Dicembre 14, 2025
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Anna Magnani e Marilyn Monroe a New York. È il 1959. Tre anni prima della morte di Marilyn – a Los Angeles, 5 agosto 1962 –  riceve il David di Donatello come migliore attrice straniera. La Magnani ha già vinto l’Oscar per “La rosa tatuata” (1955). Un testo scritto per lei da Tennessee Williams, che per la verità le aveva proposto il palcoscenico di Broadway. E il drammaturgo scrive anche un altro testo per la Magnani, “La discesa di Orfeo”, che diventerà un film nel 1960, “Pelle di serpente”, regia di Sidney Lumet , coprotagonista Marlon Brando.

Il ‘59, per Marilyn, è un anno positivo, il pubblico accorre nelle sale per un grande successo firmato Billy Wilder, “A qualcuno piace caldo”. In effetti questo periodo della Monroe, si può leggere in due modi opposti. Lei progettava film e studiava recitazione per mostrare ai padroni di Hollywood che era un’attrice drammatica. Ma loro non le davano alcuna fiducia: pensavano che fosse totalmente fragile, depressa. Forse l’aspetto drammatico della recitazione di Marilyn appariva più dagli scatti dei grandi fotografi, come Elliott Erwitt e Richard Avedon, che dai film. Con un’eccezione.“Sei proprio una bella donna, è un onore stare vicino a te, non capisco perché sei così triste”, dice Clark Gable a Marilyn Monroe. “Gli spostati” è proprio un grande film. E pensare che, nonostante le ottime critiche, non ebbe successo. Fu girato nel 1960, nelle sale nel ‘61, solo più tardi fu rivalutato. Con Marilyn e Gable lo interpretano Montgomery Clift e Eli Wallach. Quattro spostati che credono di essere “ribelli senza padrone” ma vivono una vita di sofferenze e frustrazioni. Finiscono nel deserto del Nevada a catturare cavalli selvaggi. Ma poi li liberano, sconvolti dalla loro stessa violenza. È metafora della precarietà della vita, della società, di Hollywood. Probabilmente la migliore interpretazione drammatica di Marilyn Monroe, a un anno dalla morte. Il film è un capolavoro, diretto da John Huston e scritto da Arthur Miller. Bravissimi i protagonisti, Marilyn fa impazzire un po’ tutti, arrivando in ritardo per le riprese, ma alla fine fornisce una splendida prova. Prima di  inabissarsi nei suoi personali malesseri. Eppure contemporaneamente pensava ad un film su Jean Harlow, attrice che amava e a cui si era ispirata. Omicidio o suicidio? È un mistero. Comunque una fine amara, una realtà triste che aveva segnato tutta la sua esistenza. Era nata a Los Angeles il primo giugno 1926.Fin dall’infanzia, da una casa a un collegio, con la madre malata. Trova un lavoro durante la guerra e lì incanta un fotografo. Diventa modella e poi attrice, piccole parti, a volte tagliate dal regista. Finisce il film e lei perde il lavoro. Pare che, senza soldi, sia stata costretta a prostituirsi. Ma, quella vita difficile, non è riuscita a farle mollare il cinema. Lei voleva diventare una diva, leggeva molto, studiava recitazione, migliorava come attrice. Ricordiamo “Niagara”, “Quando la moglie è in vacanza”, col famoso vestito bianco svolazzante, “Gli uomini preferiscono le bionde”. Tutti film che, nonostante la malinconia che l’aveva imprigionata da ragazza, lei faceva con una forza incredibile. Si, Marilyn era una donna forte, aveva idee e talento. Per questo la sua fine resta un mistero. Spesso fuggiva a New York, dove incontrava Lee Strasberg e studiava. Era diventata molto amica della figlia, Anna Strasberg, che diventò famosa con “Kapò”di Gillo Pontecorvo. Fuggiva a New York, perché l’ambiente di Hollywood era terribile. Cercava consolazione nelle storie d’amore. Tre volte si è sposata. Poi Marlon Brando e Frank Sinatra. E tanti altri.Lei cercava qualcosa di non comune. Ha detto:”L’imperfezione é bellezza, la pazzia è genialità,ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi”.

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