Ottobre 27, 2026

“Cun Grassia”, Clara Farina restituisce a Grazia Deledda la voce della donna_di Luca Pinna

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Tra lettere, amori, lingua sarda e desiderio di emancipazione, un viaggio nell’intimità della scrittrice nuorese per riscoprirne la forza, le fragilità e l’incredibile attualità.

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L’attrice Clara Farina

C’è una Grazia Deledda che conosciamo attraverso i libri, il Nobel, la grandezza di una scrittura capace di raccontare l’animo umano. E poi c’è una Grazia più intima, meno esposta alla luce della storia, una donna attraversata da passioni, inquietudini, desideri e da un’ambizione che, nella Sardegna del suo tempo, richiedeva un coraggio fuori dal comune.

È a questa donna che Clara Farina dà voce in Cun Grassia, lo spettacolo andato in scena al Teatro Astra di Sassari, nell’ambito della XXXVI edizione del Festival Etnia e Teatralità, organizzato dalla Compagnia Teatro Sassari e dedicato a Grazia Deledda nel centenario del Premio Nobel.

Attraverso gli scritti epistolari prodotti e ricevuti dalla scrittrice nel corso della sua vita, l’attrice costruisce un ritratto che supera l’immagine monumentale dell’autrice e si avvicina alla sua dimensione più umana. Una donna dalla personalità duplice, delicata e sognante da una parte, ostinata e determinata dall’altra; una donna che ha dovuto conquistarsi la possibilità di scrivere, di scegliere e di affermarsi in un mondo che alle donne riservava soprattutto il ruolo di mogli e madri.

In questo percorso, la lingua sarda non è soltanto lo strumento espressivo dello spettacolo. È il luogo dell’appartenenza, la voce delle origini, il legame con una terra che Deledda ha continuato a portare dentro di sé anche dopo aver lasciato Nuoro.

Ne parliamo con Clara Farina, partendo proprio da quelle contraddizioni che rendono Grazia Deledda così vicina a noi.

In Grazia convivono dolcezza e ostinazione. Quale di queste due anime senti più vicina alla tua?

«Non posso definirmi una donna dolce nel senso tradizionale del termine. Ho anch’io le mie asperità, sono una persona spinosa e a volte posso apparire persino antipatica. Diciamo che suscito reazioni contrastanti: o mi si ama o mi si odia. Di certo, non passo inosservata.

Ma, più che nella dolcezza, mi riconosco nell’ostinazione. Sono molto ostinata, soprattutto quando credo in un valore, in qualcosa che ritengo indispensabile difendere. Penso, per esempio, alla questione della lingua, una battaglia che porto avanti da almeno cinquant’anni insieme ad altre persone.

Sono convinta che sia un patrimonio da proteggere e conservare, proprio come si fa per salvare un ambiente o una specie in estinzione. Se è necessario salvaguardare la foca monaca o il panda, perché sono animali fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema, credo che sia altrettanto importante praticare una sorta di ecologia culturale. Le lingue rappresentano l’anima dei popoli e, come tali, devono essere tutelate, soprattutto quando sono in pericolo, come il sardo».

Se oggi potessi trovarti faccia a faccia con Grazia Deledda, lontano dal mito e dalla fama, quale domanda le faresti per arrivare al cuore della donna?

«Le chiederei se si sia mai pentita di non aver scritto un romanzo interamente in sardo. Pensa quale fortuna sarebbe stata per il sardo di oggi poter contare su un modello letterario di così alto livello a cui ispirarsi. Avremmo avuto non soltanto un’opera di riferimento, ma anche un esempio di lingua letteraria, un modello a cui guardare persino sul piano dell’ortografia. Sarebbe stata una conquista straordinaria per il sardo».

Dietro la scrittrice c’era una donna con i suoi amori e i suoi desideri. Quale aspetto della sua intimità ti ha sorpresa di più?

«Uno degli aspetti della vita privata di Grazia Deledda che mi ha colpita maggiormente è certamente il suo rapporto con l’amore. Penso che Grazia sia stata una donna innamorata per tutta la vita. Del resto, non si spiegherebbe altrimenti la forza e la potenza dei suoi personaggi femminili, se non pensando a una donna che conosceva profondamente l’amore, soprattutto quello mancato, capace di provocare sofferenza.

Penso, in particolare, all’amore per Stanis Manca, che la fece soffrire moltissimo. Le lettere che gli scrisse sono straordinariamente toccanti e belle. Lui non ricambiò il suo sentimento e arrivò a definirla una “nana”. Ci furono poi altri uomini importanti nella sua vita, come Andrea Pirodda, il maestro Aggius, del quale Grazia fu innamorata e con cui, per un periodo, il sentimento fu ricambiato, e il giovane intellettuale calabrese Giovanni Nava.

Ma mi colpisce soprattutto la passione che visse con Emilio Cecchi, il grande critico letterario. Fu una storia d’amore durata circa sei mesi: lei aveva superato i quarant’anni, mentre lui ne aveva appena ventinove.

