Il distretto nuragico del Guspinese_di Tarcisio Agus
Diversi studiosi hanno datato la formazioni delle tholos nuragiche fra il XV-XIV e XIII secolo, sostenendo che in questo periodo siano nati i distretti territoriali o cantoni, come definiti dal Prof. Giovanni Lilliu, per il controllo del territorio e delle risorse.
Essendo in questo periodo ancora lontana l’idea dell’urbanizzazione il distretto nuragico può essere considerato l’insieme di insediamenti dovuti alla formazione di nuovi nuclei familiari, organizzati gerarchicamente. Come succede ancora oggi, da un nucleo familiare se ne formano altri, con altrettante strutture abitative. Nel nostro caso più che di singoli dovremmo parlare di tribù, forma di organizzazione centralizzata e governata da un “capo”, come alcuni antropologici sostengono, anche se permangono ancora dubbi sull’organizzazione sociale piuttosto complessa delle comunità nuragiche.
Dobbiamo per il momento pensare a gruppi umani legati da parentela, che erigono il nuraghe, simbolo riconosciuto di un popolo, con gli abitati all’interno dell’area di insediamento prescelto.
L’insediarsi in un territorio condiviso impegnava tutte le tribù o famiglie al reciproco aiuto, S‘aggiudu torrau (L’aiuto reso), come ancora oggi, nonostante siano trascorsi anni luce dall’esperienza umana nuragica. Del resto non era semplice erigere torri che superavano i venti metri d’altezza, per poi gradualmente affiancarne di nuove e raccordarle con imponenti contrafforti che diedero origine ai nuraghi complessi.
La fase di insediamento diffuso è preceduto, nell’ultima fase del Neolitico (2.900 – 2000 a.C.), dalla cultura Monte Claro, diffusasi pressoché nell’intera isola. In questo periodo assistiamo alla nascita sulle alture delle fortificazioni che dominano i sottostanti terreni agricoli e, nel nostro ipotetico distretto, la suddetta cultura la ritroviamo presso il complesso nuragico di Saurecci, dove è attestata la presenza di capanne di fase Monte Claro sul versante nord della fortificazione megalitica.
Come da molti attestato gli uomini della fase Monte Claro sembrerebbero tesi alla difesa, non sappiamo esattamente da chi, forse dalle rissose e belligeranti genti del Campaniforme che arrivano in Sardegna provenienti dall’Europa occidentale e centrale, costituiti da abili cavalieri, arcieri e profondi conoscitori dell’arte fusoria. Il loro “dominio in Sardegna” si stima durò circa 300 anni, sostituiti poi nella fase del Bronzo antico (2.000 -1.500 a.C.) dagli uomini della cultura Bonnànaro, pare legati per la loro origine al centro Europa ed alle genti del Campaniforme. Anche questa cultura, che si espande sull’intera isola, viene considerata “guerriera” per i ritrovamenti dei brassard (i guardapolsi dell’arciere), ma significativo è il ritrovamento delle spade in rame arsenicato di Sant’Iroxi a Decimoputzu, che alcuni studiosi attestano simili alle spade dei Shardana rinvenute nelle rappresentazioni egizie. Con questa cultura il prof. Giovanni Lilliu sosteneva fosse avvenuto il passaggio da una società pacifica dedicata all’agricoltura ed all’allevamento ad una società di pastori – guerrieri.
Proprio in questa fase storica appaiono i primi monumenti megalitici detti proto nuraghi o nuraghi a corridoio, formati da cumuli di grosse pietre in forme quadrilatere o ellittiche irregolari, che ospitavano al proprio interno un corridoio o dei piccoli ambienti per dare ristoro agli addetti alla vigilanza. Questi nuovi elementi architettonici della storia della Sardegna sono considerati le prime strutture megalitiche erette a controllo del territorio, in quel decisivo passaggio dall’uomo errante a stanziale. Il ridotto numero dei proto nuraghi, si stimano tra i 400 ed i 1000 esemplari, rispetto ai successivi nuraghi a tholos, oltre 8000, avvalorerebbero le ragioni della loro edificazione.
Anche nel nostro territorio, come nel resto nella Sardegna, si andavano strutturando dei distretti, dove insediare i villaggi, erigere i luoghi di culto, le necropoli e, nel caso specifico, i propri nuraghi, simbolo delle genti sarde, pur di diversa estradizione, per controllare gli armenti, il sistema vegetale, animale e geologico per i suoi sempre più innati bisogni.
