Luglio 14, 2024

Guspini: i percorsi penitenziali_di Tarcisio Agus

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I pellegrini che percorreranno il cammino di Santa Barbara da Montevecchio, attraverso Sa ia de sa mena (la via della miniera) sino al centro di Guspini, non potranno fare a meno di fermarsi nell’ampia piazza sovrastata dal duomo catalano di San Nicolò, ultimamente intitolato anche il “Duomo dei Re”, perché al posto dei leoni, come si usava porre all’ingresso o dentro molte cattedrali a difesa della  Chiesa,  nel nostro tempio la protezione è affidata ai busti marmorei dei Re di Spagna, indomiti paladini del cristianesimo: Filippo II e CarloV.

Facciata della Chiesa di San Nicolò

Per i devoti a Santa Barbara il duomo custodisce, sotto il pavimento della seconda cappella a destra dell’ingresso, le fondamenta di un preesistente tempio pagano in “Antis”, che i condannati cristiani ad Matella dei cantieri minerari romani sottostanti intitolarono a Santa Barbara. Forse la più antica  testimonianza in ambito minerario, poi gli aragonesi, non interessati alle miniere, la intitolarono a San Nicolò e gli stessi la demolirono per erigere  l’attuale tempio, sempre  a lui dedicato, nel 1620.

Il complesso ecclesiale  fu voluto fortemente del venerabile guspinese Joseph Atzory e dalla comunità locale, con una raccolta di fondi e con un lascito del 23 settembre 1585, subito dopo il saccheggio  del vicino comune di Pabillonis e Gonnosfanadiga ad opra dei turchi. Evidentemente il sollievo dello scampato pericolo portò gli abitanti ed i funzionari regi, (Guspini era un villaggio del Regno Catalano – Argonese  sotto il controllo diretto del re),  a  erigere un nuovo e più imponente tempio  intitolato a San Nicola di Mira, (San Nicolò) sotto la tutela e protezione dei re, strenui difensori dei cristiani contro i musulmani.

Il culto di San Nicola era ben noto in Spagna attraverso il cammino di Santiago de Compostela, che concorse alla sua diffusione, tanto che ancora oggi San Nicola è accostato a San Giacomo (Santiago), che ristora il pellegrino e lo protegge dagli infedeli.

Di San Nicola si narrano almeno tre miracoli riportati da Michele Archimandrira, che rileviamo da P. Gerardo Cioffari, direttore del Centro Studi Nicolaiani Basilica di San Nicola di Bari:

“De Nautis” (I naviganti). “Esso narra di naviganti sorpresi da una tempesta, e che invocano San Nicola. Questi appare e li aiuta a governare e raddrizzare la nave. Quando sbarcano nel porto e si recano in chiesa, lo trovano vestito semplicemente da prete e lo ringraziano. Nicola li esorta alla virtù”.

– “De navibus frumentariis” (Le navi che trasportano grano). “C’è carestia a Mira. Un giorno nel porto giungono navi che da Alessandria trasportano grano a Costantinopoli. Nicola convince i capitani a lasciare una certa quantità a Mira, che salva la popolazione dalla fame. Quando il grano verrà pesato a Costantinopoli, il peso corrisponderà a quello misurato ad Alessandria”.

 –“Thauma de Artemide”, noto anche come “Vasetto d’olio malefico”. “Nicola aveva distrutto il tempio di Artemide (= Diana), scacciandone i demoni. Uno di questi, dopo la morte del Santo (quando sono cominciati i pellegrinaggi), decide di vendicarsi. Prende le sembianze di una devota e consegna un vasetto d’olio da portare alla chiesa del Santo a Mira, nell’intento di renderla fonte di disgrazie. Durante la traversata Nicola fa gettare il vasetto in mare, il che provoca un violenta tempesta di flutti infuocati. Il Santo placa la tempesta e spiega ai naviganti l’inganno del demonio”.

Questi aspetti delle tre narrazioni con esortazione alla virtù, ad aver fede e combattere le avversità della vita, sembrerebbero aver ispirato l’illuminato rettore di San Nicolò, Dott. Juan Pablo Sirena di Tempio, che nell’anno 1800 completò il duomo.

