Settembre 2, 2026

Nel deserto della politica nasce la “Rivoluzione della Bellezza”_di Tarcisio Agus

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L’Italia del 2024 è un Paese che parla troppo e ascolta poco. Le piazze si svuotano, i social si riempiono. La politica si è trasformata in un ring permanente: colpi bassi, slogan, nemici da inventare ogni giorno. Chi governa rincorre emergenze senza mai risolverle, chi fa opposizione si limita a demolire. Nel mezzo, i cittadini: spettatori stanchi di una rappresentazione che non li riguarda più.

È in questo vuoto che nasce un movimento inatteso, quasi stonato rispetto al rumore di fondo. Si chiama Rivoluzione della Bellezza. A guidarlo è Giorgio Bertazzoli, ex sindaco di Sarnico, uno che ha visto da vicino cosa significa amministrare un territorio dove il paesaggio è un patrimonio e un vincolo, una risorsa e una responsabilità.

Il nome del movimento sembra uscito da un manifesto futurista, e infatti molti lo liquidano come un esercizio di romanticismo politico. Ma Bertazzoli non arretra. Il suo statuto parla chiaro: un movimento culturale e politico, laico, democratico e progressista, nato dal basso, che vuole difendere e valorizzare il patrimonio artistico, ambientale e culturale del Paese. Non un partito tradizionale, ma una comunità di cittadini italiani ed europei che rivendicano una cosa semplice: che il bello non è un lusso, ma una forma di civiltà.

La scena che racconta meglio la sua visione è una mattina di sole in Sardegna. Bertazzoli osserva l’isola, la sua notorietà, la sua fragilità, e spiega cosa intende per “vera giovinezza”: “Mettere al centro la Scuola. Tirare fuori passioni e talenti sopiti. Educare al Bene e al Bello. Restituire ai giovani la possibilità di diventare cittadini, non consumatori di slogan.”

Parole che suonano quasi sovversive in un Paese dove la politica ha smesso di educare e ha iniziato a intrattenere.

La sua idea è radicale nella sua semplicità: tornare alla normalità. Una politica che costruisce invece di distruggere. Che usa l’intelligenza invece della propaganda. Che recupera ciò che ha reso grande l’Italia: la capacità di trasformare il bello in progresso, l’arte in identità, la cultura in futuro.

Non è nostalgia. È un tentativo di riallacciare un filo che si è spezzato: quello di una tradizione sociale, economica e spirituale che ha fatto dell’Italia un laboratorio di civiltà.

Ma la domanda resta sospesa: può davvero attecchire una rivoluzione che parla di bellezza in un Paese che vive di conflitto? Bertazzoli lo sa: anche dove il paesaggio è da cartolina, i problemi sono reali. E si affrontano con studio, responsabilità, metodo. Non con la superficialità che domina la scena pubblica.

La Rivoluzione della Bellezza è un movimento giovane, fragile, ancora tutto da verificare. Ma ha un merito: prova a riportare la politica su un terreno che da troppo tempo è stato abbandonato. Quello della dignità del vivere comune.

Forse è poco. Forse è moltissimo. Dipenderà da quanti, in questo Paese stanco, avranno ancora voglia di credere che il bello non sia un ornamento, ma un modo di stare al mondo.

Foto di copertina di Maurizio Artizzu – Montevecchio

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