Agosto 9, 2026

Una carezza che ferisce_di Tarcisio Agus

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Quadro-GianLuigi

Giovedì 15 luglio, nella sede del Centro Culturale Giovanni Lilliu a Barumini, è stata inaugurata la mostra “L’Arma contro la violenza”, proposta e voluta dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Cagliari in collaborazione con la Fondazione Barumini Sistema Cultura. Sono intervenuti il Generale Luigi Grasso (Comandante Provinciale dei Carabinieri), la Prefetta di Cagliari Paola Dessì e il Sindaco di Barumini Emanuele Lilliu.

La mostra, che rimarrà aperta sino al 30 ottobre, raccoglie le opere di un gruppo di artisti che raccontano la violenza sulle donne: un dolore che deve far riflettere e che vuole essere monito contro ogni forma di sopraffazione. Le opere esposte invitano il visitatore a confrontarsi con una delle piaghe più spregevoli del nostro tempo, trasformando l’esperienza estetica in profonda riflessione.

Tra gli artisti presenti figura anche il guspinese Gian Luigi Cau, con un’opera dal titolo “La donna è solo da amare”, ispirata alla Madonna della Speranza.

Fin dal primo sguardo, l’opera colpisce per la sua intensità. La scena raffigura la Madonna con il Bambino, icona universale di tenerezza e protezione, sfiorata da una mano che porta le manette. Un gesto che sembra una carezza, ma che porta con sé il peso della costrizione e della violenza.

La scelta della Madonna non è casuale. È possibile che l’ispirazione richiami anche la Virgo Fidelis, patrona dell’Arma dei Carabinieri: figura che incarna fedeltà, dedizione e protezione verso i più fragili. La Madonna “Fedele” è da sempre un riferimento morale per l’Arma, presenza silenziosa che richiama il dovere di essere accanto alla comunità. Nell’opera di Cau, quell’immaginario viene riletto in chiave contemporanea, trasformando la Madonna nel simbolo di tutte le donne che chiedono ascolto, tutela e rispetto.

Il Bambino stretto tra le braccia ricorda che ogni atto di violenza non ferisce solo una persona, ma l’intero tessuto umano e familiare che la circonda. È un’immagine che parla di fragilità, ma anche di responsabilità collettiva.

La mano con le manette introduce un elemento di forte ambivalenza. Da un lato richiama la dinamica della sopraffazione: quella violenza che troppo spesso si maschera da gesto affettuoso, da normalità quotidiana, da “carezza” che invece ferisce. Dall’altro lato, letta alla luce della Virgo Fidelis, la mano può essere interpretata come quella dell’istituzione che interviene per proteggere. Le manette, in questo senso, non sono solo simbolo di costrizione, ma anche strumento di giustizia: il segno concreto dell’impegno dello Stato nel fermare chi esercita controllo e coercizione.

È proprio in questa ambivalenza che l’opera trova la sua potenza. La mano non è solo quella del violento: è anche quella della legge che si assume la responsabilità di difendere ciò che è sacro, la dignità della persona. È una carezza che diventa impegno, un gesto che richiama la fedeltà ai valori di tutela e vicinanza che l’Arma porta con sé da sempre.

Toccare la Madonna significa violare ciò che è sacro. L’opera ci ricorda che ogni atto di violenza contro una donna è un sacrilegio civile, un attentato alla dignità umana. Ma allo stesso tempo ci invita a riconoscere che la comunità, attraverso le sue istituzioni, ha il dovere di proteggere ciò che è più fragile e prezioso.

In un tempo in cui i numeri della violenza continuano a interrogarci, questo quadro non si limita a denunciare: ci chiede di guardare, di riconoscere, di non voltare lo sguardo. E ci ricorda che la lotta alla violenza sulle donne non è solo un tema sociale, ma un impegno collettivo che riguarda tutti.

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