Dicembre 7, 2022

A Torino confronti su “La grande statuaria e i Giganti”_di Maurizio Menicucci

Volendo spaccare il capello in quattro, per poi risalire la china della simpatia, espediente retorico da poco che adottiamo consapevoli dei nostri limiti, dovremmo pronunciare

subito una ruvida verità: che, grazie al cielo, il Salone del Libro (specificare di Torino, oramai, è superfluo, come apporre Berlino a Bookmesse) continua a crescere, sull’onda di un successo che forse dipende più dall’indubbia sagacia comunicativa degli organizzatori, che dal dubbio amore del pubblico per la pagina. E che, tuttavia, proprio per questo frenetico carattere di evento nazional-popolare, capace di raccogliere sotto il tendone post-industriale del Lingotto promosso a pirotecnico tempio del sapere, decine di migliaia di persone, ci chiediamo se non sarebbe meglio chiamarlo Festival, o Fiera, o Luna Park del Libro. In tal modo, visto che a questo problema pare non esserci rimedio, ci si rassegnerebbe a sopportare meglio il chiasso infernale, che tra cori alpini, folklori regionali e prevaricazioni sonore dagli stand più arroganti e attrezzati, trasforma in una prova di resistenza qualsiasi tentativo di significare qualcosa anche solo all’orecchio di un interlocutore, figurarsi a una piccola platea venuta ad ascoltare le ultime del passato remoto sardo. 

Dopo quest’unico appunto, possiamo andare al buono e al bello della manifestazione, che sulla bilancia pesano ben di più del resto. Lodandone, prima di tutto, la capacità di tenere insieme nel nome della scrittura, tanti argomenti, personaggi, voci, tempi e linguaggi, pur col vistoso rischio di immolare il significato sempre più sfuggente della parola libro alla multimedialità. Caso, o privilegio lautamente pagato, la Regione Sardegna ha potuto compensare la vulnerabilità acustica, con una centralità invidiabile nella topografia del Lingotto, vincendo anche per questo la non facile scommessa di puntare sull’archeologia, e potendo contare, altra felice coincidenza di questa edizione, sull’effetto cronaca: la scoperta, appena annunciata, di due nuovi busti della serie di Mont’e Prama, che ha portato sotto la Mole archeologi e tecnici protagonisti delle campagne di ricerca nel Sinis, come Giovanni Ugas, Raimondo Zucca e Gaetano Ranieri. 

Incombevano, nell’angusto e affollato spazio di Casa Sardegna, spinose questioni sulla paternità delle ultime scoperte, subito disinnescate, o più realisticamente, rimandate, nel nome del padre dell’archeologia sarda: quello di Giovanni Lilliu, scomparso dieci anni fa, accademico dei Lincei e scopritore della reggia nuragica di Barumini (dal ’97, Patrimonio Unesco dell’Umanità), al quale l’assessorato alla cultura della Regione ha dedicato una mattinata di incontri, studi e memorie, invitando la figlia Cecilia, anche lei, archeologa a ricordarne la figura di uomo e maestro, tra l’altro, di gran parte degli studiosi presenti. 

Ma, si diceva, della paternità dei ritrovamenti a Mont’e Prama: per ora sembra pacifico, e da tutti accettato, il ruolo principe, avuto negli ultimi vent’anni della ormai cinquantennale vicenda dei Giganti, dalle mirabolanti tecnologie sonar e radar di Gaetano Ranieri, capaci di vedere i reperti sotto metri e metri di terra. Archeologo, Ranieri, non è, ma esperto in geognosia, materia piuttosto rarefatta, che l’eclettico ingegnere, ordinario ai Politecnici di Torino e Cagliari, ha ‘quotidianizzato’, applicandola con fantasia a uno straordinario ventaglio di ricerche. Come questa abilità nello sfruttare le onde emesse da qualsiasi fonte lo abbia portato come una trottola in giro per il mondo, a collaborare i paesi più lontani per ambienti, culture e organizzazioni politiche, e stringendo comunque rapporti umani e scientifici più forti di qualsiasi differenza, lo racconta ‘Sulle Ali del Jumbo’, diario di uno scienziato viaggiatore, che Giorgio Ariu, direttore de ‘Il Cagliaritano’ e appassionato editore di testi di Storia e storie sarde, ha pubblicato e portato a Torino, insieme al suo autore. La presentazione – e visti gli interessi e la vita ingegnosamente agitata di Ranieri, non poteva essere altrimenti – si è presto trasformata in un serrato dibattito e di qui, passo breve e obbligato, è ritornata all’indagine archeologica, coinvolgendo altri relatori, come il presidente della Fondazione Mont’e Prama, Anthony Muroni, in un’unica sessione no stop sullo stato dell’arte dello ricerche e sulle iniziative economiche e culturali che competono alla Fondazione e alla Regione. 

Ranieri, in base ai suoi rilievi, si dice certo che il sito è in massima parte ancora da scoprire. Ma che cos’era Mont’e Prama, nonostante la quarantina di statue finora ritrovate, se necropoli, città o centro di culto, ancora non si sa. La stessa datazione è resa incerta dalle dimensioni insolite e dalle fattezze forse orientaleggianti delle statue. Manufatti di una comunità non sarda? O forse semplicemente opere di artisti stranieri chiamati a celebrare, ben dentro il millennio, i fasti di aristocrazie locali attraverso una statuaria imponente che ricordava il glorioso passato nuragico, ormai al tramonto? Recenti analisi genetiche rivelano, però, che i resti umani disseppelliti nell’area sono tutti compatibili con il Dna delle genti nuragiche, e appartengono a individui morti in giovane età, con segni di trauma, e non consanguinei. Indizi che per Raimondo ‘Momo’ Zucca, potrebbe far supporre una sorta di santuario delfico di tutte le tribù nuragiche, destinato a ospitare i resti dei giovani morti in battaglia. Confermando, in ogni caso, l’importanza del sito di Mont’e Prama per la storia antica non solo della Sardegna, ma di tutto il Mediterraneo, del cui Occidente i nuragici erano l’unica vera civiltà, quando mancavano ancora quasi un millennio per veder sorgere la potenza etrusca e quella latina.    

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