Luglio 14, 2024

 Per l’ennesima volta, i lavoratori ex Ati-Ifras/Geoparco invocano la stabilizzazione_di Tarcisio Agus

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In questi giorni si ripresenta il tormentone dei lavoratori del Geoparco, nati su intuizione del compianto Giampiero Pinna, allora presidente dell’Ente Minerario Sardo, con il Progetto Interregionale Lavori Socialmente utili. Il programma prevedeva l’impiego di 500 lavoratori distribuiti in tutte le aree minerarie. Il 1 ottobre del 1998 venero avviati i primi lavori attraverso  la Società Regionale Igea S.p.a, con uno staff di coordinamento e 16 tecnici. Gli interventi progettati riguardavano il recupero, la bonifica e la manutenzione di decine di siti all’interno del nascente Parco Geominerario. L’obiettivo era quello del mantenimento dello stato di agibilità, per il restauro e la riapertura dei siti con finalità scientifiche, didattiche, culturali e turistiche. Con la nascita del Parco Geominerario, il 16 Ottobre 2001,la regione Sardegna decise la stabilizzazione dei 500 lavoratori per dare continuità al progetto, affidandoli al consorzio privato ATI-IFRAS (costituito da due società pugliesi ed una cagliaritana).

Assegnazione a trattativa privata, che avvenne con la convenzione sottoscritta con atto del 21.12.2001. Dopo gli inevitabili conflitti tra il consorzio e la Soc. IGEA S.p.a, proprietà dei beni minerari, nata dopo lo scioglimento dell’Ente Minerario Sardo, con la specifica finalità del risanamento delle aree minerarie dismesse, e nel nuovo corso emarginata, i lavoratori poterono essere rilevati dal consorzio Ati-Ifras, poi chiamato GEOPARCO, ed avviati al lavoro.

Per diversi anni si operò nello spirito originale, con interventi diversi di riqualificazione ambientale ed il ripristino di numerosi fabbricati, con l’intento di creare le condizioni per nuove attività produttive, in primis quelle di natura turistica. Ma non solo, una parte dei lavoratori dopo la nascita del Parco Geominerario furono impegnati nella sensibilizzazione, in particolare delle scolaresche e delle comunità del Parco, per una presa di coscienza sulla nuova nascente realtà, appena entrato a far parte delle Rete dei Geoparchi Unesco.

Tutto sembrava  procedere per il meglio e alcuni comuni affiancarono gli interventi del Geoparco con proprie azioni, utilizzando le risorse dei fondi europei, che permisero il recupero di importanti  strutture minerarie, destinate in parte alla realizzazione degli Ecomusei minerari.

Non fu da meno l’Igea, che con il mantenimento di un proprio presidio intervenne in diversi ambiti, cantieri, gallerie ed impianti, compreso il sito di Porto Flavia, icona indiscussa del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna.

Il progetto del Geoparco si estese poi a diversi siti archeologici, connessi con la storia mineraria e nei quali si trovano le prime tracce delle attività estrattive e produttive  in epoca antica.

Nel 2010, pur nel rinnovo delle  convenzioni iniziarono alcuni problemi legati in particolare alle rendicontazioni e l’utilizzo dei lavoratori presso gli Enti locali, che sostanzialmente mutarono il progetto originario.

In questa situazione di forte contrasto per la mancata stabilizzazione, il Parco Geominerario, attraverso l’allora commissario Prof. Gian Luigi Pillola, pressato dall’Unesco perché fosse trovata una soluzione alla unitarietà territoriale, (per sua natura il Parco è suddiviso a macchia di leopardo), ed a seguito di diverse diffide, avanzò una proposta.  In stretta relazione con il Direttore Generale  e d’intesa con la regione Sardegna, propose all’Unesco di considerare l’intera isola di Sardegna l’unitarietà del Parco Geominerario ed a tal fine venne proposto e redatto il “Progetto sulle valenze ambientali e storico culturali: censimento, catalogazione, valorizzazione e fruizione”, che avrebbe impegnato tutte le 480 maestranze e rispettive risorse. Così scrivevano i coordinatori della Rete Unesco Prof. Nickolas Zouros e Dr Kristin Rangnes, nella lettera del 13 settembre 2013: ” … Il comitato di coordinamento ha rilevato con soddisfazione che il Parco Geominerario della Sardegna ha una struttura manageriale forte e operativa sia a livello nazionale che regionale ed è anche supportato dal governo locale e dai consigli comunali. Il Parco Geominerario della Sardegna è ben finanziato con un budget annuale di 1,5 milioni di euro e ci sarà una strategia di sviluppo di 112 milioni di euro per la Sardegna nei prossimi quattro anni……”.

