Aprile 15, 2026

Per gli 80 anni di Liza Minnelli_di Giorgio Ariu

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Di un incontro con Liza Minnelli puoi scrivere anche dopo dieci anni. Stesse emozioni, stesse vibrazioni, stessa sensazione di non riuscire a raccontarla tutta.

Ti rimane dentro: dolce, aggressiva, trascinante, ironica, romantica, sexi e malvestita, trasudante carisma e professionalità. Al mondo un’altra star può starle accanto, Barbra Streisand, ma quando Liza alla voce accompagna il ballo diventa irraggiungibile. Se a Milano i due spettacoli al Nuovo hanno paralizzato il centro, a Lido di Ca- maiore, a Bussoladomani, quel gran contenitore che è il Teatro Tenda, ha visto in estasi settemila persone (quasi un centone la poltroncina), mani spellate e cuore aperto per farsi prendere dalla cantante attrice ballerina dalla carica avvolgente, dallo straordinario magnetismo.

Nello show si racconta e comunica subito, canta, balla, recita, suda, si spoglia, si riveste, dialoga col pubblico: «Firenze con piazzale Michelangelo mi ha sedotta; mi sembra un sogno essere qui in Italia, quasi a casa mia. Mi chiamo Liza e si dice Laisa, seguitemi alla scoperta di Broadway».

Inizia qui il musical, coi suoni tra il blues e il jazz, l’intrattenimento, il monologo tutto feeling di un avvenimento che forse non si replicherà piùin Italia. Grappoli di operatori Rai, nugoli di foto- reporters orfani del flash, una scenografia essenziale, un silenzio religioso.

Quando attacca a parlare (per la mia insufficienza nelle lingue mi soccorrono Amanda e Stefania Sandrelli, splendide e incantate traduttrici a braccio) ha già sceso i primi gradini di una scaletta. Inizia a cantare esaltando i dodici orchestrali della sua band diretta proprio al centro dal batterista.

Punta diritto a conquistare subito la gente, occhi sgranati, attacca a pugni chiusi, alla grande. Sul palco non ha tanto spazio ma scivola in mezzo agli orchestrali, dissimula il talento da danzatrice, ride di sé perché goffa, sembra anni luce distante da mammi, quella favolosa maestra che è stata Judy Garland. Poi si scatena nella danza, le gambe ora sembrano l’autosole, il corpo luccicante di paillettes chiede un solo boy e arrivano Jerry e Michael, partners stile America, tutta professionalità. E inizia a gocciolare sudore sino a bagnare i prima fila. I capelli, scomposti a grappoli, le pazze e interminabili ciglia finte che sbattono (si prenderà in giro anche per quelle), gli occhi fissi sul pubblico rapito dalla regina del cabaret.

Le pause per mandar giù del caffè, per travestirsi, per farsi teneramente asciugare, poi New York New York, ed è un boato.

In mattinata, durante una breve intervista, aveva confessato che non s’aspettava tanto calore dagli italiani, tanta voglia di musical, uno show davvero raro per le nostre platee. E di sé: «solo dopo il trionfo di Cabaret ho capito che valevo abbastanza; ma la vita non è mai cambiata perché vivo molto semplicemente, non da diva; il ricordo più dolce l’ho per mia madre, della quale ho amato pregi e difetti».

“It was a good time” e la gente le lancia le rose. Per Cabaret ha il body nero e tutto è intonato, è davvero lei, Sally Bowles: la vita è un cabaret, usciamo, non stiamo rinchiusi, da soli.

È il gran finale, tutti in piedi ad applaudire e lei che ride, sorride, s’asciuga, scappa via, ritorna. Una stella che incanta vai bene dieci minuti a mani spellate.

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