Agosto 7, 2022

A Costanzo Spineo, romano verace, sardo per amore_di Antonio Maria Masia

A 83 anni, il mio carissimo amico, autentico romanaccio “de San Giovanni” (ci teneva sempre a rimarcare con fierezza l’appartenenza a questo tipico popoloso quartiere della Capitale), generoso  e anche  fumantino ci ha lasciati tutti per sempre, ironico e sornione come faceva lui: parenti e amici a proseguire, volenti o nolenti, i nostri percorsi, a scadenza, fra gioie e dolori, glorie e miserie. Come dire: mo’ so’ affaracci vostri…

Ci ha lasciati nella condizione da lui desiderata, così come voleva testardamente, da sardo acquisito anzi testardo più di un sardo originale: in servizio permanente effettivo, e in Sardegna, nella sua seconda casa del cuore e dell’azione.

Io lo sapevo, o meglio lo deducevo, seguendolo da lontano e, da qualche anno, purtroppo senza più contatti di persona, non c’entra il covid che, dannato, se l’è portato via!

Io sardo/romano a Roma ormai pensionato, seppure impegnato per passione nel sociale culturale e lui romano/sardo a Olbia in Sardegna, ancora, a dispetto dell’età, professionalmente impegnatissimo nella comunicazione e nella rappresentanza attraverso le sue importanti e apprezzate competenze giornalistiche e di conduttore televisivo.

La mia deduzione è stata confermata dalle parole affettuose, commoventi, ma non mielose del figlio Giammarco, anche a nome della sorella Claudia e della madre Carla, l’altro giorno nella sua Chiesa di appartenenza, piena di parenti, amici e conoscenti, compatibilmente con le osservanze del tempo pandemico che attraversiamo: “amavi la Sardegna all’inverosimile, non eri in grado di staccarti da lei, hai voluto finire la corsa lì.”

E’ proprio così, era scritto nel suo dna!

La classica panchina del pensionato, la detestava da “dissacratore, sarcastico, ironico, goliardico, quasi da sbruffone” come lo racconta Giammarco. A quell’attrezzo da quiescenza, mai un pensiero. Una soluzione del genere: semplicemente inaccettabile, tanta era la sua vitalità, il suo dinamismo, la sua curiosità umana e intellettuale.

E così, carissimo amico, saltando la panchina, sei passato dai tuoi amati giornali, giornaloni e schermi tv: Il Messaggero, La Nuova Sardegna  a Sassari e Cagliari, La Repubblica, Videolina, Tele Costa Smeralda, Gallura Live….  , dove riempivi pagine di commenti, cronaca, opinioni e resoconti, e piacevoli e urticanti, interviste (da pungiglione)…  ad impegni diretti e indiretti nelle vesti di operatore e organizzatore di eventi culturali e imprenditoriali, in Sardegna.

In quella terra dalla quale, ci dice Giammarco, è arrivata, e non poteva non arrivare confermo io, una chiara, spontanea e genuina “ondata d’amore”, di stima, di riconoscenza, di profondo dispiacere per questo doloroso ritorno definitivo nella tua Roma.

Eri, o meglio apparivi, brusco, a volte ruvido seppur sempre sorridente, battutista inesauribile graffiante e gentile, ma sempre capace di conquistare immediatamente empatia, credibilità e relazione. E queste tue innate caratteristiche, nella mia Terra ti sono state ampiamente riconosciute, facendotela diventare la tua Terra di elezione. E l’Isola ti ha sempre risposto con l’attenzione e con l’affetto che meritavano le tue iniziative, le tue attività, la tua capacità di scrittura, di costruire…

Salutandoti per l’ultima volta, davanti al piccolo contenitore delle tue ceneri, ho rivissuto, tra le preghiere che, ahimè! come al solito non mi riescono bene (ma questo è un mio problema irrisolto), le parole del tuo Giammarco e le espressioni delle tue donne, come in un film, la nostra lunga, sincera e affettuosa amicizia. Come detto, un po’ trascurata in questi ultimi tempi, non certo per disamore o disaffezione, ma perché entrambi impegnatissimi con testa e fisico in altre cose, distinte e distanti. Ci ripromettevano spesso di ritrovarci: a Natale, a Pasqua, quando passo per Olbia, quando torno a Roma… insomma è andata così… abbiamo perso tempo, rinviato il tempo, ora il tempo non c’è più. Mai rimandare troppo, specie ad una certa età, tipo la nostra.

