Giugno 23, 2021

L’importanza del riconoscimento e dell’apprezzamento nella cultura del lavoro come strumento per combattere il provincialismo_di Fabio Salis

“Grazie” è una delle prime parole che tutti noi abbiamo imparato quando eravamo piccoli. Ci è sempre stato insegnato che ringraziare gli altri quando qualcuno ci regala o offre qualcosa sia sinonimo di buona educazione, ma si può affermare con altrettanta convinzione che spesso il gesto del ringraziamento acquisisca il valore di mera convenzione sociale seguita passivamente, senza che alle spalle ci si ponga delle domande sulla sua effettiva importanza ed efficacia per le relazioni sociali. Talvolta capita anche che l’apprezzamento svilisca trasformandosi in strumento per chi, dedito alla piaggeria, si voglia mettere in bella luce davanti agli altri oppure brami di ottenere un favore in cambio, soprattutto nell’ambito lavorativo

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In generale nella società di oggi non viene mai impartita ai giovani l’educazione al riconoscimento del merito se il prossimo svolge bene il proprio compito o realizza qualcosa di positivo, né tantomeno alla cultura dell’apprezzamento nei confronti di chi merita un complimento. Se qualcuno si mette in evidenza per i propri meriti e capacità non viene gratificato, ma anzi, spesso avviene che venga continuamente svilito da chi si mostra incapace, in quanto i pregi e la felicità altrui vengono percepiti come un dispiacere. A ciò consegue il desiderio di distruggere i buoni risultati o i beni materiali del prossimo, preferendo la loro distruzione alla loro acquisizione personale.


L’invidia è un sentimento di dispiacere e di astio che si prova nei confronti della felicità, dei successi e pregi del prossimo, nonché una cieca volontà autodistruttiva in base alla quale si vede l’erba del vicino sempre più verde e si cerca a tutti i costi di mascherarla, per non renderla visibile agli altri, o di distruggerla, godendo nel vederla rinsecchire. Tra la sua distruzione o un proprio successo personale l’invidioso sceglierà quasi sempre la prima opzione. Alla base vi è l’incapacità culturale di guardare al di fuori della propria “aiuola” e di puntare al futuro facendosi guidare da uno spirito costruttivo che possa puntare alla crescita. Questo vale sia nel piccolo, ovvero nel proprio contesto lavorativo, che per esteso, nel territorio in cui si vive.

Abbiamo parlato dell’argomento con Giorgio Pisano che svolge l’attività di trainer dal 1991 ed è il titolare dal 2003 della Target School – Coaching, Training & Neuro Linguistic Programming di Quartu Sant’Elena, scuola che opera nel campo della formazione, della consulenza e del coaching individuale e di gruppo per lo sviluppo e la gestione delle risorse umane. Da trent’anni Pisano supporta le aziende in attività formative e di consulenza e da sedici offre servizi di Coaching Professionale ICF.


“In base alla mia esperienza nell’ambito comportamentale, nel mondo delle aziende esiste molto raramente la cultura del complimentarsi sinceramente”, così sottolinea Pisano, “e uno dei motivi principali per cui non siamo stati abituati a riconoscere il merito e a congratularci è il fatto che se facciamo bene qualcosa sia soltanto perché è dovuto, in quanto veniamo pagati per lavorare. Dal momento che i nostri colleghi non si complimentano con noi quando lo meritiamo, allora noi non lo facciamo a nostra volta con loro. Al contrario esiste la cultura della sgridata, dove c’è chi lavora bene, ma magari commette un unico sbaglio, e viene rimproverato, senza che si tenga conto di tutto il resto che ha fatto di positivo nell’attività lavorativa. Questo avviene a causa di un meccanismo mentale in base al quale l’essere umano osserva soltanto ciò che si trova fuori posto, mentre il positivo non viene visto, in quanto considerato all’interno della normalità.


In azienda spesso si tenta di sanare gli aspetti che non funzionano, invece per esempio in Spagna utilizzano un modello innovativo, l’appreciative inquiry, nel quale si ragiona in maniera contraria. Al posto di concentrarsi sugli aspetti negativi, ci si concentra su quelli positivi, perché gli errori derivano dai limiti dell’individuo. È controintuitivo, perché in realtà migliorando questi aspetti abbiamo più possibilità di migliorare anche quelli negativi, senza agire direttamente su di essi. Se solo ci concentrassimo bene sull’esterno, senza esserlo troppo su noi stessi, troveremmo tutti i giorni qualcosa di positivo da notare, anche solo facendo una passeggiata.”


