Agosto 6, 2021

Se l’avversario interno è più forte di quello esterno_di Giorgio Pisano

Quando l’avversario interno è più forte di quello esterno. Capita nello sport ma anche nella vita di tutti i giorni

Nel 1984, un atleta non particolarmente noto in ambito internazionale, trionfa nella maratona di New York.  Era Orlando Pizzolato. Quella vittoria, impensabile per gli appassionati dell’atletica, trasforma Orlando in uno “spietato” atleta che si riconferma anche l’anno successivo nella maratona più conosciuta al mondo, nonché alle Universiadi.

La prima vittoria di Pizzolato fu  impensabile per qualunque esperto di “fondo”, ma non per lui. I giornalisti di tutto il mondo, sorpresi dal risultato, gli chiesero se  fosse stato difficile ottenere quel risultato e se lui stesso fosse sorpreso da quanto ottenuto. La risposta lasciò tutti di stucco. “E’ stato più semplice di quanto avessi immaginato”. Orlando non voleva certamente essere irrispettoso nei confronti di nessuno, ma precisò subito il suo pensiero: Quella vittoria, nella mia testa, l’avevo già ottenuta centinaia di volte. Quel finale trionfale, l’avevo “percorso” mentalmente in migliaia di allenamenti. Quando poi si è concretizzato, è stato un semplice “dèjà vu”.

Pizzolato aveva già plasmato la sua mente su qualcosa che, nella realtà, non si era ancora verificato. Nel momento della gara, la “testa” è stata una perfetta alleata. Non ha fatto nulla di diverso di quanto si era esercitata a fare.

Lo sport di alto livello, però, è in grado di raccontarci esempi diametralmente opposti.

La “testa” dell’atleta può trasformarsi in un avversario più ostico di quello reale. Pressione, tensione, ansia, aspettative, convinzioni limitanti, possono diventare un secondo avversario, ed, in alcuni casi, l’unico.

L’atleta si ritrova a competere su due fronti: uno interno ed uno esterno. Due gare in una.

Qualunque disciplina sportiva può proporci esempi di atleti che in allenamento sono in grado di ottenere prestazioni che non trovano conferma in gara. La tensione agonistica (che generalmente è il più potente propulsore dell’atleta) può trasformarsi in un freno che inibisce il potenziale.

Noi spettatori, quando assistiamo ad una competizione, vediamo l’atleta nel suo “gesto esterno” ma, nel contempo, è molto probabile che stia vivendo un “dialogo interno“, (produttivo o meno) oppure stia tentando di gestire la “percezione” degli elementi suindicati affinché non diventino dei sabotatori interni.

Ma è proprio quando l’atleta tenta di combattere contro un avversario apparentemente  invisibile che questo prende forma.

Ma i sabotatori interni (o avversari interni) esistono soltanto per gli atleti, oppure, anche noi, comuni mortali, ne siamo vittime nella vita personale e professionale?

Ogni mese l’Istat ci ricorda il tasso di disoccupazione. Considerato che la notizia rimbomba su tutti gli Organi di Informazione, nel mio caso specifico, in 35 anni di lavoro, il mio cervello avrà sentito notizie di quel genere per non meno di 4.200 volte. Quasi mai,  invece, la notizia viene data proponendo l’altra faccia della medaglia, ovvero il tasso di occupazione (90 a 10).

Fortunatamente, nel mio caso, ci pensava mia mamma, figlia di un contadino, che mi invitava a fare un cambio di prospettiva e mi ricordava costantemente che dovevo osservare e trovare ispirazione in chi lavorava e non il contrario.

Che tipo di convinzione si anniderà nel cervello di una persona inoccupata se ogni mese gli viene ricordato il tasso di disoccupazione e non quello di occupazione? Che tipo di comportamento verrà fuori da una manipolazione di questo tipo?

Sempre per stare nello stesso ambito, c’è un’altra faccia della medaglia. Da quando c’è stata la rivoluzione digitale, ogni anno si ricercano 100 mila figure IT e la metà di questi posti rimangono vacanti. Ma lo stesso capita quando si ricercano fabbri e saldatori. Come cambierebbe la motivazione e la prospettiva sul futuro se queste notizie rimbombassero ogni mese come le “sentenze” dei dati Istat?

Oppure pensiamo ai colletti bianchi che vengono licenziati a 50 anni e ritengono che alla loro età non li assumerà più nessuno poiché troppo costosi  rispetto ai giovani assunti con l’apprendistato.

Ma sia loro che le Aziende dovrebbero sapere che una ricerca condotta dall’Università Israeliana di Haifa, qualche anno fa, ha dimostrato “che il momento di maggiore produttività di un dirigente arriva fra i 50 e 60 anni, con più precisione intorno ai 57 anni”.

Insomma, è probabile che pressione, tensione, ansia, aspettative, siano i  sabotatori interni degli atleti, ma anche noi, comuni mortali,  siamo impregnati di convinzioni limitanti che si trasformano in un avversario invisibile che alberga dentro di noi e, come se non bastasse, lo nutriamo senza rendercene conto, piuttosto che estirparlo.

Eppure basterebbe scegliere quali notizie leggere oppure imparare l’arte del discernimento.

In ogni caso, come in qualunque esercizio (fisico o mentale), se ci si allena a gestire i processi interni, l’avversario invisibile potrà diventare il più potente alleato, consentendoci di conquistare risultati apparentemente irraggiungibili, negli altri casi, sarà capace di “limitare” le abilità di cui siamo dotati, e, soprattutto, sciupare anni di allenamento e studio.

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