Nell’ultimo adeguamento liturgico del complesso ecclesiale del 2015, che prevedeva l’innalzamento dell’ara sacrificale, punto centrale del presbiterio, l’architetto Angelo Ziranu venne colpito dalle caratteristiche interne dell’edificio di culto e nella prima parte della relazione riporta:  “Durante il nostro approfondimento sulle caratteristiche dell’edificio e sul suo impianto iconografico interno, abbiamo rilevato che le cappelle, nella loro variegata definizione formale, sono dedicate e accostate nel rispetto di un immaginifico percorso di avvicinamento al recinto presbiterale.

L’importante osservazione ha permesso di rilevare che nel tempio di San Nicolò sono presenti due cammini penitenziali. Una traccia degli antichi “percorsi penitenziali”, viene ancora rappresentata nella seconda cappella a sinistra dopo l’ingresso, dedicata alla Madonna del Carmine, dove ancora oggi moltissimi fedeli  vi sostano pregando in silenzio con l’accensione di un cero.

A questa scoperta iconografica si è provato dare risposta, ma non avendo documentazione scritta ci si è rifatti alla storia della parrocchiale.

Nel 1700 la popolazione della Sardegna  era ancora immersa in una profonda arretratezza culturale, dovuta in particolare al vasto analfabetismo per carenza di istituzioni scolastiche. Le riforme del ministro Bogino (1759 -1789) tendenti a migliorare l’economia dell’isola ed a italianizzare i suoi abitanti attraverso l’istituzione  non ebbe successo. A Guspini ad occuparsi della scolarizzazione dei suoi abitanti fu per la prima volta il sacerdote guspinese Giovanni Maria Mancosu, che nel 1750 istituì un legato per la fondazione di una Scuola Ecclesiastica. Il legato era dato da 30 starelli di un terreno in loc. “Ecca de Pardu” e da una vigna con una estensione di 15 starelli. Il ricavato del lodevole legato non risultarono sufficienti per una giusta retribuzione agli insegnanti e del fatto venne interessato il Pontefice Pio VI. Il Papa, nel 1793, con una sua bolla stabiliva che la Scuola Ecclesiastica di Guspini dovesse a tutti i costi funzionare ed obbligò l’allora Rettore Giovanni Paolo Sirena ad integrare il lascito Mancosu, con le decime della parrocchia. Il Dott. Juan Pablo Sirena nominato rettore nei primi mesi del 1777, resse la parrocchia di San Nicolò sino alla sua morte avvenuta a Guspini il 6 aprile 1803. L’impegno papale venne mantenuto e potenziato, perché nel testamento, il rettore caro ai guspinesi, lascio una pensione di 400 scudi per una ulteriore scuola per ragazzi. Dell’illuminato rettore il vice parroco don Edmondo Locci nell’opera “Guspini storia civile e religiosa di un popolo”, scriveva:”Presto si rilevò buon amministratore dei beni della chiesa, zelante pastore delle anime, sacerdote unito da vero amore alla sua chiesa e al suo popolo. Durante i suoi 26 anni di rettorato abbellì la casa di Dio con preziosi arredi sacri e si adoperò per il bene sociale e materiale della popolazione”.

Don Locci ricorda anche uno dei fatti importanti affrontati dall’amato rettore, quando nel 1779 l’isola venne colpita da  pesantissima carestia, che sterminò buona parte della popolazione isolana.

Neanche la comunità Guspini venne risparmiata ed il rettore, nonostante avesse attinto da tutte le sue risorse economiche per sostenere la popolazione, comprese quelle disponibili in denaro della Causa Pia e del grano del Montegranatico, non riuscì ad aiutare tutta la comunità, tanto che molti poveri  ricorda, si cibavano di erbe selvatiche.

Una situazione che certamente sconvolse la popolazione e che per disperazione molti uomini e donne, in circostanze estreme, fecero ricorso a prestiti finendo nelle grinfie di usurai o  interrogando  donne sapienti, divinatrici o veggenti del paese, per avere conforto e sperare in un futuro migliore.

La “caccia alle streghe”, così definita dall’inquisizione, era ormai superata in quest’ultima fase del secolo, ma Mons Sirena conosceva molto bene la comunità e sapeva che diversi personaggi, in forma riservata erano ancora dediti a pratiche esoteriche.

