Il vecchio fonte battesimale della Cattedrale di Terralba_di Tarcisio Agus

Il vecchio fonte battesimale oggi custodito nella Cattedrale di Terralba non è solo un reperto liturgico: è un frammento di storia che ha viaggiato, è stato ceduto, accolto, ricollocato, e che continua a parlare con la voce lenta delle cose che hanno attraversato più di un’epoca.
La sua storia comincia nella antica parrocchiale di San Nicola a Guspini, già chiesa di Santa Barbara, già tempio in antis¹, dove per secoli accolse i nuovi cristiani della comunità guspinese.
La prima attestazione certa dell’intitolazione a San Nicola e della struttura liturgica interna ci è data dalla visita pastorale del Vescovo di Ales-Terralba del 1524², che registra la presenza di tre altari: il principale intitolato a San Nicola (altare maggiore) e i restanti a San Martino e San Michele.
Questa triade definiva l’identità spirituale della comunità e costituisce il quadro teologico entro cui nacque il fonte battesimale.
Quando la vecchia chiesa venne demolita per far posto al nuovo Duomo di San Nicolò, il fonte fu traslato nel nuovo edificio, che nella sua prima forma a croce latina venne completato nel 1625³. L’anno successivo, nel 1626, la comunità decise di proteggerlo e abbellirlo con una sovrastruttura lignea esagonale: una piccola architettura che custodisse il sacramento e ne ampliasse il significato simbolico.
La parte bassa del fonte è scolpita nella pietra locale, quella stessa pietra che affiora nel colle su cui sorgeva la parrocchiale antica e poi il Duomo. La sua fattura, essenziale e robusta, suggerisce una datazione anteriore al 1626: è il manufatto originario della chiesa di San Nicola del 1500, confermato dalla visita pastorale del 1524, che lo ricorda ben coperto con una tavola foderata di cuoio e ben chiuso a chiave.
Il catino esagonale presenta un programma iconografico coerente con la triade degli altari: al centro il Battesimo di Gesù, fulcro sacramentale; a sinistra San Nicolò Vescovo, titolare della chiesa antica; a destra San Michele Arcangelo, con aureola, lancia o freccia nella mano destra e libretto nella sinistra: difensore contro il male e custode del libro della vita⁴.
Gli altri tre lati del catino esagonale non presentano figure, ma sono decorati con una rosetta scolpita in ciascun riquadro. Le rosette occupano i tre lati rimanenti del bacile, quelli che non ospitano il Battesimo, San Nicolò e San Michele.
Si tratta di un motivo simbolico ricorrente nelle fonti battesimali del XVI-XVII secolo, dove la rosetta – fiore di luce e di vita – richiama la rinascita spirituale, la nuova creazione e la perfezione divina.
La presenza di tre rosette, ciascuna in un proprio lato, richiama la Trinità e completa il programma iconografico del catino, articolato in tre figure protettive e tre simboli teologici.
La sovrastruttura lignea del 1626 è composta da sei lati, tutti esternamente decorati con un motivo semplice e uniforme. Nessuna figura, nessuno stemma, nessuna iscrizione è visibile all’esterno: la struttura è volutamente sobria, quasi anonima. Il vero contenuto – storico, teologico e iconografico – è interamente interno. La sovrastruttura è un piccolo scrigno: si apre solo nel momento del Battesimo, e solo allora rivela il suo mondo simbolico.
Il lato frontale si apre in due ante simmetriche.
All’interno, nella parte superiore, compare la sigla:
D.G.M = Dominus Gavino Manconi.
Non una formula devozionale, ma la sigla del vescovo che resse la diocesi di Ales-Terralba dal 1616 al 1634. È il segno della sua presenza, della sua autorità, della sua approvazione. Nel Seicento, i vescovi sardi usavano spesso lo stemma della propria famiglia sugli oggetti liturgici, e qui lo stemma è scolpito con una cura che non lascia dubbi.
Sotto la sigla si trova un cappello a falde, il galero, elemento tipico dell’araldica ecclesiastica seicentesca.
Il cappello non è un semplice ornamento: è il segno che qualifica lo stemma come episcopale, indicando che l’arma sottostante appartiene a un vescovo e non a un semplice notabile.
