Dicembre 14, 2025

Guspini: la chiesa campestre di San Giorgio_di Tarcisio Agus

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San-Giorno-notturna

I lavori di restauro della chiesa campestre di San Giorgio in Guspini, finanziati con i fondi regionali attraverso la Misura 2, “Rigenerazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale, religioso e rurale”, dei fondi del PNRR, sono stati ultimati. L’intervento progettato dall’ing. Melissa Garau ed eseguito dall’impresa edile di Efisio Zaru, ha consolidato le strutture portanti e la copertura, contribuendo così al mantenimento di una delle poche testimonianze storiche ancora presenti nel territorio. L’importante opera di recupero ha, nel contempo, aperto una complessa finestra sul passato del monumento.

Considerata da sempre un edificio religioso del 1600 venne “graziata” dall’editto del 13 novembre del 1763 del vescovo di Ales Terralba Mons. Giuseppe Maria Pilo, nel quale si disponeva che tutte le chiese campestri dovevano essere scoperchiate e lasciate al loro disfacimento, perché a suo dire erano diventate rifugio dei malviventi.

L’ubicazione insiste in un’area di antiche frequentazioni, sicuramente già in fase nuragica (1800-700 a.C.), eloquentemente rappresentata dal nuraghe Terra Frucca, situato oltre il fiume Terramaestus. Altrettanto possiamo dire in fase romana per via della dimora signorile che prende il nome dal vicino nuraghe Terra Frucca, con frequentazione umana sino a tutto il medioevo.

Proprio dai documenti medioevali rileviamo che l’area era ancora abitata e che il luogo in cui insiste il monumento ecclesiale era chiamato: saltum de Taverram de Maistro.

Il saltum nel medioevo corrispondeva ad un’area boschiva che si mantenne sino all’800, quando ebbe inizio un massiccio disboscamento nell’isola. Il bosco nella cultura nuragica rappresentava la continuità tra la vita e la morte e sovente ospitava luoghi di culto. Nel nostro caso ci troviamo ai margini del salto medioevale, che comprendeva anche il contiguo saltum di Sattai, per cui pensare che il sito abbia avuto una continuità sacrale sino ai nostri giorni è possibile.

Purtroppo non abbiamo elementi tali da affermare con certezza che il luogo sia stato interessato da una area sacra, anche se un elemento lapideo, che è stato utilizzato per formare il gradino dell’altare, certamente di riuso, verosimilmente richiama un tentativo incompiuto di lavorazione per realizzarvi una “falsa porta”. Trattasi della classica apertura che ritroviamo alla base nelle stele di molte tombe di giganti, che non aveva funzioni di accesso alla tomba, perché di dimensioni ridotte, ma rappresentava il confine fra i due mondi, simbolo della continuità tra la vita e la morte.

Oltre i materiali litici rinvenuti con il restauro, che possono aiutarci in una ipotesi di ricostruzione storica, non da meno lo sono i nomi dei luoghi (Toponimi).

Da fonti documentali medioevali rileviamo che il toponimo si è arricchito del termine Ecclesia diventando Ecclesia Taverna de Maistro. L’articolato toponimo ci dice, a grandi linee, che ci troviamo in un’area dove la chiesa e la taverna erano di proprietà del Maestro. Il termine Maistro, da Maistus, generalmente lo traduciamo in maniera semplicistica “Maestro” e definiamo il fiume Terramaestus (Terra del Maestro), ma sappiamo anche che il termine Maistus è una forma derivata dal latino Magister e veniva usato per riferirsi ad una persona di grande autorità, religiosa o feudale.

L’ampio territorio nel periodo romano e medioevale era una importante area produttiva, e la presenza dalla articolata villa romana, detta di Terra Frucca, edificata poco più a nord del nuraghe, nella vasta piana di Truxelli, è una inequivocabile testimonianza legata allo sfruttamento cerealicolo di grande importanza per l’economia romana.

Mentre a ridosso del fiume, dove insistevano le sparse abitazioni dei coloni, erano le produzioni orticole, frutteti ed agrumeti e gli allevamenti, come ci ricorda Rutilio Tauro Emiliano Palladio nel suo trattato “Opus agricole” sulle ville rustiche del IV ed V secolo d.C. L’articolata villa, di cui si sono mantenute chiare le parti delle terme, è datata al IV secolo d.C., ed era il centro produttivo legato al fondo e utilizzata dal signore, “dal Dominus”, sotto l’autorità dell’amministrazione romana.

Non sappiamo allo stato attuale chi era il signore che governava il vasto latifondo e tanto meno se la villa e le proprietà siano transitate, per donazione, come era consuetudine nella fase paleocristiana in proprietà ecclesiastica, perché il toponimo Ecclesia potrebbe riferirsi al luogo in cui si riuniva all’assemblea dei primi cristiani. I materiali messi in luce con il restauro, in particolare i mattoni della calotta dell’abside e quelli presenti nell’arco a tutto sesto, ci rimandano per dimensioni e tipologia più alla fase medievale che romana. Anche se non mancano porzioni di cociopesto, materiale edilizio di origine antica ed in particolare romana, utilizzato in parti murarie come elementi di recupero, forse di antica struttura.