Forse per questa ragione nel 1789, pensando al bene sociale della popolazione, modificò la struttura della chiesa, innanzi tutto costruendo l’ottava cappella, a ridosso del campanile e abbattendo i muri divisori fra le cappelle realizzò due ulteriori navate, come una piccola di basilica. Il rettore Sirena, uomo di fede e di vasta cultura, nel 1800 completò la chiesa, imbiancandola e reintitolando alcune cappelle con il chiaro intento di mettere al servizio della comunità i due percorsi penitenziali ritrovati, e affidare il suo popolo alla divina misericordia.

L’atto penitenziale è strutturato in quattro parti: l’invito al pentimento, il silenzio, l’invocazione alla misericordia e l’assoluzione, come le nostre 4 cappelle per navata.

L’illuminato rettore offrì alla sua comunità e non solo, poco prima della sua morte avvenuta il 6 aprile 1803, uno strumento salvifico spirituale, morale e materiale, per evitare il ricorso alle  pratiche occulte, ma anche semplicemente per redimersi dai peccati, dalle proprie debolezze e frustrazioni.

Non è dato sapere,  ma non è da escludersi che il rettore Sirena si sia ispirato al più noto cammino spirituale di Santiago de Compostela, offrendo ai parrocchiani e pellegrini un più breve cammino, che termina nell’ultima cappella voltando poi lo sguardo, ieri verso il tabernacolo ed oggi sull’ara sacrificale al centro del presbiterio, cosi come i pellegrini del cammino di Santiago terminano il loro viaggio recandosi a  Finisterre, una località sul mare dove nel Medioevo si credeva finisse il mondo, per  contemplare l’immensità dell’oceano.

Veniamo dunque ai due percorsi suggeriti nella Chiesa di S. Nicolò in Guspini.

Il cammino a sinistra della “Sacra famiglia”, invita  gli uomini e donne preoccupati e sofferenti per la propria casa, a raccogliersi in preghiera lungo le quattro stazioni, mentre quello di destra del “Cuore di Gesù”, è un percorso più personale, rivolto a lenire le ansie, le sofferenze e le preoccupazioni personali, per le quali ci si pone nelle mani della madre di Gesù, rappresentata a diversi titoli lungo le 4 cappelle.

Al parroco Mons. Antonio Massa è stato chiesto un suo pensiero ed una breve indicazione dei  percorsi penitenziali del duomo di San Nicolò e se questi, ideati e proposti dal suo predecessore Pablo Sirena, possano considerarsi, nel XXI secolo, ancora attuali e utili per la redenzione degli uomini. 

Percorsi penitenziali

La dimensione penitenziale è costitutiva della vita di fede del discepolo di Gesù. Questa la si può esprimere in tante modalità. Già nei primi secoli poteva assumere la forma di un pellegrinaggio, da affrontarsi con gli scarsi mezzi disponibili all’epoca. Resta fondamentale la testimonianza della monaca Egeria, che nel quarto secolo d.C. affronta il viaggio in Terra Santa. Ce ne dà conto in una sorta di diario, oggi noto con il titolo di Itinerarium. Conosciamo così le tappe più importanti che da sempre segnavano il pellegrinaggio: dal monte Sinai al monte Nebo, che sovrasta Gerico, quindi i luoghi santi di Gerusalemme. L’invasione musulmana rese piuttosto avventurosi questi viaggi. Così che per provvedere alla sicurezza dei pellegrini nascono le Crociate. La loro motivazione originaria era quella di accompagnamento, armato, dei gruppi di pellegrini. Quando questa esperienza si fa ancora più difficoltosa la cristianità europea praticò altri percorsi alternativi. Particolare importanza assunse il cammino di Santiago, verso la tomba dell’Apostolo.

Percorso penitenziale del Cuore di Maria

La forma di “cammino” caratterizza sempre l’esperienza penitenziale, spesso connessa anche, come “penitenza”, con il sacramento della Riconciliazione.

Ancora oggi la forma itinerante è vissuta nella pratica della penitenza. I tanti “cammini” oggi largamente praticati confermano la predilezione per questa esperienza, che dà forma al momento penitenziale della fede cristiana. Da noi ne è bella testimonianza la pratica diffusa del “Cammino di Santa Barbara”. In dimensione più contenuta, ma comunque ricca di suggestioni spirituali, troviamo all’interno di qualche chiesa l’indicazione di un percorso penitenziale, espresso nella successione delle cappelle ai lati della navata centrale. Ne è splendido esempio quello suggerito nella nostra Chiesa di S. Nicolò in Guspini.