Scelta apprezzata dall’Unesco, perché rispondente ai doveri ed impegni di un’area Parco Unesco.

Il riconoscimento Unesco non è il timbro di qualità che si può comprare, ma impone investimenti di capitali ed uomini secondo la superficie che ogni parco è chiamato a tutelare, valorizzare e promuovere.

Quest’impegno e programmazione consentì al Parco Geominerario della Sardegna il reintegro fra i Geoparchi Unesco. Purtroppo alla scadenza dei 4 anni (ogni 4 anni i parchi hanno le visite ispettive dei funzionari Unesco per la valutazione e rispetto delle direttive, che confermano o meno la permanenza nella rete dei Geoparchi) di quel progetto non vi era traccia, in quanto la regione Sardegna pur avendovi collaborato, non le diede corso.

Si arriva così con le convenzioni rinnovate ogni 2 anni alla scadenza del 2016, dopo che il Geoparco divenne anche strumento per la risoluzione di crisi aziendali, come la Rockwool,  l’Italcementi ed altre crisi minori, assumendone le maestranze. Alla scadenza del contratto, per la complessa e pericolosa situazione venutasi a creare, la regione non rinnovò la convenzione con il Geoparco, avviando la messa in cassa integrazione delle maestranze ed il via ai prepensionamenti.

Dopo due anni di incertezze e cassa integrazione, sul finire del 2018 attraverso bando pubblico, i 520 lavoratori ripresero a lavorare, ma ripartiti su diversi enti, compresi gli ultimi 100 lavoratori del centro e nord Sardegna, che non trovarono collocazione con gli enti partecipanti al bando. Il Parco Geominerario se ne fece carico ma con poco entusiasmo, visto e considerato che la filosofia iniziale venne totalmente stravolta, con l’assoluto divieto di intervenire sul patrimonio ex minerario. Tutti i lavoratori potevano essere impegnati solo nella pulizia e sfalcio d’erba, nella pulizia dei sentieri, nei beni culturali o come amministrativi nei cantieri già oggetto di intervento.

Un ridimensionamento inaccettabile del progetto, ma accettato per dovere sociale.

Lontanissimi dalla proposta Pillola e non funzionali al mantenimento del Parco Geominerario  all’interno della Rete dei Geositi, così come poi è avvenuto, perché gli impegni fra istituzioni vanno mantenuti senza ipocrisie.

Conclusa l’esperienza della frantumazione su più enti (2 anni), i lavoratori, a seguito di un ulteriore bando, ridotti a 367 unità, tornarono sotto un unico ente (CoopTec) ed il 1 maggio del 2021 ripresero il lavoro. Lavoro che non aveva nulla dello spirito fondativo, con le maestranze suddivise tra addetti alla pulizia sentieri e staccionate, e amministrativi negli enti. Ora dopo l’ulteriore scadenza, che ha portato i lavoratori ad una nuova indennità mensile di disoccupazione (NASpl), pare per poco tempo, si attende l’ennesimo bando. Sarà quest’ultimo in grado di rimettere in moto quella visione che ancora  oggi è più che mai necessaria?

Sono trascorsi 25 anni e gli immobili minerari cadono a pezzi, compresi quelli che ebbero la fortuna d’essere a suo tempo recuperati e che riprendono inesorabilmente il loro disfacimento.

Il Parco Geominerario investe per la promozione dei siti minerari, ma l’investimento rischia d’essere un boomerang, perché nei pochi siti fruibili non esistono servizi, ad eccezione di Miniere Rosas e della grande miniera a Carbonia, il resto è un deserto poco accogliente. Eppure non mancano i fabbricati che potrebbero essere riconvertiti a sale di accoglienza e di attesa, in particolare nei momenti di alta stagione, con servizi di snack bar e ristorazione da assegnare ai giovani imprenditori. Mentre buona parte degli immobili, ormai vuotati dagli antichi macchinari, potrebbero essere recuperati ad incubatori di impresa, mentre le abitazioni dei minatori, dotate dei servizi primari (acqua, luce, fogne e rete dati), potrebbero essere poste sul mercato, anche nell’attuale situazione, per società o privati destinati all’ospitalità e ricettività. I siti minerari si collocano in zone di particolare bellezza, immersi nella natura da essere punti di partenza per interessanti escursioni di trekking e mountainbike. Non so se le attuali forze politiche al governo regionale abbiano la capacità di guardare lontano, ed utilizzare al meglio quelle maestranze in concorso con i privati, perché il paesaggio minerario possa essere recuperato e rinascere a nuova economia, prima che la parte più significativa dell’era industriale sarda si perda nell’abbandono.

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