Lo psicologo statunitense Robert Cialdini afferma nel suo libro “Le armi della persuasione” che all’interno di un’azienda quando ci si complimenta con i propri dipendenti, in realtà essi non solo gradiscano il complimento in sé, ma si sentano quasi in dovere di migliorare il valore della loro prestazione lavorativa per sdebitarsi: “il meccanismo dell’apprezzamento è potentissimo. Qualche anno fa una grande azienda fece una ricerca sui suoi dipendenti, quelli assunti a tempo indeterminato, e chiese loro di indicare cosa li motivasse a dare il meglio di sé stessi. Tra le risposte, subito dopo la motivazione dell’aumento dello stipendio, gli aspetti che motivavano di più i dipendenti a dare il meglio di sé stessi erano l’apprezzamento e il riconoscimento. Dovremmo essere più consapevoli del fatto che le persone siano motivate da questi aspetti, persino più potenti dell’aumento dello stipendio nel caso in cui tu guadagni già sufficientemente bene.

Un altro errore che spesso si compie è quello di pensare che il complimento debba arrivare sempre dall’alto verso il basso, ovvero ci si aspetta che siano sempre i titolari a doversi complimentare con i dipendenti. Dobbiamo sapere che loro in realtà non hanno nessuno che stia al di sopra, quindi se svolgono bene il suo compito è doveroso complimentarsi con loro, in quanto nessun altro lo farà al posto nostro, visto anche il fatto che i complimenti raramente arrivino dai suoi pari, a causa dei veti incrociati e di altre forme di invidia.”
La Sardegna è una terra dove le risorse non mancano, ma che storicamente ha faticato ad affrancarsi dalle catene dell’invidia che rappresenta uno dei motivi che la condanna ad una permanente situazione di arretratezza, in cui spesso gli individui vanno gli uni contro gli altri anziché agire con spirito di collaborazione. A questo proposito Pisano sottolinea: “Un mio caro amico antropologo, specializzato in antropologia della Sardegna, mi disse che noi sardi sappiamo di essere invidiosi, perché la viviamo quotidianamente ed è anche altrettanto vero che la maggior parte dei sardi che vivono al di fuori dall’isola non affermano che la cultura dell’invidia sia diffusa come da noi, ma l’invidia esiste anche in tutto il resto del mondo e io non sono così sicuro che ci appartenga più di quanto appartenga ad altri”.


Negli spazi socialmente angusti, in cui regna uno spirito di contrapposizione, si assiste inoltre ad un fenomeno tipico del provincialismo, in base al quale si preferisce che a far successo sia una persona che arrivi al di fuori piuttosto che un proprio compaesano o concittadino. Spesso non si comprende che un maggior spirito di cooperazione potrebbe avvantaggiare tutti, creando nuove opportunità di sviluppo e di crescita, in una società aperta dove gli individui possano trovare un reciproco vantaggio e una soddisfazione reciproca, anche perseguendo interessi differenti: “senza ombra di dubbio l’invidia limita le prestazioni lavorative e lo sviluppo. Per eliminarla non è sufficiente solo riconoscerla come “metastasi”. Einstein, in riferimento alla fisica, affermava che un problema non si risolve mai sullo stesso livello nel quale si presenta. Dunque, per fare una metafora, chi è invidioso deve lavorare sul sistema immunitario e non sulla cellula metastatica. Questo perché c’è una parte identitaria conservatrice che ci invita a restare come stiamo, quindi diventa difficile risolvere un limite singolo.”


Dal punto di vista professionale, Giorgio Pisano si occupa anche di servizi di mental coaching a squadre sportive professionistiche e atleti di alto livello. Il riconoscimento del merito si trova alla base dei veri valori dello sport e può essere un’utile medicina per la vita, ma purtroppo fa meno notizia a livello mediatico rispetto agli episodi negativi: “indubbiamente ci sono bellissimi esempi di cultura dell’apprezzamento e di riconoscimento del merito dell’avversario, come per esempio accade nel rugby con il terzo tempo. Il problema è che la maggior parte di essi restano nel privato. Inoltre nel calcio non capita quasi mai che venga sottolineato il merito dell’avversario. Quando un allenatore dice ai suoi giocatori che hanno perso perché hanno giocato male è assolutamente controproducente, ma se dice che l’avversario ha vinto perché si è allenato meglio di loro, allora i giocatori cominciano a concentrarsi sul questo fatto e allora lavorano per elevare il loro standard. Qui si tratta di un fatto di cultura in generale: se si imparasse a riconoscere il merito degli altri, allora ci si allenerebbe a capire quali aspetti bisogna migliorare”.

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