quelli che venivano trasferiti da noi con gradi e ruoli di primo piano: direttori e funzionari o aspiranti tali. Era come dire: tu vieni da “comandante”, dal continente ricco e sviluppato, ma non dimenticare che noi abbiamo Antonio Segni, il Presidente.   

E su questo percorso la mente ora ricostruisce percorsi di vita, situazioni e persone, accadimenti e coincidenze curiose che vale la pena ricordare.

 Ad esempio: il mio inizio in Banca Commerciale a Sassari, Antonio Segni al Gremio, il fondatore Pasquale Marica.

Io mi accingevo, a fine gennaio del 1964, a varcare, emozionato e preoccupato (i tre mesi di prova lavoro previsti erano tanti, pieni di incognite, nelle mani del capufficio di turno, da vivere con la massima concentrazione e con il timore di non farcela per un ancora minorenne e in assenza totale di accordi sindacali; lo Statuto dei Lavoratori  di Gino Giugni arriverà nel 1969!) l’ingresso della Banca che mi avrebbe accolto, e poi portato in giro prima per l’Isola e quindi per  la Penisola, per quasi 40 anni di fila.

 Il personaggio che mi aveva dato la prima gran “botta” di sarda fierezza, proprio in quei giorni, l’avrei saputo dopo, molto tempo dopo, il 23 gennaio 1964, con la moglie, Donna Laura (la chiamavamo tutti così con tono di affettuoso rispetto e deferenza) varcava l’ingresso dell’Associazione dei Sardi in Roma Il Gremio.

Cioè di quella prestigiosa vetrina della cultura e della comunità dei sardi di Roma la cui responsabilità e gestione avrei raccolto negli anni duemila e che attualmente rappresento.  

 Storiella di poco conto, si potrebbe dire a giusto titolo.

Ma non per me, non per quella comunità dei sardi che a Roma sin dal 1911 si era costituita in associazione culturale per difendere e diffondere i valori culturali e spirituali della Sardegna, fortunatamente rinata dopo la sommersione obbligata al tempo delle due guerre mondiali e del regime fascista, con il nome “Il Gremio” ad opera dell’Avv. Pasquale Marica di Sanluri, stabilitosi a Roma e di altri illustri esponenti dell’allora intelligenza sarda nella Capitale:  Remo Branca, Ennio Porrino, Gavino Gabriel, Melchiorre Melis, Salvatore Mannironi, Cesare Ordioni, Mario Rossi, Mariano Pintus, Marcello Serra, Salvatore Satta, Sebastiano Satta, Fortunato Pintor, Giuseppe Dessì, Maria Carta, Maria Lai, Grazia Deledda, Salvator Ruju… elenco troppo lungo, di scrittori, poeti, politici, intellettuali, musicisti, giornalisti, pittori…  ma anche gente comune e semplice come noi.  Impossibile citarli tutti. Personaggi che hanno dato lustro e onere alla Sardegna che vengono di nuovo alla ribalta, alcuni tratti dal buio in cui erano piombati, esaminando le carte, scavando documenti e foto, nella miniera dei ricordi. Quella visita, importante e gioiosa, dell’allora Presidente della Repubblica ai soci del Gremio, nella prestigiosa sede di palazzo Odescalchi, in via del Corso 262 a Roma, rimane indimenticabile nella storia dell’Associazione.

E prima, nel 1955, con delibera unanime dell’Assemblea dei soci, gli era stata conferita la qualifica di socio onorario e tessera n. 1: era stato appena incaricato, per la prima volta di un sardo, come presidente del Consiglio dei Ministri. Fu considerato un ottimo Gabinetto, fra i migliori della Repubblica, come il suo secondo nel 1957.  E nel 1959 fu insignito del titolo di Presidente Onorario che manterrà sino alla fine.

Scoprivo dell’altro nel pubblicare il libro sulla storia del Gremio (edizione 2015 Nemapress): nel corso della visita, veniva consegnata una medaglia d’ora al fondatore del Gremio, Pasquale Marica, autore, fra l’altro, di una  biografia “Antonio Segni” (editore Fratelli Fossataro di Cagliari) nel  dicembre del 1964.

Nelle foto, relative alla circostanza, che in noi rinnova l’orgoglio di una volta, osserviamo il grande presidente del Gremio di allora, l’onorevole Salvatore Mannironi di Nuoro, importante uomo politico e di governo nazionale con tanto di abito scuro e papillon, e, mentre stringe la mano al Presidente Segni, il nostro fondatore sorridente, in doppio petto.  

Gli eredi Marica ci hanno donato, in questi giorni, il prezioso libro, per la nostra Biblioteca e per alcuni spunti di questo racconto.

Quanti passaggi, quante persone, quanti fili si intrecciano e si ritrovano! Piccole storie, certamente… ma, ribadisco, per me, per noi gratificanti e significative.

Non ultimo il fatto che il figlio Mario, attualmente nostro Presidente Onorario, che erediterà dal padre la passione e la vocazione per la politica che lo porterà a ricoprirà ruoli importanti in ambito nazionale ed europeo, è stato per molti anni a partire dal 1980 presidente della nostra Associazione, con al fianco da vice la figlia di Mannironi, Grazia, che poi lo sostituirà.

Ecco le piccole curiosità e coincidenze, accanto e connesse alla grande storia italiana e internazionale di Antonio Segni, assoluto protagonista per i ruoli ricoperti in campo universitario, giuridico e politico e per la maniera, lo stile, la caratura morale con le quali s’è mosso e ha vissuto.

