Maggio 6, 2021

Il Suono delle Parole/Lavoro_a cura di Maggie S. Lorelli

Il lavoro è un dovere, oltre che un diritto. È un vincolo collaterale al patto sociale, una cessione parziale della propria libertà per poter godere dei frutti della civiltà. In questi tempi difficili, molte persone il lavoro lo hanno perso, o sono in grave difficoltà, avendo dovuto sospendere o rallentare le proprie attività, e questo ha creato una bolla di sospensione nella loro vita e una condizione di incertezza riguardo al futuro prossimo, non pianificabile secondo i consueti parametri. Se l’impiego viene a mancare, le condizioni di vita peggiorano e ci si rende conto che il lavoro ha a che fare con la dignità personale. Di più, forse, col senso di sé e della propria esistenza.

Anche se l’italiano in fondo è abituato a cavarsela e, per citare Marcello Marchesi, “chi non lavora, s’arrangia”. Purché non ci si dimentichi mai che il lavoro non coincide con la propria vita. Bisognerebbe, credo, non farsi coinvolgere al punto da identificare se stessi e la propria dimensione emotiva con ciò che si fa. È importante percepirsi come persone non inquadrabili rigidamente in nessuna categoria sociale. Ne va della libertà di spirito individuale. Automi, mai. Tuttavia è innegabile che la società funzioni bene e si evolva quando ognuno fa bene, con onestà e coscienza, il proprio mestiere.

Fortunato è chi svolge un’attività che lo appassiona, ma ognuno deve svolgere al meglio la propria funzione, per non essere usurpatore abusivo dei vantaggi del progresso, dovuto al sudore operoso di altri. Se qualcuno batte la fiacca e lavora tanto per fare, qualcun altro ne pagherà il danno. Senza contare gli effetti psicologici causati da chi, nella propria mansione non sia anche benevolo ed empatico. Chi, come me, ha ottenuto un lavoro, più lavori, con dure prove e sacrifici, sa che il lavoro è anche una conquista che richiede impegno e, si presume, merito. Soprattutto in un Paese in cui tanti lo ottengono per grazia ricevuta.

Ma non bisogna dimenticare chi non ce la fa. E allora si dovrebbe creare una rete sociale affinché ognuno sia valorizzato e aiutato a esprimere se stesso e a trovare la sua strada nella società, perché sono convinta che ogni individuo sia unico e possa dare un apporto creativo e originale alla comunità. Ciascuno dovrebbe fare ciò che sa meglio fare, sviluppare il proprio talento personale. E studino, i ragazzi, o si specializzino. Sono 73mila in Italia i posti vacanti per mancanza di personale qualificato.

Tutti i lavori sono importanti, e tutti richiedono professionalità, preparazione, competenza e impegno. E tutti richiederebbero – ricordiamolo, perché così non è – una retribuzione dignitosa. Che nessuno abbia a svilirsi e avvilirsi con “lavoretti” sottopagati perché è sfiduciato e non trova nient’altro. Quindi continuiamo a celebrare la giornata del Primo Maggio, con sobrietà e nel rispetto di chi ora il lavoro non ce l’ha, ma chi non lo onora abbastanza ricordi almeno i morti che ci sono stati per assicurare agli altri condizioni di lavoro migliori e più umane.

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