La calotta dell’abside durante il restauro

Alla fase romana potrebbe essere ascritta la “Taverram o Taverna” (Bottega).

Vista l’ubicazione della chiesa, a circa 500 metri dalla villa, in prossimità di un importante nodo stradale, di un guado, in una regione produttiva, e presso una delle principali vie di comunicazione, percorsa dalle legioni, viaggiatori e mercanti, è probabile che prima dell’edificazione ecclesiale il “Dominus di Terramaistus”, ad integrazione del suo reddito, ma anche per obblighi di servizio, abbia eretto una bottega. Le “taberne” romane erano spazzi di vendita che si trovavano lungo le vie consolari, dove si poteva comprare del cibo e vino, e nei casi più importanti mangiare, alloggiare e cambiare i cavalli. Nel nostro caso la “taberna” era ubicata lungo il secondo asse viario più importante dell’isola, la “Tibula Sulci”.

L’antica strada collegava Tibula (città situata all’estremità settentrionale dell’isola) a Sulci (Sant’Antioco) e attraversava anche i nostri territori. In particolare l’asse stradale lasciata Guspini proseguiva sotto la regione “Sattai” per sfociare proprio di fronte alla chiesa di San Giorgio, dove presumibilmente era ubicata l’antica taverna e presso la quale vi era un importante nodo stradale. La Tibula Sulci, evitando il rio Terramaestus, si inerpicava per San Cosimo verso Arbus e Metalla (Fliminimaggiore), e dalla “taberna” si distaccava un altro importante asse viario con il guado del fiume verso la villa e per la città di Caralis, che oggi coincide con la statale 196.

La sede dell’attuale chiesa di San Giorgio poteva quindi essere un importante stazione di sosta dove truppe, viandanti e mercanti che percorrevano le vie consolari potevano sostare, per l’acquisto di provviste come cereali, frutta, ortaggi, animali da allevamento o cacciagione.

I lavori di restauro hanno restituito, al disotto dell’attuale pavimento in mattoni, un acciottolato ben curato disposto su un letto di malta. In Sardegna l’acciottolato lo ritroviamo nelle corti, in loggiati, negli ingressi o nelle cucine rustiche. Non è quindi da escludersi che quell’antico pavimento fosse la sala con il camino, come ancora oggi troviamo nelle antiche abitazioni e che nella taverna fosse possibile il consumo di pasti e luogo per una sosta, in particolare quando il fiume si ingrossava e non era possibile il guado.

Caduto l’impero romano, come è successo in altre aree del territorio, e con l’arrivo dei monaci bizantini in Sardegna si è iniziata l’edificazione delle prime vere Ecclesie,ma come accennato i materiali rinvenuti non danno alcun indizio per ipotizzare l’edificazione di una chiesa bizantina, mentre è assi probabile che la chiesa di San Giorgio veda la luce in piena fase medioevale.

Da alcuni documenti sappiamo che i salti di Sactai e Taverram de Maistro erano in proprietà di Gottifredo d’Arborea, figlio del Giudice d’Arborea Pietro I (1185-1195), che gli ereditò, assieme alla villa di Orratile (Urradili), dalla madre Agalbursa, che gli ebbe in dono di nozze.

Gottifredo, rampollo della casa regnate d’Arborea, come risulta dal suo testamento del 19 giugno 1252,apparteneva alla categoria dei “liberos de cavallu”, medi e grandi proprietari terrieri che fornivano la loro prestazione militare a cavallo a favore dei giudici. Deteneva nella villa di Orratile per se 9 puledri, un ronzino e diverse cavalle, che utilizzava in molte occasioni come “liber ab equo”, illustre rappresentante dell’aristocrazia rurale.

Il cavaliere giudicale era particolarmente legato all’ordine dei Frati Minori, tanto che vennero chiamati al suo capezzale, nella villa di Orratile, Fra Pietro da Genova (Custode dei Frati Minori in Sardegna) per confessarlo e Fra Gerado che assistettero al suo testamento.

Non è dato sapere se i coloni e le maestranze dedite alla cura delle proprietà ed alle produzioni agricole fossero sotto la guida di Gottifredo, in quanto la sua principale abitazione era nella villa di Orratile e nell’abitato di Guspini, ma visto il profondo legame con i frati francescani, che predicavano povertà, umiltà e pace, vivendo fra il popolo in ambienti urbani e rurali, non è da escludersi, come è avvenuto in altre circostanze nel giudicato di Arborea, che Gottifredo abbia affidato ad un abate francescano, con ruolo di Magister, il territorio di Terramaestus.

