Settembre 26, 2021

La mia Carrà_di Fabio Marceddu

Se n’è andata in sordina, dietro le quinte, dopo essere stata la indiscussa protagonista per oltre mezzo secolo del mondo dello spettacolo e dell’arte in Italia e nel mondo.

Per me è come se una persona di famiglia se ne fosse andata: ieri la rovente giornata di un lunedì di mezza estate è stata spezzata da un messaggio inaspettato che aveva il “sapore” delle campane a morto

A las cinco de la tarde… ho ricevuto via sms da un’ amica questa notizia, e da quel momento un improvviso senso di spaesamento e assenza mi ha posseduto.

Le devo molto, anche se mai la incontrai, lei ha rappresentato uno dei punti fermi della mia vita, che si traduceva in leggerezza, coraggio di essere se stessi, e soprattutto applicazione ferrea e rigore nel proprio lavoro.

Su di lei hanno scritto tutti e di tutto, santificata e demonizzata, insignita (all’estero) delle più alte onorificenze, spesso osteggiata e criticata per essere stata precorritrice di idee ed epoche.

Ossimoro vivente,  sapeva essere la più erotica e desiderabile, la prima ad aver scoperto l’ombelico, creando quasi una crisi istituzionale, e al contempo rappresentare la vicina di casa a cui affidare le proprie confidenze; icona sessuale e persona normale amata da tutti.

Ed in tutto questo una capacità artistica a 360 gradi, non certo casuale ma frutto di uno studio matto e disperatissimo che l’ha resa immortale quand’era ancora in vita.

Ecco perché la notizia della sua morte ci coglie impreparati e increduli, e suona stonata: non muoiono gli immortali.

Sono cresciuto scimmiottando davanti allo specchio il tuca tuca, e  Noi Esseri “sessualmente fluidi”  dobbiamo a Raffaella il primo sdoganamento di quel che un tempo in televisione (e non solo) non era neanche nominabile. Lei non faceva proclami a favore della causa LGQBT (etc) Lei viveva tutto in maniera naturale come era giusto che fosse, affermando di essere stata cresciuta da due donne (sua nonna e sua mamma) e di essere venuta su più che bene, ed in poche parole spegneva qualsiasi polemica a riguardo.

La stessa parola icona, usata per definirla è riduttiva.

La mia Raffaella era la Raffaella di tutti, che trovavi ovunque nel mondo, e che potevi ascoltare quando cantava Rumore, sia inglese che in giapponese (che in tutte le altre versioni in più di 10 lingue diverse).

Era avanti e mi/ci  ha tenuti per mano nel suo essere unica e pioniera, leggera e impegnata, come quando dopo aver inventato la tv del mezzogiorno smetteva i panni dell’anchor woman che intervistava Madre Teresa, e riprendeva a far l’amore da Trieste in giù ballando  da capogiro per poi chiudere il programma contando i fagioli dopo il tg.

Ho sempre visto in lei sin da bambino un esempio da seguire.

E quando nel 2003 mi sono trasferito in Spagna, ritrovarla anche nella Penisola Iberica, è stato un po’  come stare a casa e condividere con i cugini madrileñi “un  cariño  ” comune; Raffaella, come disse Almodovar, non è una donna è uno stile di vita.

E del suo stile ci siamo nutriti e ubriacati ma anche formati e inebriati.

D’altronde il music hall che la celebra attraverso le sue canzoni, è stato fatto “con la sua benedizione quando lei era ancora in vita, quindi in odore di santità”.

Riccia e bruna alla nascita, è stata per decenni naturalmente e per tutti bionda, già il suo caschetto è quindi sinonimo di forza e tenacia e di quanto una ferrea volontà possa plasmare e rendere ad immagine e somiglianza di quel che si anela essere, anche se stessi.

Mi mancherà la sua risata, il suo riempire la scena, sapendo ascoltare gli altri, le sue battaglie sublimi condotte dietro le quinte e mai urlate, ed il suo essere a tratti border Kitsch.

“Io spero solo che nel tempo chissà dove chissà quando tu pensi a me”

¡Que dolor!

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