Ci eravamo conosciuti in occasione del campionato di prima categoria del calcio dilettantistico sardo del 1975-76 che tu seguivi come caporedattore della Nuova Sardegna. Di calcio tu eri un noto profondo conoscitore, ottimo cronista, e gran penna  ed  io allora come presidente mi occupavo delle sorti della Polisportiva Ittiri che militava in quel settore.

T’eri inventato, contribuendo non poco alle vendite del tuo giornale anche nel Campidano dove imperava l’Unione Sarda, :”Il nostro referendum a premi, La Nazionale Sarda, eletta tra i giocatori dilettanti delle squadre dell’Isola (la seconda edizione).

Una genialata!

Da quel momento, l’acquisto del giornale e il ritaglio del tagliando da compilare e poi consegnare in gran quantità diventavano un mezzo per le tifoserie per continuare le scelte e le manifestazioni di condivisione o meno dei rispettivi beniamini. Allora non c’erano social, computers e smartphone di sorta! Solo il giornale e la radio, qualcosina in televisione.

Le scelte dei “miei” tifosi per l’utilizzo di qualche giocatore locale non coincidevano in quella stagione con quelle dell’allenatore che io sostenevo a spada tratta, ritenendolo bravo e adeguato, così com’era il rimpianto e apprezzato Nanni Moretti. E così una parte della “curva” aveva iniziato a contestarmi duramente con manifesti e lettere alla Nuova, indicandomi come un “Duce” incapace di accogliere critiche e suggerimenti. Si voleva la sostituzione dell’allenatore.

Questa vicenda fu l’occasione per incontrarci ed ottenere un piccolo ma significativo risarcimento di corretta controinformazione sul giornale a me finalmente favorevole, visto che sino ad allora aveva assecondato, così almeno ritenevo, le proteste della tifoseria.

 Il nostro incontro lo riferisci così nella tua singolare, curiosa, ma piacevole e graditissima, prefazione al mio libro: “Quel Calcio nel cuore” del 2010 ove racconto sin dagli inizi la storia dell’Ittiri calcio che insieme ad alcuni amici avevo fondato nel 1966: “Amicizia: ho conosciuto e frequentato Antonio a Sassari, io ero redattore capo della Nuova Sardegna, lui alla Comit di piazza d’Italia. Ci siamo annusati e subito piaciuti. Anche le nostre mogli, Carla e Toia, legarono all’istante”.  

Questo era il tuo stile; rapido, essenziale, immediato, brillante, pungente, privo di retorica. A conferma riporto ancora dalla citata prefazione questo capitoletto: “Stupore: negli occhi lo stupore, come di un bambino appena premiato dai genitori per un compito ben riuscito a scuola o per un dono ricevuto a Natale. Portai Gigi Riva nella casa di Antonio a Pisa (ndr: dove abitavo e lavoravo, nel gennaio 1987), dopo una partita del Cagliari contro la squadra locale. Antonio sembrava elettrizzato dalla presenza di “Rombo di tuono”, offrì thè, pasticcini, soprattutto papassini. Come a dimostrare ancora una volta la sua sardità.

Alla prova dei fatti, caro Costanzo, la sardità degna di nota e merito era e rimane la tua, acquisita e ampiamente meritata con amore e dedizione verso il luogo e la gente chi ti ha accolto e riconosciuto. La mia è naturale normalità.