Nel territorio un probabile distretto muoverebbe i suoi primi passi proprio nella fase della cultura Bonnànaro, con il controllo del territorio affidato almeno due proto nuraghi posti a mezza costa dal complesso granitico che sovrasta l’attuale abitato di Guspini: il nuraghe Morazzinu (Cara), di forma quadrangolare con cella rotonda, eretto sul versante sud est, poteva controllare la vasta pianura gonnese, mentre il proto nuraghe Funtana crobetta (Santa Margherita), guarda il fronte nord est, spaziando sulla vasta pianura dal guspinese al terralbese.
A dir il vero nella zona sud del guspinese abbiamo altri due proto nuraghi, il Narinu eil Cugui, che per il loro posizionamento, ai lati dell’ingresso all’area mineraria di Montevecchio, farebbero pensare siano stati eretti per il controllo del filone minerario di levante, che da Sciria inerpicandosi a sud occidente attraversa il territorio arburese sino a Gen’è mari, mentre a oriente riemergeva presso l’abitato di Guspini.
I due proto nuraghi, oltre il controllo dell’area mineraria, potevano esercitare la stessa funzione verso nord est, sulla vasta pianura solcata da diversi corsi d’acqua, in particolare dal rio Montevecchio, che nella parte nord prende il nome di rio Sitzerri, mentre dal Monte Santa Margherita, alle spalle dell’abitato di Guspini, nascevano il rio Mengas e rio Cabras, che confluivano e alimentavano l’ampia depressone nella zona di Urradili e Murt’è canna, formando un’interessante bacino embrifero che si è mantenuto sino agli albori dell’800, quando i braccianti poveri senza terreni, capeggiati dall’allora rettore Dott. Antonio Maria Carta, ne bonificarono la superficie. Dall’ampia depressione nasceva come estuario il rio Urradili. che prendeva poi il nome di rio Melas e rio San Giovanni, prima di confluire nel rio De Sa mena (rio Montevecchio) .
La vasta area territoriale, che potremmo definire estesa sin verso la zona nord detta di Mattiane, era “difesa” naturalmente ad oriente dal fiume Terramaestus, che nel pabillonese prenderà il nome di Flumini Bellu ed a San Nicolò d’Arcidano, Flumini Mannu, definito dal geografo, matematico ed astronomo romano Claudio Tolomeo, nel II sec.d.C., il Sacri fluvii ostia (il fiume sacro).
Questo vasto abitat costituito da un’ampia e fertile pianura, in parte potremmo dire anche irrigua grazie all’ampio lago naturale formatosi nella depressione, era attorniata da una folta vegetazione costituita da corbezzoli (Oiôi), lecci (Iscibi) e lillatro (Arridèbi), che ancora oggi si conservano sul fianco delle montagne ai margini del territorio nel Monte Maiore, mentre nella vasta pianura a prevalere erano le piante da sughero (Ciuèsciu).
Nell’era terziaria (periodo compreso tra i 65 ed i 2 milioni di anni fa) andarono formandosi le emergenze che avrebbero poi ospitato gli importanti complessi nuragici. Sul colle di San Giovanni venne eretto il nuraghe Bruncu de S’orku, mentre sui monti Urradili, Melas e Saurecci i nuraghi omonimi. Il Saurecci occupa il promontorio più alto (176 metri sul livello del mare e 140 metri sulla sottostante pianura). Fra questi colli, che rappresentano il centro della ipotesi distrettuale, si ergono le prime tholos o nuraghi mono torre, costituiti da un struttura a sviluppo verticale troncoconica, realizzate a secco con filari di massi poligonali piuttosto consistenti alla base, innalzandosi poi con filari concentrici sempre più ridotti sino al massimo stabilito. La suddetta tecnica edificatoria sembrerebbe dovuta ai contatti dei sardi con il mondo egeo, in particolare con i tardo-micenei ed gli geo-ciprioti.
La parte superiore della torre terminava con una terrazza detta ad aggetto (che sporge fuori dalla circonferenza finale della torre) e sorretta da mensoloni.
Non sappiamo esattamente quale fu la prima tholos eretta nel distretto, perché ad oggi non ci sono studi scientifici, nonostante Prof. Lilliu, che sognava un giorno di poter indagare il Saurecci, lo classificò negli anni del 1960, alla fine del Bronzo Medio (1600-1500 a.C). Del complesso posizionato sulla cima del promontorio omonimo si mantengono tre nuraghi mono torre, forse anche un quarto, raccordati da una possente muraglia che richiama le mura che cingevano l’antica città micenea di Tirinto.