La riscoperta di questo significato, nel succedersi delle cappelle a destra e a sinistra, rappresenta un’ottima occasione, per un’esperienza spirituale con riferimenti alle figure più emblematiche nella devozione cristiana.

Percorso penitenziale “Sacra Famiglia”.

Capella delle Anime (Pentimento)

La  prima cappella è intitolata alle Anime del Purgatorio.

Cappella delle Anime – affresco

Sin dai primi tempi del cristianesimo si è coltivata con grande pietà la memoria dei defunti perché:

“santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati” (2 Mac 12, 46)

La preghiera ai nostri cari defunti, ed il pentimento per le offese procurate in vita, viene considerata un importante atto di carità, in particolare lo facciamo almeno una volta all’anno in cimitero.

Pregare nella cappella delle anime del purgatorio è importante perché la Chiesa  chiama purgatorio la purificazione degli eletti, sia in terra che dopo la morte. San Tomaso d’Acquino ha scritto: “La preghiera per i defunti è più accetta a Dio di quella per i vivi perché i defunti ne hanno bisogno e non possono aiutarsi da sé, come possono invece fare i vivi.” La preghiera per le anime dei defunti attiva un circolo di grazie. Il fedele ancora pellegrinando in terra prega per loro, perché il Signore eserciti l’abbondanza della sua misericordia portando a compimento la loro purificazione, e introducendoli nella beatitudine eterna. Loro possono pregare per noi, ottenendoci grazie desiderate.

Percorso penitenziale delle Anime

Cappella del Carmine (Silenzio)

La seconda cappella o di Nostra Signora del Carmelo, uno dei titoli con cui si invoca la Madonna.

Il monte Carmelo (Karmel – giardino) è legato alla memoria del grande profeta Elia. Egli profetizzò un lungo tempo di siccità. Al termine di questa egli vide apparire in cielo una nuvoletta, a forma di mano distesa. Seguì la pioggia. La tradizione ha visto in quell’immagine l’allusione alla Madonna che è feconda della vita nel suo Figlio. Nell’XI secolo un gruppo di eremiti si ritirò là in  preghiera e vita contemplativa. Diede così origine all’ordine carmelitano. Vi edificarono la prima chiesetta dedicata alla vergine. Da essa prende titolo la Madonna del Carmelo. Il silenzio, la contemplazione della bellezza di Dio, la vita austera ispira ancora oggi l’autentica spiritualità mariana. Simbolo di questa spiritualità è lo scapolare, mostrato e donato dalla Madonna a Simone Stock, guida spirituale dei carmelitani. Ancora oggi Maria è la bella icona che ispira preghiera contemplativa fiduciosa nella sua protezione.

Capella di San Giuseppe (Invocazione alla misericordia)

San Giuseppe, maestro del silenzio contemplativo che ha accolto in umile obbedienza il compito di fare da padre a Gesù. Egli conduce la santa famiglia di Gesù e Maria attraverso tante difficoltà. La tradizione lo vuole assistito da Gesù e Maria al momento del suo transito al cielo. Per questo è patrono degli agonizzanti, guida verso l’incontro col suo figlio, giudice misericordioso. Così lo prega Papa Francesco: “Glorioso Patriarca San Giuseppe, il cui potere sa rendere possibili le cose impossibili, vieni in mio aiuto in questi momenti di angoscia e difficoltà. Prendi sotto la tua protezione le situazioni tanto gravi e difficili che ti affido, affinché abbiano una felice soluzione…” (Dalla lettera apostolica Patris Corde di Papa Francesco). Egli è indicato protettore della Chiesa nel suo pellegrinaggio terreno verso la beatitudine celeste.

Cappella dell’Addolorata o del “Santo Cristo” (Assoluzione)

Nella quarta cappella la Vergine Addolorata viene generalmente rappresentata sotto la croce di Cristo. Lei lo accoglie fra le sue braccia dopo la deposizione dalla croce del Figlio. La nostra ultima cappella in questo breve percorso penitenziale ci immette nella rappresentazione di Maria, Mater dolorosa, che sta, ritta, affrontando con fede l’estrema prova, la morte di suo Figlio, fiduciosa nella sua vittoria sulla morte. Chi compie il cammino penitenziale, maturato nella fede nel Crocifisso, è accompagnato da Maria verso l’incontro con Gesù, vittorioso sulla potenza mortifera del peccato e aperto alla grazia della vita. Lei conduce il penitente all’incontro rigenerante della grazia del suo Figlio, crocifisso e risorto. 