Da allora è stata una bella e feconda amicizia, tu eri ricco di suggerimenti e consigli specie per il mio Pietro adolescente e lo travolgevi d’affetto con romanzine e raccomandazioni,  con piglio e autorevolezza, come facevi con i tuoi, e lui una volta mi disse: “mi parla come se fossi tu, ma gli suggerisci le cose da dirmi? Ti voleva bene, ti ricorda sempre e ha sofferto la tua scomparsa.

Caro Costanzo, come sai, ci legava un altro Costanzo, conosciuto ai tempi dell’Ittiri calcio. Costanzo Dettori che, da ex grande calciatore della Torres in serie C venuto da noi verso la fine della sua carriera, faceva in campo quelle prestazioni di tecnica e rendimento che gli consentirono di affermarsi nella tua Nazionale Sarda, nel ruolo di libero.   

Siete mancati tutti e due a distanza di pochissimo tempo, a causa del pidocchietto in corona! D’un colpo ho perso i due Costanzo, gli unici due, con quel forte nome imperiale, che avevo fra gli amici più cari. Persi, ma intatti nel ricordo e nel cuore!

Chissà dove siete!

Mentre venivo via dalla Chiesa salutati i tuoi e un ultimo sguardo all’urna, mi ritornavano in mente questi interrogativi posti da una tua poesia che Giammarco, per farti uno scherzo, anzi per restituirtene uno dei tuoi, e per sdrammatizzare l’emozione palpabile, aveva chiesto ad un suo amico di leggere: “ Chi siamo? Chi sono? Non lo so?

Dopo l’appassionata e coinvolgente lettura mi appariva all’improvviso un lato di te che non conoscevo, la tua anima poetica e tenera che c’era, e tenevi nascosta sotto quella corazza di burbera apparenza.  “Quel lato di te molto intimo, che hai sempre tentato – racconta Giammarco – di nascondere… ma che tanto, conoscevamo tutti…

Sentivo il desiderio di capire meglio e di risponderti “in differita” e per essere in grado ho chiesto, allora, ed ottenuto la tua poesia:

Chi siamo?/ Passano i giorni e non so/ se nel mio cuore/ qualcosa resta, / se di me resta qualcosa nel mondo./ Chi siamo?/ Chi sono?/ Non lo so?/ Vuota conchiglia sulla  spiaggia del mare,/ tu non sei nulla e resisti./ Ora i miei giorni/ splendono di vita/ ma non hanno un domani. / Cent’anni, molto meno… e neppure la cenere/ resterà di me. E se non sai vivere questi/ brevi giorni, / e se il solo tormento sai/ creare in te,/ vivere…/ quant’è bello vivere/ solo per quell’angoscia/ del nulla./ Vivere e… sorridere/ finché dura la nostra/ carica di giocattoli”

La leggo e la rileggo, Costanzo, ma, ai tuoi versi così intensi e profondi, non trovo risposta adeguata e definitiva. Del resto, come penetrare il mistero delle nostre esistenze, di questo breve o lungo passaggio assegnatoci?

Ecco, assegnatoci? E lì il punto di riflessione: da chi e come e perché? Giocattoli di chi?  

Ma una piccola consolazione ci rimane e te la spedisco da quelle parti, ma di sicuro il fatto lo sapevi e a maggior ragione lo sai ora: di chi va via, se ha ben seminato con generosità d’affetti e d’intenti, rimane nel cuore e nella mente di chi resta il profumo intenso, il sapore di pane, il ricordo indelebile. E tu hai ben seminato!

Tu ci lasci queste cose… ed è tantissimo!

Ma forse, per chiarirmi le idee, dovrei, dopo questa mio tratto di strada con te, fare più attenzione alle preghiere, magari frequentando con una certa continuità la Casa del Signore, e non solo per i matrimoni o i funerali di turno, come mi capita finora. Vediamo.

Ciao Costa’…  a nos bidere… in cussu logu inue che ses como.   

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *