La stretta di mano – Montevecchio 1903: la vertenza chiusa senza protocolli_di Tarcisio Agus
All’alba, a Montevecchio, la luce arriva sempre un po più tardi. Prima si posa sulle creste, poi scivola lenta lungo i versanti, e solo alla fine raggiunge le bocche delle gallerie, come se esitasse a entrare in quel mondo scavato dagli uomini. Il vento, invece, non ha timori: corre tra i cantieri, sfiora i binari arrugginiti, si infila nei pozzi abbandonati e porta con sé un’eco antica. Chi conosce quei luoghi sa che non è immaginazione: è memoria.
È la memoria dell’estate del 1903, quando gli operai decisero che non era più possibile tacere. Le gallerie erano soffocanti, la polvere onnipresente, l’acqua scarsa, l’olio per le lampade a carico dei minatori stessi. Eppure, come annota una relazione prefettizia dell’epoca: “Gli operai si presentano con richieste ordinate e ragionevoli, volte alla conservazione della salute e della dignità.”

Non chiedevano privilegi. Chiedevano respiro.
Il dodecalogo che presentarono alla direzione era un documento asciutto, privo di enfasi, ma sorprendentemente moderno. Dentro c’era l’abolizione del cottimo, la riduzione dell’orario, la fornitura dell’acqua e dell’olio, la parità salariale con gli operai delle imprese appaltatrici, il riconoscimento dei diritti dei caballantes, i trasportatori dei minerali verso Cagliari.
In un appunto interno della Compagnia, oggi conservato in copia presso l’Archivio di Stato, si legge: “Alcune richieste appaiono nuove alla consuetudine delle miniere dell’isola, ma non prive di fondamento”. E poi c’era quel punto che oggi risuona come un’anticipazione del nostro tempo: “Fissare il minimum di salario per tutti”.
Un concetto che oggi la Sardegna discute nelle aule istituzionali, ma che a Montevecchio era già chiaro 122 anni fa.
Oggi si firmano protocolli, accordi, intese. Documenti che spesso restano sospesi, disattesi, dimenticati. A Montevecchio, invece, la vertenza del 1903 si chiuse in un modo che oggi sembrerebbe quasi impossibile.
Il delegato governativo, nella sua relazione finale, scrisse: “La direzione, per voce dell’ingegnere Castoldi, garantisce che nessun operaio subirà ritorsioni per l’azione intrapresa.”
E aggiunse una nota che ha il sapore di un gesto antico: “La conclusione avviene con una stretta di mano tra le parti, secondo l’uso del luogo”.
Una stretta di mano. Alla sarda. Tra la delegazione operaia e l’ingegnere Castoldi, anch’egli sardo. Nessun protocollo, nessuna firma, nessuna clausola nascosta. Solo la parola data, che allora valeva quanto un contratto.
La storia, però, ha le sue gerarchie. Meno di un anno dopo, l’eccidio di Buggerru scosse l’Italia e oscurò la vicenda di Montevecchio. Le cronache nazionali si concentrarono sulla tragedia, sul sangue, sul primo sciopero generale. Il dodecalogo rimase nell’ombra, come un atto troppo civile per attirare clamore.
Eppure, in una nota interna della Compagnia, un funzionario riconobbe: “L’accordo del 1903 ha prevenuto disordini e costituito esempio di trattativa pacifica”.
Un riconoscimento silenzioso, ma eloquente.
Oggi, quando si discute di salario minimo, quando si parla di dignità del lavoro, quando si invoca la parità di trattamento negli appalti, il vento di Montevecchio sembra riportare quelle voci.
Dodici punti. Scritti da uomini che vivevano poco, ma vedevano lontano. Una stretta di mano che valeva più di un protocollo. Un’idea di comunità che non chiedeva solo diritti, ma giustizia.
Montevecchio, nel 1903, non scrisse una semplice vertenza. Scrisse un modo di stare insieme, un patto sociale che ancora oggi parla ai giovani come una lezione di civiltà.
E il vento, passando tra le gallerie, sembra ripeterlo: le conquiste non si ereditano, si rinnovano.
In copertina “Pozzo Sant’Antonio”, Montevecchio.
