Luglio 14, 2024

L’ospedale di Montevecchio, in attesa di cure_di Tarcisio Agus

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Un’altro pezzo di storia è in procinto di cedere al tempo ed all’incuria. Si tratta dell’ospedale di Montevecchio, immobile entro l’abitato, anch’esso ricco di storia e senza dubbio merita d’essere salvato. Posizionato al centro dell’abitato ove tutti transitano, compresi coloro che vanno oltre Montevecchio,  certamente  oggi non è un buon biglietto da vista, recintato per evitare danni a persone e cose, la sua ottocentesca facciata è erosa dalle intemperie ed il tetto è paurosamente imbarcato  tanto che da un momento all’altro verrà giù, come il tetto della laveria Principe Tomaso, dell’ex laveria Rio (a suo tempo recuperata) e della graziosa stazione ferroviaria di Sciria.

Ma ciò che sdegna, a differenza degli altri edifici, l’ottocentesco ospedale fu dotato dal Consiglio Regionale, per gli anni 2012 e 2013, della somma di 500 mila euro per ogni esercizio per la messa in sicurezza ed assegnati all’IGEA S.P.A, titolare dell’immobile, per l’intervento di competenza.

Ad oggi nessun euro è stato speso per evitare il prossimo collasso,  pare che l’unica somma spesa o impegnata, sia stata quella necessaria a retribuire l’ingegnere chiamato a redigere il progetto.

L’ospedale va protetto in attesa di tempi migliori, visto che neanche il progetto europeo per la realizzazione del Campus Universitario è andato avanti, pur avendo superato la prima fase di finanziamento,  all’interno del quale l’ospedale sarebbe stato recuperato e destinato alla didattica e ricerca. Come in parte è stato nella storia, perché oltre ad avere una sua peculiarità architettonica e funzionale, fu anche un importante riferimento per la ricerca  e le malattie professionali.

Dell’ospedale di Montevecchio ne abbiamo la prima testimonianza nella relazione ispettiva dell’ing. Axerio, che nel maggio del 1869 riportava:  “una cassa di soccorso mantenuta con la ritenuta del 4% sulle paghe provvede agli operai malati. I quali, accertata la malattia, sono ricoverati nell’ospedale locale, ove ricevono gratuitamente vitto, medicamenti e cura medica, ovvero sono trasportati a domicilio, se questo trovasi nei villaggi vicini, e in tal caso, oltre il medico e i medicamenti, l’operaio ha pur diritto di 2/3 della paga giornaliera, e ciò nel limite di 60 giorni di malattia. Ora è in costruzione un nuovo ospedale, che potrà bastare alle esigenze di tutto il personale operaio”.

Nel 1875, sotto la direzione dell’ing. Alberto Castoldi, si presume il completamento dell’opera, che da subito venne riconosciuto fra gli ospedali più avanzati d’Europa.

Così Carlo Corbetta, funzionario regio in visita a Montevecchio, descrive nel libro “Sardegna e Corsica” del 1877 l’importante edificio: “L’ospitale, mantenuto in parte dalla cassa di soccorso della società mutua degli operai, è situato nella posizione più elevata e salubre e costrutto secondo tutti i precetti voluti dall’attuale progresso igenico e profilattico. È capace di oltre cinquanta letti distribuiti in cinque o sei sale da otto a dieci ciascuna, ampie, bene illuminate e areate e riscaldate all’uopo con stufa sotterranea che vi trasmette con appositi tubi l’area pura esterna resa calda. Opportuni sfiatatoj danno sfogo a quella viziata dai miasmi nasocomiali o cancrenosi che  vi s’ingenerassero. A ciascun letto poi risponde un’apertura  che ha comunicazione con una corsia o corridojo posteriore interno che disimpegna i locali, e nel quale scorrono facilmente i letti, nei casi di morte, di spurghi o d’altro, un medico che ne ha la direzione e vi ha apposita farmacia, lavanderia e cucina economica; dappertutto un’ordine ed una pulizia inappuntabili; è un vero giojello degno di essere preso a modello in ogni sua parte”.