È un aspetto che trovo particolarmente significativo. Non a caso, scrivendo a Grazia, Emilio Cecchi le avrebbe detto che finalmente comprendeva come le sue donne, Marianna e Noemi, non fossero invenzioni della fantasia, ma fossero, in qualche modo, la stessa Grazia Deledda. Grazia si raccontava e si rappresentava anche attraverso le donne dei suoi romanzi».

Con la lingua sarda, Grazia torna alle sue radici. Che cosa riesce a rivelare di lei questa lingua che l’italiano non restituirebbe allo stesso modo?

«Non dimentichiamo che Grazia Deledda, come prima lingua, parlava il sardo. Non si poneva nemmeno il problema di parlare italiano con la famiglia o con la comunità che la circondava, semplicemente perché l’italiano, nella sua vita quotidiana, non esisteva. È successo anche a me: durante la mia infanzia, l’italiano è entrato nella mia vita soltanto quando sono andata a scuola, dove ho imparato a parlarlo. Per Grazia è stato lo stesso: anche lei ha dovuto faticare per imparare l’italiano.

Restituirla al sardo ha significato, per me, compiere in qualche modo un’opera filologica: restituirle la sua lingua originaria, quella in cui i suoi pensieri e le sue parole risuonano in maniera particolarmente autentica.

Grazia raccontava che, quando viveva a Roma, incontrava le sorelle Peppina e Nicolina, che abitavano proprio accanto a lei. Ogni sera si riunivano sotto un cedro del Libano per parlare delle rispettive famiglie, della comunità nuorese e di tutto ciò che accadeva. Parlavano in sardo e Palmiro, sentendole conversare così animatamente, diceva che sembravano le tre sorelle di Čechov. Anche lontana dalla Sardegna, dunque, Grazia continuava a parlare la sua lingua con le sorelle.

Del resto, nei suoi libri fu tra le prime a introdurre poesie, ottave ed espressioni in sardo: non soltanto singole parole entrate nel vocabolario italiano, ma anche intere frasi. Ho letto persino un testamento scritto interamente in sardo.

Credo che anche Camilleri e tutti coloro che, in seguito, hanno cominciato a mescolare l’italiano con le lingue e le parlate locali abbiano avuto in Grazia un modello, anche se lei si esprimeva in una lingua vera e propria, non in un semplice dialetto.

È significativo, a questo proposito, che D’Annunzio scrivesse all’editore francese di Grazia chiedendogli di smettere di tradurre in francese i suoi libri, perché riteneva che Grazia scrivesse in dialetto. Non si rendeva conto che quella di Deledda era una lingua diversa dall’italiano, ma dotata della stessa dignità».

Attraverso lo studio delle sue lettere e della sua vita, che cosa ti ha colpita di più della personalità di Grazia Deledda, al di là della scrittrice?

«L’aspetto che più mi ha colpita di Grazia Deledda è senz’altro la sua determinazione, la volontà di emanciparsi culturalmente nonostante vivesse in un ambiente tutt’altro che favorevole. Le vecchie zie criticavano la sua scelta di studiare. La pubblicazione del suo primo libro suscitò scandalo in famiglia e persino il parroco, dal pulpito, la additò pubblicamente, invitandola a smettere di scrivere quella che definiva “robaccia” pubblicata sui giornali di moda dell’epoca.

Eppure, nonostante tutte queste difficoltà, Grazia non rinunciò al suo progetto. Aveva appena vent’anni quando maturò la convinzione che la Sardegna meritasse una letteratura pienamente sarda e che sarebbe stata proprio lei a realizzarla entro i trent’anni.

È questa, per me, la cosa quasi miracolosa: la forza di una donna giovanissima che, in un contesto ostile, riuscì a immaginare un obiettivo così ambizioso e a credere fermamente di poterlo raggiungere».

È forse proprio qui che la Grazia raccontata da Clara Farina rivela la sua modernità più sorprendente. Prima ancora del riconoscimento internazionale, prima del Nobel e della consacrazione letteraria, c’è una ragazza che immagina per sé un destino diverso da quello che la società sembra averle assegnato.

Una ragazza che sceglie di studiare, scrivere, confrontarsi con il mondo e costruire una propria voce, nonostante le resistenze dell’ambiente in cui vive. La sua determinazione non è soltanto una qualità del carattere: è la forza che le consente di trasformare un desiderio personale in un progetto culturale.

In Cun Grassia, Clara Farina cerca proprio questa donna. Non una figura idealizzata, priva di contraddizioni, ma una persona attraversata da sentimenti, dubbi e passioni, capace al tempo stesso di perseguire con ostinazione ciò in cui crede. E forse è questo il modo più autentico per avvicinarsi oggi a Grazia Deledda: non limitarsi a celebrarne la grandezza, ma provare ad ascoltarne la voce, le inquietudini e il coraggio. Riscoprire, dietro la scrittrice che ha dato alla Sardegna una dimensione universale, la donna che non ha mai smesso di cercare il proprio posto nel mondo.

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