Il galero, posto a sovrastare lo scudo, conferisce allo stemma la sua piena dignità ecclesiastica e ne definisce il rango.
Sotto il cappello si apre lo stemma quadripartito, che racconta la storia civile e genealogica del casato Manconi:
- Alto sinistra: su fondo verde, un braccio vestito di grigio-blu impugna un pugnale d’argento con ansa cruciforme: simbolo di giustizia, autorità e difesa della fede.
- Alto destra: su fondo bianco, un’aquila nera spiegata: segno di nobiltà e prestigio.
- Basso sinistra: su fondo bianco, tre bande nere sfangiate, due ben visibili e una appena accennata: elemento tipico dell’araldica catalano-sassarese del XVII secolo.
- Basso destra: su fondo nocciola, un albero verde, fronzuto, nascente da un cucuzzolo: simbolo di radicamento territoriale e continuità genealogica.
Il cappello a falde, lo scudo inquartato e la sigla D.G.M compongono un insieme araldico che non lascia spazio a dubbi: si tratta dello stemma episcopale di Gavino Manconi, vescovo in carica nel 1626, anno in cui la sovrastruttura fu realizzata.
Questa araldica, interna e non esterna, è un segno di potere che non si mostra al mondo, ma si rivela solo nel sacramento: la storia civile e la storia sacra si incontrano nel momento della rinascita.
All’interno della sovrastruttura, ogni lato presenta una figura sacra o una scena del Battesimo: – lato interno sinistro: San Petrus e San Nicolaus; – lato centrale: San Gioanes che battezza Cristo, con stendardo ECE ANIUSI (grafia seicentesca di Ecce Agnus Dei) e sotto: ANNO 1626; – lato interno destro: San Gavinus e San Paulus.
Tutte le figure sono interne: nessuna è visibile quando la sovrastruttura è chiusa.
La scelta di collocare tutta l’iconografia all’interno è profondamente simbolica: il sacramento apre ciò che è chiuso; la grazia rivela ciò che l’occhio quotidiano non vede; la storia civile e la storia sacra si mostrano solo nel momento della rinascita.
La sovrastruttura è dunque un tempietto che si apre, un libro che si dischiude, una soglia che si rivela solo quando la pietra incontra l’acqua.
Fu nel 1766 che il fonte lasciò definitivamente il Duomo di San Nicolò. In quell’anno il rettore Giovanni Antonio Carta decise di sostituire l’antico fonte in pietra con un nuovo fonte battesimale in marmo bianco, più solenne e più conforme ai canoni liturgici del tempo.
Il fonte antico venne ceduto al rettore di Terralba, il guspinese don Francesco Serpi, che lo acquistò perché in quel fonte lui stesso era stato battezzato.
Così il fonte intraprese il suo viaggio verso la cattedrale di Terralba, trovando una nuova casa, una nuova comunità, una nuova storia.
L’importante e splendida opera d’arte sarebbe andata definitivamente perduta se, nel 1996, l’allora parroco della cattedrale, Mons. Antonio Massa, non l’avesse tratta dall’oblio riconoscendone il valore storico e devozionale. Fu grazie alla sua attenzione e alla decisione di avviare un accurato intervento di restauro che il catino esagonale recuperò la propria narrazione pittorica, ormai prossima alla dissoluzione. Restituito alla comunità e ricollocato in cattedrale, il fonte tornò a essere patrimonio condiviso di Guspini e Terralba, oggi esposto all’ingresso della cattedrale terralbese come testimonianza preziosa della continuità liturgica e identitaria delle due comunità.
NOTE
- T.Agus, Il Duomo dei Re San Nicolò Guspini, GIA Giorgio Ariu Editore, Ca 2022.
- C.Tasca F.Tuveri, Don Andrea Sanna Bisbe di Alas e Terralba e la visita pastorale del 1524. Edizioni Miythos – La Memoria Storica, Oristano 2007.
- E.Locci, Guspini -Storia civile e religiosa di un popolo, S’Alvure Editore Or.1992.
- Iconografia micheliana seicentesca: arma e libro come simboli di giudizio e difesa.