Trattasi dell’unico insediamento nuragico delle alture suindicate che non si trasformerà in un nuraghe complesso, ma manterrà inalterata la sua possente formazione con i quattro nuraghi mono torre, tre guardano a sud verso l’area mineraria di Montevecchio.
Potrebbe quindi esser verosimile, così come già ho avuto modo narrare in un mio precedente articolo sulla fortezza di Saurecci, che già dalla fase Monte Claro il colle fosse stato scelto dai metallari del tempo perché il fiume sottostante, che proviene dall’area di Montevecchio, conteneva nel suo greto i minerali di ferro, di rame e di piombo dilavati dai filoni emergenti nell’area di levante che forma l’impluvio del rio Montevecchio. Questa importante risorsa non poteva non essere successivamente protetta e forse sfruttata all’interno dell’ampia fortificazione. Il ritrovamento fortuito di uno stampo in steatite di metà di una bienne farebbe pensare ad un luogo protetto e inviolabile destinato alle produzioni metallurgiche di ferro, bronzo e dei preziosi, come argento e oro, anche se quest’ultimo in piccole quantità, ricavati dall’abbondante galena argentifera.
Delle quattro torri che costituiscono la fortificazione nuragica tre hanno l’accesso dall’interno della fortificazione ed una dall’esterno, come se fosse la garitta per gli addetti alla vigilanza e difesa esterna. L’ingresso all’articolato complesso è mascherato nella possente muratura che guarda a nord, sembrerebbe costituito da una stretta apertura posizionata nella parte più difficile e scoscesa del colle.
L’ultimo ritrovamento nell’area di Montevecchio levante di una panella a conchiglia, classificata di stagno per l’alta presenza del prezioso elemento chimico (20%) e del peso complessivo di 14,50 kg, attesterebbe la presenza dalla prima fonderia nuragica in regione “Conch’è Mosu”, riconducibile al IX-VIII s.a.C.
L’importante reperto che potremmo definire un “semilavorato” per le diverse caratteristiche chimico fisiche dei metalli che lo compongono (Piombo, zinco, manganese, argento, rame, ferro e bismuto) da ulteriore forza al nuraghe Saurecci ed alle sue attività metallurgiche, che potremmo considerare “a bocca di miniera”, (2 km). Forse volutamente posizionato “lontano” dai preziosi filoni per questioni di riservatezza e sicurezza, ne esercitava comunque il controllo visivo con il supporto, come già detto, dei protonuraghi di Narinu, Cugui, ed in caso di emergenza poteva chiedere l’immediato intervento attraverso i complessi nuragici più prossimi di Is Arais e Nuracci.
Le prime tholos andarono moltiplicandosi nei luoghi di insediamento e numerose subirono importanti modificazioni architettoniche, accostate da ulteriorinuove costruzioni, contrafforti e bastioni.
Stando ai dati dell’attuale conoscenza il distretto settentrionale guspinese consta di una trentina di nuraghi, di cui almeno la metà complessi, sono quelli che meglio si conservano perché posizionati sui colli, altri, specie quelli in pianura, sono andati distrutti per gli avvenuti spietramenti nel tempo, mentre quelli che hanno integrato i nuraghi a corridoio di Narinu e Cugui, vennero smantellati per costruire nel 1873 le infrastrutture della strada ferrata “Sciria Sangavino”, in particolare si ricordano i nuraghi Is Arais, Nuracci, Zuddas e Santa Caterina.
Il centro del nostro distretto potrebbe essere individuato nell’area compresa tra i nuraghi complessi di Urralidi, Melas, Brunch’é S’orcu, Santa Sofia ed il Saurecci.
Il nuraghe Urradili è quello più a sud del centro distrettuale, un classico quadrilobato con al suo interno, poggiante sulla torre orientale, il mastio centrale con antistante cortile interno. La quattro torri erette a est, nord, nord ovest e sud, sono raccordate con una possente muraglia. Dalla sua posizione teneva sotto controllo l’ampia e fertile piana di Correleddu dove insisteva il lago naturale che alimentava i terreni sottostanti di Murt’é canna e Prunas. Sul fronte sud era in stretta connessione con i nuraghi distrutti di Santa Caterina, Zuddas, Nuracci (complesso), Is Arais.

