Febbraio 26, 2021

Il mio ricordo di Chick Corea. L’arte che annienta il tempo_di Maggie S. Lorelli

Ho conosciuto Chick Corea qualche ora prima del concerto che tenne all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 30 marzo 2008 insieme al grande vibrafonista Gary Burton. Era appena uscito il disco “The New Crystal Silence”, che celebrava i fasti di questo fortunato connubio artistico a trentacinque anni di distanza dall’album originario “Crystal Silence”, capolavoro del duo e pietra miliare del jazz contemporaneo. Avevo assistito al soundcheck, dopo il quale ero attesa in una delle salette che si aprono negli ariosi meandri dell’Auditorium.

L’intervista, che fu pubblicata nella rivista “Rondò”, specializzata in musica jazz, classica, contemporanea e tecniche di riproduzione sonora, era programmata, e mi ero presentata con un traduttore madrelingua inglese di cui non c’era stato bisogno perché Chick, dopo avermi accolto con un caloroso quanto inaspettato abbraccio, aveva espresso il desiderio di parlare con me un misto di italiano e spagnolo, comprensibilissimo. Lo ricordo come un omone robusto e avvolgente, che sprigionava un’energia e un calore che ho sentito addosso per giorni. Mi ero preparata a quell’intervista con un senso di deferente insicurezza, nonostante il mio mestiere di musicista. Ma ero davanti a un mostro sacro della musica, e questo merita sempre un rispetto reverenziale.

Non avevo potuto recitare la pappardella appuntata sul taccuino, perché la conversazione si era fatta ben presto informale e amichevole, animata dalla voglia di Chick di esibire il suo discreto italiano, che considerava una lingua più calda rispetto all’inglese. Si era fatto tardi a un certo punto, la band doveva mangiare una cena veloce allestita nello stesso Auditorium, e Chick veniva ripetutamente reclamato da un collaboratore, ma la mia giovanile pedanteria non mi aveva fatto desistere prima di aver avuto risposta all’ultima domanda. E Chick rispondeva generoso, puntuale, attento alle mie curiosità. Mancavano circa venti minuti all’inizio del concerto, durante il quale mi sentivo in colpa per avergli fatto consumare un pasto in tutta fretta.

Un concerto che fu grandioso. Il feeling che i due giganti del jazz riuscivano a ricreare del resto era frutto di un’esperienza comune che, pur avendo seguito percorsi paralleli, non aveva mai smesso di consolidarsi sui palchi di tutto il mondo. Così scrivevo allora nel mio articolo: “Il pianista e compositore elabora trame sonore che il vibrafonista snoda e rischiara in ogni dettaglio, ed entrambi sublimano la complessità del loro dialogo musicale in una leggerezza cristallina. Ci si chiede, ascoltandoli, come i due musicisti riescano ad esprimere, attraverso un alto virtuosismo, l’aspetto ludico del suonare insieme”.

Per questo mi ha colpito in particolare una frase del messaggio che Chick, consapevole che la sua musica avrebbe detto più di quanto non potessero le sue parole, ha voluto lasciare prima di morire: “Spero che coloro che hanno l’inkling di suonare, scrivere, esibirsi o meno, lo facciano. Se non per se stessi, allora per tutti noi. Non è solo che il mondo ha bisogno di più artisti, è che è anche molto divertente”. E questa è stata la missione di Corea: portare gioia e ispirare con la sua arte e col suo esempio di uomo milioni di persone. Sembra passato molto, troppo tempo dal primo lockdown, quando il musicista postava ogni sera a mezzanotte ora italiana delle clip in live streaming su Facebook dal suo home studio. Le aspettavo per entrare in una dimensione che, al di là della musica, non so definire altro che come “altamente energetica”.

Era ispirato e sembrava in piena salute. E lo era, probabilmente, a dimostrazione che nessuno, neanche un grande talento è “inossidabile”, come lo avevo definito nel titolo del mio articolo. La morte vince l’uomo, è vero, ma è anche vero che l’arte annienta il tempo. Vorrei chiudere questo mio umile ricordo del grande Maestro con una frase che disse a me, e che riportai nella mia intervista, ma soprattutto che accolgo ogni giorno nella mia esperienza: “Stare al mondo è diventato parecchio difficile. Le persone hanno bisogno di libertà per condurre la propria vita. Questa è la base stessa dei diritti umani, e credo che questa debba essere la missione degli artisti: incoraggiare le persone ad essere consapevoli e creative nell’arte come nella vita. L’omologazione – mi disse ancora – è esattamente ciò che dobbiamo combattere, perché solo nella totale libertà di espressione ognuno della propria individualità, gli esseri umani possono convivere in pace e in armonia, imparare a rispettarsi e a confidare gli uni negli altri”. Infine gli chiesi se il futuro della musica potesse dipendere dal suo riconoscimento in seno alla comunità sociale come attività formativa per la coscienza dell’individuo, e soprattutto dalla considerazione di cui la politica istituzionale la circondasse. Ebbene mi rispose di no.

Il grande Chick non credeva molto negli interventi dall’alto, ma nell’impegno individuale all’interno della propria comunità, favorendo l’insegnamento della musica nelle scuole, sostenendo i giovani artisti, organizzando concerti e facendo musica ovunque. Solo così, concludeva, il futuro dell’arte sarebbe stato più luminoso.

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