Una brillantissima carriera di docente di diritto processuale civile in diverse università, Perugia, Sassari di cui è stato Magnifico Rettore, Roma, dove fu sostituito dall’autore de “Il Giorno del Giudizio”, Salvatore Satta, importante giurista e accademico.   

Una carriera politica eccezionale: dal ‘44 al ‘46 sottosegretario al ministero dell’Agricoltura con i governi Bonomi e Gullo (comunista), durante il quale condivide e sostiene fortemente la famosa riforma agraria che poi conclude nei cinque anni successivi dal ‘46 al ‘51 quando da Ministro in quel dicastero presieduto da Alcide De Gasperi, porta a compimento la legge promulgata il 21 ottobre 1950: la terra ai contadini e contratti agrari più equi e solidali.  

Da destra, un’operazione sociale di sinistra che ha cambiato il volto del Paese sottraendolo ad una arretratezza secolare, che ha modificato nel segno del progresso e dell’equità sociale una delle principali attività e fonte di reddito dell’economia dell’Italia: l’agricoltura.

Una riforma che gli valse l’appellativo di “bolscevico dai capelli bianchi”, “pesce rosso in acqua santa” dalla parte destra, dalla sua parte politica! Ed anche qualche lamentela all’interno della sua stessa famiglia.

 Ma tanta era la sua sensibilità politica e sociale di uomo equilibrato e visionario, rispettoso della legge, della Costituzione e innamorato dell’idea d’Europa! Moderato, paziente, ma deciso e determinato, con spiccata predisposizione per i problemi delle componenti più fragili ed esposte della società.

A dimostrazione della sua grande apertura e visione,  il suo impegno per l’Europa è costante e convinto.  Firma il 23 marzo del 1957, da capo del Governo, i “Trattati di Roma”: l’atto di nascita della grande famiglia europea. Il primo istituisce una Comunità economica europea (CEE), il secondo invece una Comunità europea dell’energia atomica, meglio conosciuta come Euratom.

Ben cinque volte Ministro di dicasteri di notevole importanza e responsabilità: Agricoltura, Interni, Difesa, Esteri, Istruzione. Deputato dell’Assemblea Costituente, Presidente del Consiglio dell’Unione Europea.

 E sono i tempi della creazione e avvio della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura, del Ministero delle Partecipazioni Statali, del Ministero del Turismo… del “miracolo economico italiano. Dell’Italia che si rialza dopo i disastri e le rovine della guerra e del regime fascista e si pone all’attenzione del mondo fra le grandi potenze industriali, manifatturiere e culturali.

 Con a fianco e a fianco di uomini come De Gasperi, Moro, Fanfani, Saragat, Nenni (che lo definisce: “uomo onesto e dalle mani pulite”), Togliatti, Terracini, Merzagora, La Malfa… di alto livello, come lui.

E così ne parla un ottimo giornalista dei nostri giorni, Filippo Ceccarelli, nel corso di un programma del 2019 dedicato ai Presidenti Gronchi, Segni, Saragat (per inciso quest’ultimo mezzo sardo da parte del padre, di Sanluri):

 “Segni, il tipico gentiluomo di campagna, nobile di nascita, ma popolare per scelta ideale. Antifascista e anticomunista, taciturno, sobrio, garbato e al contempo tenace e assertivo. Un uomo con una energia ostinata e sorprendente nonostante il suo fisico esile e gracile tanto da meritarsi l’affettuosa definizione degasperiana di ammalato di ferro.

La gioia e fierezza di averlo al Quirinale, non dura il settennato previsto: il 7 agosto, durante un incontro con Aldo Moro, presidente del Consiglio dimissionario e Giuseppe Saragat per determinare il nuovo Governo Moro, Antonio Segni è colpito da improvviso malore che lo rende inabile a proseguire il suo incarico e dopo alcuni mesi, il 6 dicembre, pur ripresosi dal malessere, indirizza al popolo italiano una breve lettera di dimissioni, accorata e dignitosissima.

Da senatore a vita percorre, rinunciando alla politica, per altri 8 anni circa la sua vita terrena e si spegne a 82 anni a Roma il 1° dicembre del 1972. Riposa al Cimitero Monumentale di Sassari.    

Cosa ha lasciato in “eredità morale e politica” Antonio Segni alle future generazioni?  Ho chiesto al figlio Mario e ad Antonio Casu in occasione del recentissimo ricordo a cura del Gremio, per i 130 anni dalla sua nascita.

Da Mario Segni: “Mio padre, lascia un messaggio di rimpianto per un epoca che sotto tanti aspetti fu la migliore, fatta di uomini di grande spessore e di grande dirittura politica e morale”.

Dal Consigliere Capo Servizio e Bibliotecario della Camera: “Un esponente di primissimo piano negli anni della ricostruzione dopo la guerra, cha fa ripartire il tessuto democratico con pienezza di accenti, che ha un disegno chiaro di politica estera, un disegno chiaro dell’ambito e del perimetro dell’azione politica. Un moderato, ma con una spiccata sensibilità sociale”. 

Dal nostro punto di vista del Gremio lasciamo il nostro personaggio innamorato come non mai delle Sardegna e dei Sardi, e noi Sardi fieri e orgogliosi di lui, con questa significativa frase di Indro Montanelli, a proposito della relazione “d’amorosi sensi” fra Segni e Sardegna:

 “ L’amore di Antonio Segni per la sua Sardegna è qualcosa di carnale, ammesso che si possa usare questo termine per una persona così diafana. Ogni venerdì pomeriggio non c’è crisi politica, non c’è problema di Governo, non c’è tempesta metereologica che lo possa dissuadere dal prendere l’aereo per la Sardegna”.

Salutiamolo con questa ultima foto al Quirinale insieme ai componenti del Gremio:

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