Nel 1902 la struttura ospedaliera raggiunse la capacità di 30 posti letto, con sale riservate, la farmacia e l’abitazione del medico ed infermiere, che vi risiedevano stabilmente.

L’ing. Sollmann Bertoglio  genero dei  Sanna-Castoldi, per aver sposato nel 1900 la figlia Enedina, venne chiamato nel 1904 a sostituire l’ing. Castoldi, ritiratosi dopo 30 anni di lavoro, e proprio in quell’infausto anno avvenne un  gravissimo incidente in miniera. Il distacco di un lastrone roccioso  provocò  la morte di 4 operai e di altrettanti feriti.

Questa drammatica disgrazia spinse l’ing. Bertoglio a dedicare particolare interesse ed attenzione all’infortunistica ed alle condizioni previdenziali del personale e nel 1907, reputando l’ospedale uno dei capisaldi della sua politica sociale e sanitaria, si curò di migliorarne ulteriormente la funzionalità ed i servizi. Pose mano alla realizzazione di una attrezzata sala operatoria, del gabinetto per le ricerche cliniche e microscopiche, completò i nuovi ambienti con una sala per le cure ambulatoriali, diventando di fatto un punto di riferimento per tutta la comunità mineraria e non solo.

Per dare stabilità e continuità alla nuova organizzazione ospedaliera, chiamò a dirigere il moderno nosocomio il dorgalese Attilio Mariani, che mantenne il suo incarico per ben 45 anni, tanto da essere ricordato per la sua umanità, l’impegno e la dedizione da tutta la comunità. 

L’attività ospedaliera ed i servizi sanitari, interamente gratuiti come le medicine, ebbero l’importante supporto delle figlie di Giovanni Antonio Sanna, le nobildonne  Ignazia, guspinese di nascita, detta la Contessa Rossa, rientrata ad occuparsi di Montevecchio dopo la separazione dal marito Sen. Avv. Giovanni Maria Solinas e Zely Sanna, che continuarono, con l’ing. Bertoglio, a prestar attenzione alla “sua gente”, così il loro padre chiamava le maestranze e le loro famiglie.

Prima del suo richiamo alle armi, nel 1910/11, il dott. Mariani aveva avviato importanti attività sanitarie che coinvolsero tutta la popolazione mineraria. Montevecchio aveva raggiunto i 1500 abitanti, ma l’azione di prevenzione, di studio e di servizi coinvolse anche i minatori e le famiglie  residenti nei paesi limitrofi.

L’ospedale in quegli anni iniziò i primi studi sulla silicosi polmonare, primaria malattia che portava all’insufficienza respiratoria, così come studiava e curava l’altra diffusa malattia fra i minatori, meglio nota come saturnismo, si trattava di un’intossicazione da piombo dovuta ad inalazione  di polveri che facilmente venivano respirate nell’estrazione della galena e nelle successive lavorazioni, in particolare in fonderia. I sintomi più manifesti erano i disturbi addominali, la cefalea e problemi neurologici. Anche le donne, occupate nella cernita dei minerali, erano soggette alle intossicazioni  e per loro il rischio erano  anche gli aborti o parti prematuri.

La salute delle maestranze  e delle loro famiglie portò la direzione dell’ospedale ad intraprendere  una grande campagna contro la malaria che falcidiava operai e dirigenti, tanto che la società spendeva 40.000 lire annui per l’acquisto del chinino e altre 15.000 per le cure ospedaliere, nulla di simile avveniva nei comuni viciniori per carenze finanziarie. Fu tale l’impegno che le aree della miniera vennero bonificate dalle acque suscettibili di ristagni e per mantenere asciutto il terreno vennero piantati un gran numero di pini ed eucaliptus. Ma non solo, anticipando la grande campagna di eradicazione della malaria ad opera ERLAAS (Ente nazionale per la lotta anti-anofelica in Sardegna) fra il 1946 e il 1950, nell’ospedale di Montevecchio venne preparata una miscela di petrolio leggero e olio combustibile in proporzione 9 a 1, che versata sulla superficie delle acque, in particolare nei bacini di raccolta destinati alle laverie, uccideva le larve e le ninfe di anofele in 6 – 24 ore.