Se così fosse, era nell’ordine delle cose che i frati abbiano, sui ruderi della Taberna, eretto l’Ecclesia, intesa come luogo di aggregazione sociale della piccola comunità rurale e riconvertito una parte della taverna in luogo di rifugio, per accogliere i bisognosi, i viandanti ed i cavalieri che vi transitavano.

I Frati Minori erano impegnati nel diffondere l’ideale cristiano della cavalleria spirituale ed erano fortemente devoti a San Giorgio, il santo guerriero, simbolo della lotta contro il male e ne promuovevano il culto.

La comunità di Terramaestus, forse priva del suo Signore, il Dominus, potrebbe essersi affidata alla forza spirituale dei frati intitolando a San Giorgio i loro edifico religioso. Questo venne orientato ad est, secondo la tradizione romanica, con l’abside rivolta al sorgere del sole, rappresentante della luce divina. Per l’edificazione si servirono di materiali edilizi di recupero, in quanto le murature sono realizzate con pietrame affogato nel fango. L’unico elemento di pregio è rappresentato dalla calotta dell’abside realizzata con mattoni cotti fatti a mano, con misure comprese tra i 20 e 22 centimetri di lunghezza, 12 di larghezza e con spessori che variano dai 4 ai 6 centimetri. La diversità di colore dei laterizi, che variano tra il rosso scuro ed il giallo ocra, denoterebbe una cottura non conforme e la disomogeneità delle misure lascia aperta la possibilità che questo prezioso materiale fosse realizzato artigianalmente, senza alcuno standard industriale, nella vicina fornace, localizzabile in regione Su Forrasci (la fornace), a sud della chiesa.

La diffusione del culto al santo guerriero ed il moltiplicarsi dei cavalieri a Guspini potrebbero attribuirsi, oltre che a Gottifredo ed ai Frati Minori, sicuramente anche all’Ordine degli Ospitalieri detti di San Giovanni di Gerusalemme o Gerosomilitani, giunti nella nostra comunità intorno al 1250, a seguito della donazione fatta dal Giudice d’Arborea, Guglielmo di Capraia, del piccolo convento bizantino e della chiesa dedicata all’Assunta, che detennero per quasi trecento anni..

I Gerosomilitani nonostante fossero devoti a San Giovanni, durante le crociate collaborarono con i Templari devoti a San Michele Arcangelo, ma ambedue promuovevano anche il culto di San Giorgio, simbolo di coraggio cristiano e cavaliere della fede.

La chiesa diventa così punto di riferimento dei cavalieri del territorio, che si moltiplicano in virtù del venir meno dei grandi latifondi, prima romani e poi giudicali, in quanto frazionati e assegnati ai signori locali e ai catalani, che immancabilmente facevano uso del cavallo per raggiungere e difendere i propri territori.

Certo è che i cavalieri guspinesi da tempo memorabile hanno avuto verso San Giorgio una particolare venerazione e, probabilmente, questa loro devozione salvò la chiesa campestre dall’editto del vescovo Pilo. Così come nel 1637 i nobiluomini di Guspini ed Arbus, in 286, parteciparono alla cacciata dei francesi sbarcati ad Oristano al grido “San Giorgio! San Giorgio ci copri di gloria”, mentre nel 1723 difesero, sempre con i cugini arburesi, le proprietà di Sant’Antonio di Santadi e di Neapolis, che il Marchesato voleva assegnare a delle famiglie terralbesi.

Ed è probabilmente intorno al 1600/1700, che il primo impianto della chiesa viene modificato: da probabile struttura a tre navate con le due porte d’accesso, ad una unica navata, con l’arco a tutto sesto, fra la navata e l’abside. Anche questo particolare, emerso nell’opera di restauro, certificherebbe l’uso di materiale lapideo di spoglio in quanto il bellissimo arco è stato realizzato in parte con conci di pietra trachitica non del posto e con un resto di mattoni della calotta dell’abside. L’opera assunse così le caratteristiche odierne: un edificio ad una sola navata, con la chiusura delle due porte e l’apertura di una centrale, illuminata dalla finestrella orientis e dalle finestre laterali.

L’importante ed accurata opera di restauro conservativo, condotta egregiamente dall’Ing. Garau e dall’impresa Zaru, è stata impreziosita dalla straordinaria illuminazione artificiale realizzata dalla “Elettroimpianti 2000 snc” di Salvatore e Renzo Cocco. Un tocco di luci interne ed esterne che impreziosiscono i nuovi ritrovamenti e la chiesa nel suo complesso, rendendola un vero e proprio scrigno spirituale che merita d’essere pienamente rivalutata.

Questo intervento ci ha permesso di recuperare un pezzo di storia guspinese e forse anche territoriale, ma ancora di più, ed in maniera più puntuale, potremmo approfondire la storia della chiesa e di Terramaestus, se la ricerca potesse proseguire attraverso indagini ambientali, archeologiche, attorno all’edificio di culto e ed alla villa, nonché attraverso ulteriori documentazioni medioevali, come il testamento di Gottifredo.

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