Gennaio 16, 2026

“Che fizz ’e ànima”: memoria e voce di Maria Carta nel racconto di Emanuele Garau_di Luca Pinna

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Che fizz ’e ànima” non è soltanto un libro di ricordi: è un viaggio emotivo, un attraversamento della memoria che Emanuele Garau compie con passo lento e consapevole, riportando alla luce un periodo fondamentale della propria formazione umana e artistica. Al centro della narrazione si staglia la figura di Maria Carta, cantante, attrice, intellettuale, ma soprattutto donna profondamente legata alla sua terra e alle sue radici, osservata e raccontata da una prospettiva inedita, privata, lontana dalle luci del palcoscenico.

Garau parte da sé, dalla propria adolescenza, da quella stagione fragile e incandescente in cui i miti assumono contorni assoluti e le figure carismatiche diventano punti di riferimento imprescindibili. È in questo spazio emotivo che si colloca l’incontro con Maria Carta, inizialmente idealizzata, quasi mitizzata, come spesso accade quando la distanza generazionale e il prestigio pubblico sembrano incolmabili. Ma è proprio qui che il racconto inizia a compiere il suo scarto più interessante: la diva lentamente si fa persona, la voce celebre lascia spazio a una presenza quotidiana, fatta di parole, silenzi, confidenze.

Il libro si sviluppa come una narrazione a più livelli, dove il ricordo personale dell’autore si intreccia con la storia umana e artistica della cantante. Attraverso aneddoti, momenti di vita condivisa, frammenti di dialoghi e riflessioni intime, emerge un ritratto complesso e profondamente umano di Maria Carta. Una donna consapevole del proprio ruolo pubblico, ma anche attraversata da dubbi, insofferenze, prese di coscienza talvolta dolorose. Una figura lontana da ogni celebrazione retorica, restituita invece nella sua autenticità, con le sue contraddizioni e la sua forza interiore.

Emanuele con Maria Carta nel 1992

Particolarmente toccante è il racconto del legame che, nel corso degli anni, si costruisce tra Garau e Maria Carta: un rapporto fondato su una fiducia reciproca, su un’amicizia sincera che riesce a superare il divario di quasi quarant’anni di differenza d’età. A unirli sono le radici comuni, l’appartenenza a una Sardegna profonda e spesso marginalizzata, ma anche una sensibilità condivisa verso la cultura popolare, la musica come strumento di memoria e resistenza, la parola come gesto rituale.

Nel fluire del racconto, la vita pubblica dell’artista si mescola costantemente con quella privata. I successi, le tournée, l’impegno culturale e politico convivono con i ricordi personali, con le riflessioni sul senso dell’arte, con le ferite lasciate dal tempo e dalle incomprensioni. Ne nasce un quadro dai colori cangianti: a tratti luminoso e vibrante, come la voce potente di Maria Carta; a tratti più cupo, attraversato da ombre e sfumature che raccontano la fatica dell’esposizione pubblica e il peso delle aspettative.

Maria Carta appare così per ciò che è stata realmente: una “diva” dalle radici contadine, che non ha mai rinnegato le proprie origini e che, anzi, ha fatto della cultura popolare sarda il cuore pulsante della propria espressione artistica. Una donna capace di portare la sua terra nel mondo senza mai tradirla, mantenendo uno sguardo critico e lucido sul proprio tempo.

A rendere “Che fizz ’e ànima” un’opera ancora più preziosa è il materiale allegato al volume. La scheda USB inclusa consente al lettore di ascoltare dodici brani del repertorio di Maria Carta reinterpretati da Emanuele Garau, in un omaggio rispettoso e sentito, mai imitativo. Accanto a questi, otto tracce audio completamente inedite restituiscono la voce della stessa Maria Carta mentre legge le sue poesie, tratte dal libro Canto Rituale del 1975. Un dono raro, che aggiunge profondità all’esperienza di lettura e trasforma il libro in un vero e proprio archivio emotivo e sonoro.

In definitiva, “Che fizz ’e ànima” è un’opera che parla di memoria, di identità e di legami umani. Un libro che non si limita a raccontare una grande artista, ma che invita il lettore a riflettere sul valore dell’ascolto, sulla trasmissione delle esperienze e sulla necessità di custodire le voci che hanno saputo dare anima a una comunità intera. Un racconto che vibra, proprio come suggerisce il titolo, di quel “fizz” dell’anima che solo i ricordi più autentici sanno restituire.

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