Dopo la scoperta della radiografia ad opera del fisico Wilhelm Conrad Röntgen nel 1895, anche in Italia si diffuse il nuovo strumento diagnostico, a cominciare dal 1904. Già prima dell’entrata in esercizio degli schermi a tungsteno di calcio a metà del 1900, che faceva uso dei film fotografici (lastre) impressionati dai raggi X, l’ospedale nel 1939 venne ulteriormente ampliato con nuovi ambulatori ed attrezzature, compreso il gabinetto radiologico e schermografico.

Quest’ultimo intervento pose fine  alla difficile gestione degli infortuni che spesso non si riusciva, in particolare con alcuni fratturati, a praticare il giusto riavvicinamento e consolidamento delle ossa tanto che  molti operai subivano delle deformazioni e di conseguenza limitazioni funzionali.

Il moderno gabinetto radiologico consentì il superamento di uno dei punti critici degli ospedali minerari, riuscendo, con le nuove attrezzature, a diventare sempre più punto di riferimento dell’attività sanitaria territoriale. Dotato di ambulanza, disponeva del medico e di un gruppo di infermieri presenti 24 ore su 24, nonché del radiologo, che contribuì, oltre che alla ricerca e studio della silicosi, anche alla ricerca e sviluppo della  traumatologia.

Successivamente, integrarono il personale medico un dentista, per un giorno a settimana, e l’ostetrica che assisteva le partorienti anche a domicilio nei vari cantieri e nei paesi vicini, dove risiedevano le gestanti mogli dei minatori.

Il sistema sanitario della miniera fu sottoposto ad analisi dalla Commissione consiliare regionale  di indagine sulle condizioni di sicurezza, tra il maggio 1955 ed il febbraio 1956, dalle quali emerse che oltre all’ospedale ben attrezzato con tutti i servizi e personale, ogni singolo cantiere era dotato di locali di pronto soccorso con infermiere e gli operai, ogni anno, venivano sottoposti a visita radiologica di controllo.

La dinamica attività sanitaria dell’ospedale di Montevecchio ebbe il suo grande epilogo con la costruzione della colonia marina di Funtanazza, entrata in esercizio nel mese di maggio del 1956  per  figli dei minatori. La cura ed il trattamento elioterapico dell’importante struttura socio sanitaria era sotto stretto controllo di un medico, di due infermieri e di un folto gruppo di assistenti vigilatrici. Ogni anno la struttura ospitava 600 bambini e bambine divisi in tre turni, in un ambiente luminoso con camerate ampie e soleggiate. La colonia era dotata di impianto di riscaldamento a tubi radianti nei pavimenti che permetteva l’uso anche nelle fredde giornate o d’inverno.

Il medico presente in struttura disponeva di un proprio alloggio presso l’infermeria, con annesse sale per le visite e per l’isolamento, usata quest’ultima per i bambini eventualmente colpiti da malattie infettive, e di una piccola farmacia. Visitava i bambini/e all’inizio e fine turno, controllava l’alimentazione e disponeva le varie attività all’aria aperta, compresi i bagni, sotto la sorveglianza dei provetti bagnini. Così il primo medico di Funtanazza, dott. Peppino Santarelli,  in una sua dichiarazione ricordava i bambini:  “.. ricordo con piacere l’appetito che tutti avevano e a fine turno, quando si faceva la visita medica di controllo, potevo constatare con piacere che il peso dei bambini era sempre maggiore rispetto a quello dell’inizio della loro vacanza”.

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