Percorso penitenziale “Cuore di Gesù”

Capella di San Raffaele (Pentimento)

Il percorso alla sinistra della navata centrale esalta la vittoria dell’amore divino sulle forze mortifere. Si incontra così la prima cappella dedicata all’arcangelo Raffaele, “medicina di Dio”. Egli, in incognito, accompagna il giovane Tobiolo nel suo viaggio attraverso mille vicissitudini.

Con la sua protezione porta a compimento lo sposalizio con Sara, vincendo il potere malefico e mortifero del demonio. Restituisce la vista al padre Tobia che era diventato cieco. Egli dunque protegge il penitente e lo guarisce dall’infermità del peccato, portandolo alla luce della grazia.

Il Rettore Sirena fece poi incastonare alla base del Santo la Dormitio Virginis, con la nuova intitolazione “Capilla de la Assunta, San Raphael e las Almas. Lei è la fonte della speranza del penitente e del cristiano che vede oltre la morte la visione gloriosa del suo figlio risorto. La speranza sa attraversare la barriera della morte, per entrare nell’eternità beata, al seguito di Maria, assunta in cielo.

Cappella dell’Immacolata (Silenzio)

Il singolare privilegio della concezione immacolata di Maria era già creduto e venerato nell’alto medioevo. Definito col dogma da Pio IX nel 1854. Lei è la “colmata di grazia”, secondo le parole con cui l’angelo Gabriele saluta la Vergine. È la primizia del nuovo regno, inaugurato dal Cristo con la sua morte e resurrezione, concepita nella pienezza di grazia per i meriti del suo Figlio.

Rappresenta il punto di arrivo anche del discepolo che, rigenerato a vita nuova e immacolata nel battesimo, reso figlio di Dio per grazia partecipa alla gloria divina. La sua immagine campeggia nel tempo di Avvento, che prepara all’accoglienza del suo Figlio che inaugura la nuova umanità ricreata. La devozione all’Immacolata trova conferma ed espressione nella Donna apparsa alla giovane Bernadette, nella grotta di Lourdes, meta di milioni di pellegrini che in quel luogo trovano conforto e speranza.

Cappella del Sacro Cuore (Invocazione alla misericordia)

Nella terza cappella contempliamo il Sacro Cuore di Gesù a cui i cristiani rendono il culto.

La devozione al Sacro Cuore ha i suoi primi devoti già dal XII secolo. Trova la sua espressione iconica nelle apparizioni del Cuore di Gesù a S. Margerita Maria Alacoque (1647-1690). Essa propone all’adorazione dei fedeli l’infinito, incondizionato, inesauribile amore di Dio per l’uomo rivelato nell’umanità del Figlio. Egli ci ha amato infatti con cuore umano, che ha condiviso le fatica dell’umana esistenza, la redime dalla situazione di peccato, la rigenera nella gratuità della sua grazia. Le vampe del suo amore bruciano le brutture del peccato degli uomini. La spiritualità che fa riferimento al Cuore di Gesù è coltivata in particolare dall’Apostolato della preghiera, che quotidianamente offre in unione al Sacrificio eucaristico, le preghiere e le azioni, le gioie e le sofferenze di questo giorno, in riparazione dei peccati e per la salvezza di tutti gli uomini, nella grazia dello Spirito Santo, a gloria del divin Padre.

Cappella del Rosario (Assoluzione)

Cappella del Rosario, o  Madonna del Rosario.

La devozione mariana trova la sua espressione più diffusa nel Santo Rosario. Le tre poste del Rosario, ognuna composta da cinquanta avemaria, richiamano i centocinquanta salmi biblici. Si meditano i principali misteri di Gesù, dall’annunciazione alla sua gloriosa ascensione e all’Assunzione della Beata Vergine. San Giovanni Paolo II ha arricchito la serie dei misteri con i misteri della luce. Il Rosario è preghiera mariana, che ha come cardine il santissimo nome di Gesù, invocato con fede e amore al centro di ogni Ave Maria. Questa preghiera realizza l’antico motto: ad Iesum per Mariam. Con l’intercessione di Maria il fedele è condotto al suo Figlio Gesù. Nella sua semplicità questa preghiera conduce il fedele all’espressione più alta della supplica, della meditazione, della contemplazione dei misteri divini, fino alla gloria celeste.

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