Il nuraghe Melas, sul fonte nord a 2,5 km in linea con Urradili, quasi a formare un baluardo a difesa del nuraghe Saurecci alle loro spalle, è un nuraghe polilobato complesso, costituito da un’ampia cortina antemurale che si sviluppa in forma ovoidale da est ad ovest su un raggio di circa 85 metri ed una larghezza di 50. Non è dato sapere, per l’attuale situazione, il numero delle torri che costituivano l’ante murale, negli anni del 1990 si potevano contare certe almeno sei torri in forte degrado e tutte sul fronte nord – nord ovest. Sull’antemurale nella parte nord è addossato un altro complesso di non meno quattro torri con ampio cortile e probabile ingresso nella zona est fra due torri. Sempre addossato all’ante murale troviamo il mastio con scala elicoidale verso il terrazzo, questa torre è quella che ancora si può osservare lungo la SS 126 tra il km 99 e 100.

A nord ovest dal Melas troviamo sul colle di San Giovanni, un’altrettanta fortificazione nuragica di tipo complesso, il nuraghe Bruch’é S’Orku. Dotato anch’esso di un ampio antemurale a quota 93 m.s.l.m di forma polilobato, conta non meno di sei torri posizionate prevalentemente a nord, ovest e sud. Al suo interno nella parte più elevata trovasi un bastione curvilineo, non è chiaro se dotato di tre o quattro torri, sul quale svetta la torre centrale con apertura a sud est dotata di scala intermuraria per l’accesso alla terrazza.
Completa questo nucleo di nuraghi articolati, che distano mediamente fra loro due chilometri, il nuraghe trilobatodi Santa Sofia, in posizione nord ovest, ma a differenza dei suoi simili è posizionato nella vasta pianura omonima a quota 49 m.s.l.m. Con le tre torri posizionate a nord ovest, sud e ad est, raccordate con un possente antemurale, racchiude al suo interno un cortile ed il mastio con l’apertura a sud est.
Sicuramente i complessi più significativi ed importanti del distretto nuragico al centro del quale, nello spazio compreso fra i nuraghi Urradili e Melas, troviamo il tempio a pozzo di Nieddinu. Come quelli a noi noti di Santa Vittoria di Serri o di Santa Cristina di Paulilatino, anche il nostro santuario è al centro di un complesso articolato che si estendeva a cavallo della SS.126, tra la regione Prunas ad oriente della statale, dove sorge il pozzo sacro, e la regione Margianitta ad occidente della statale dove, a detta di Francesco Lampis, appassionato di archeologia ed amico del più noto archeologo Antonio Taramelli, segnalava nel 1920 la presenza di ben due nuraghi senza nome.
Purtroppo, come in tutte le aree di pianura, in particolare nell’area in oggetto, ampiamente sfruttata in ogni epoca grazie alla sua fertilità, non abbiamo più traccia se non dei modesti cumuli di pietrame. Sicuramente le strutture indicate dal Lampis erano parte del santuario di Nieddinu, anch’esso verosibilmente costituito da diversi agglomerati in gruppi isolati, come descritti dal Lilliui per Santa Vittoria “con un gusto dissociativo, disgregativo”. Erano sicuramente anche nel nostro distretto il tempio a pozzo e le sue pertinenze, come la capanna del sacerdote, l’ambiente per la raccolta dei doni cosi detti ex-voti, il grande recinto che potremmo definire commerciale, la capanna delle assemblee dove si riunivano i saggi dei villaggi e delle tribù, così come vi era la grande capanna per l’assemblea dei fedeli. Non potevano mancare i luoghi di accoglienza dei pellegrini, che presero poi, con l’avvento del cristianesimo, il nome di “Cumbessias”, costituite in logge che di giorno venivano utilizzate per preparare i pasti e soggiornare, mentre la notte trasformati in dormitori. Ogni aratura ha restituito testimonianze del vasto insediamento con una buona quantità di materiale fittile e nella proprietà Cadeddu venne recuperata una “pietra sacrificale” in trachite chiara, a forma di fungo e del diametro di circa un metro, con nella sommità una piccola conca dal quale dipartiva uno scarico tubolare sino al piede del manufatto. Oggi quei ed altri materiali sono presso il deposito del Gruppo Archeologico Neapolis. L’area del santuario, come è successo per i più noti, venne interessata poi dalla edificazione di una chiesa cristiana dedicata a Santa Maria del Carmine (del Carmelo) “Santa Maria de su Cramu”, andata anch’esso distrutta. Non sappiamo se l’erezione del modesto tempio cristiano sia dovuto all’opera di evangelizzazione dei luoghi pagani attraverso i monaci carmelitani, fuggiti dall’oriente per stabilirsi in Europa compresa la Sardegna.
