Santa Zita: la santa del servizio domestico nella memoria popolare di Guspini_di Tarcisio Agus
Appena si entra nel Duomo di San Nicolò, sulla destra, nella cappella di San Raffaele / Santa Maria, c’è una nicchia che molti non notano subito. Non è in posizione centrale, non cattura l’occhio come le statue più grandi: resta un pò appartata, quasi discreta, come se volesse rispettare il silenzio del luogo. Eppure, quando la si vede, la scena colpisce: Santa Zita, con la brocca al fianco, e l’uomo inginocchiato sotto di lei, in attesa dell’acqua.
È una presenza minuta ma intensa. Una scena che non si impone: si lascia scoprire. E nel momento in cui la si scopre, racconta un mondo intero.
La figura di Santa Zita è rarissima nell’isola. Oltre a Guspini, la si trova in due statue più recenti del XX secolo a Villasalto e Decimomannu.

Queste presenze confermano la rarità del culto: poche statue, poche memorie, nessun complesso iconografico paragonabile a quello guspinese.
La nicchia del Duomo è infatti la più antica e la più complessa rappresentazione di Santa Zita in Sardegna.
La nicchia non è un semplice incavo murario: è un piccolo teatro sacro, costruito per raccontare un gesto quotidiano.
Santa Zita è in piedi, verticale, composta; indossa una gonna verde, un corpetto marrone, un grembiule chiaro; tiene una brocca nella mano destra, appoggiata al fianco; guarda verso il basso, verso l’uomo inginocchiato.
La postura non è dinamica: non sta versando l’acqua, ma è colta nell’atto del servizio, pronta a compiere il gesto.
Il padrone è inginocchiato, con il busto leggermente inclinato; indossa una tunica blu e pantaloni marroni; ha il volto segnato, barba grigia, testa calva; protende le mani verso la santa, in un gesto di attesa.
La scena è domestica, umile, quotidiana.
È la rappresentazione plastica di un rapporto sociale: la serva che serve, il padrone che riceve.
Le altre statue sarde di Santa Zita sono figure isolate, prive di contesto narrativo. Nessuna presenta: una nicchia tridimensionale, una scena completa, la relazione serva-padrone, il gesto del servizio scolpito, la dimensione teatrale del complesso guspinese.
Il Duomo di San Nicolò conserva dunque un unicum: una testimonianza preziosa della cultura del servizio domestico nel mondo agro-pastorale.
Nella stessa cappella si trova anche una statua di Santa Teresa di Lisieux. Ma la devozione popolare non si rivolge a Teresa.
Il popolo guarda solo Santa Zita.
La sua scena parla la lingua della comunità: la lingua del lavoro, della fatica, della dignità silenziosa delle donne che hanno costruito la vita delle famiglie.
Santa Zita nasce a Monsagrati, in Toscana, e muore a Lucca nel 1272. Lavora come serva presso la famiglia Fatinelli, vivendo la sua vita come un atto di carità quotidiana.
La Chiesa la riconosce come: patrona delle domestiche, protettrice delle massaie, modello delle donne che servono nelle case dei possidenti, icona del lavoro femminile invisibile.
Il suo miracolo più noto – il pane che si trasforma in rose – è un simbolo perfetto della sua santità: la generosità nascosta, la purezza del gesto.
La Sardegna agraria era un mondo dove le domestiche: parlavano poco, eseguivano molto, vivevano in silenzio,erano indispensabili ma invisibili.
Le donne al servizio erano anche: macinatrici di grano, custodi della semola, artefici della fregua, protagoniste della spigolatura.
La fregua non era un piatto povero: era un’arte. La mano destra muoveva la semola, la sinistra regolava l’acqua. Un gesto antico, preciso, ripetuto decine di volte.
Santa Zita, con la brocca al fianco, è la santa perfetta per questo mondo.
I proprietari terrieri concedevano alle domestiche il diritto di spigolare. Ma le accodradasa – le donne a servizio che osservano e capiscono – raccontavano che: il raccolto veniva consegnato al padrone, che pagava la domestica con la metà, mentre con l’altra metà – che lui stesso ricavava – pagava l’inserviente.
Una doppia economia che le donne conoscevano bene. E che rende ancora più significativa la figura di Santa Zita: la santa delle donne che servono, che tacciono, che osservano, che comprendono.
Santa Zita non è una santa trionfante. È una santa che serve. Una santa che porta l’acqua. Una santa che vive nella quotidianità.
La sua nicchia tridimensionale nel Duomo di San Nicolò è una delle più belle testimonianze della devozione popolare sarda: una scena domestica scolpita nella pietra, un gesto di servizio trasformato in santità.
In un’isola dove il lavoro femminile è stato spesso invisibile, Santa Zita restituisce dignità alle mani che hanno costruito la vita delle comunità.
Tarcisio Agus
Nota bibliografica essenziale
- G. P. Galletti, Santa Zita di Lucca. Vita, culto e iconografia, Lucca, San Frediano.
- A. Mattone – P. F. Simbula (a cura di), Storia dell’agricoltura e del mondo rurale in Sardegna, Cuec, Cagliari.
- M. Brigaglia, Storia della Sardegna contemporanea, Edizioni Della Torre, Cagliari.
In copertina – Duomo di San Nicolò, Guspini

Grazie Tarcisio ,non sapevo di questa Santa Zita nel nostro Duomo!