Certo è che l’intitolazione cristiana al luogo sacro nuragico non stravolse la sacralità del luogo dedicato al culto delle acque, fonte di vita e di purificazione. Il profeta Elia nel IX secolo a C., presso la fontana nel monte del Carmelo (Alta Galilea), ebbe la visione della venuta della Vergine Maria, che portando nel suo grembo il Cristo, avrebbe dato la vita e la fecondità al mondo.
Il luogo di culto era frequentato dagli “abitanti dei nuraghi” e dalle popolazioni che vi gravitavano con i loro villaggi come quelli di Is Trigas, Cucureddus, Terra Moi, Arrûiasa, Pauli Planu, Tuppa cerbu e Cabu Domu., per citare quelli più noti.
Nei giorni delle cerimonie a frequentare il luogo sacro non erano solo gli abitanti del distretto, ma era anche un momento di incontro con le altre realtà territoriali per lo scambio di informazioni, esperienze e la commercializzazioni dei prodotti artigianali ed agricoli.
Diciamo che ancora oggi ritroviamo, come nella festa più importante di Guspini della vergine Assunta, anche se in forma moderna, lo spirito ed i rituali atavici dei nostri antenati.
Mentre i luoghi, diciamo esclusivamente religiosi e mistici, erano le “Tombe dei giganti”, monumenti megalitici per le sepolture collettive, a forma di testa taurina che richiamerebbe, come ci ricorda il Pof. Lilliu, “la copia divina naturalistica: la deità madre ed il dio toro suo”partner” necessario”. Divinità protettrice dei defunti. Nell’area della circoscrizione sono quelle note presso rio Cabras, Melas, Pauli Planu, Margianitta, 3 a Terra Moi, Toguru e due esemplari presso Casa Ortu. I monumenti funerari, così pure i villaggi, dovevano essere molti di più, ma l’attività estensiva agricola e l’introduzione meccanica ha cancellato numerose testimonianze.
Il complesso delle emergenze ancora visibili ci testimoniano un lembo di Sardegna particolarmente ricco ed integrato economicamente, non sappiamo ancora se queste testimonianze siano state erette, al di la dei motivi principali, acque, ricchezze minerarie e fertili territori, anche a seguito di presagi, sogni, segni divini o secondo le nuove teorie dalla posizione astrale.
Certo è che le aperture dei nuraghi, prevalentemente a sud est con alcune dotate di finestrella di scarico come nel nuraghe Melas, abbiano svolto anche funzioni di calendario, permettendo, attraverso la penetrazione della luce del sole e della luna sulle pareti interne del nuraghe, di stabilire i momenti della giornata, i solstizi e gli equinozi per meglio regolare la vita degli uomini, degli animali e le preziose produzioni alimentari nell’arco dell’intero anno.
Più difficile ed ancora molto dibattuta è l’archeoastronomia, ovvero lo studio dei cieli e le possibili correlazioni con le evidenze archeologiche.
Stando alle indicazioni della nuova disciplina, nel nostro distretto potremmo concentrarci sui quattro nuraghi complessi e rappresentativi di Urralidi, Saurecci, Brunch’è S’Orcu e Melas, che formano, unendo i loro vertici, un quadrilatero come la “cassa” del Grande o del Piccolo carro.

Osservando il resto dei nuraghi che vi stanno intorno potremmo idealmente individuare il gruppo di stelle del Grande o del Piccolo Carro che sovrastano il nostro emisfero.
Il Grande Carro rappresentato da sette stelle, ha una forma di aratro, mestolo o carriola con il manico ad oriente, formato da tre stelle. Pertanto potremmo riconoscere il Grande Carro, parte importante della costellazione dell’Orsa Maggiore, unendo i nostri quattro nuraghi complessi “cassa”, con una linea dal nuraghe Brunch’é S’Orku verso occidente al nuraghe Santa Sofia, Is Prunis e Nurecci.
Mentre il Piccolo Carro, costituito anch’esso da sette stelle, viene semplicemente indicato come un carretto con il timone rivolto a nord, dove si posiziona la stella polare.
Nello specifico, sempre facendo riferimento alla “cassa” e con la linea che parte dal Brunc’é S’orku verso nord uniamo il nuraghe Santa Sofia, Mattiane ed il nuraghe complesso Omni, che dovrebbe rappresentare a nord la stella polare.
Lasciamo la suggestiva rappresentazione agli studiosi del settore, così come affidiamo (speriamo) alle future ricerche scientifiche il nostro interessante distretto, sicuramente foriero di ulteriori ed importanti scoperte per una puntuale ricostruzione storica, non solo del territorio, ma utile anche alla comprensione della storia dell’isola di Sardegna.
In copertina il nuraghe Saurecci
