Gennaio 26, 2023

Novant’anni, q.b._di Tonino Casula

Al compimento del mio 90° compleanno, che fa cifra tonda e qb. (quanto basta), arrivo a una riflessione tanto banale quanto melanconica. Nasce dal ricordo di una cinquantina di anni fa, quando realizzai un’intervista a Pinuccio Sciola per Radio 24 ore. Fuori onda, strafatti di vino, ci immergemmo allegramente in un dibattito sulla capacità di memoria che, nel tempo, i nostri rispettivi oggetti artistici avrebbero conservato di noi due. Pinuccio sosteneva che i suoi l’avrebbero conservata molto più a lungo dei miei, perché nulla dura più della pietra.

Aveva ragione. Infatti, per costruire i miei, io avevo ripudiato tele, tempere, oli e acquerelli, troppo carichi semanticamente di un passato fastidioso, preferendo materiali come il plexiglass, la plastica autoadesiva, il cloruro di polivinile e le vernici nitro acriliche, che parlavano la lingua del presente. Inoltre, aveva ragiona lui  perché, già allora, mentre noi due disputavamo sul tempo, alcuni dei miei materiali erano già entrati in un inarrestabile processo di obsolescenza: alcune delle plastiche autoadesive cominciavano ad accorciarsi, i famosi pallini a staccarsi.

Non c’è dubbio: le pietre di Pinuccio durano più a lungo, mentre i miei oggetti possono conservare la mia memoria per tempi ristretti e solo se protetti, posto che conservare la mia memoria rappresenti davvero un desiderio irrefrenabile del mondo e non una forma non tanto nascosta della mia vanità. Comunque sia, per farli durare più a lungo, hanno bisogno non solo di cure, ma anche di essere amati e, in ogni caso, conservano la memoria di un Tonino Casula che non c’è più, un Tonino Casula che, 30 anni fa, imboccava un sentiero dove una diversa e impalpabile materialità dava vita ai suoi oggetti in forma di diafanie e di cortronici. Ciò avveniva con una potenza di fuoco creativo mai provata prima, una potenza creativa moltiplicata dal “cretino veloce” come molti di noi chiamavano affettuosamente il computer, la cui presenza era ormai diventata pervasiva, per quanto non lo fosse ancora la rete.

Eccomi all’aspetto melanconico della mia riflessione. Gli oggetti che producevo e ancora produco, per manifestarsi nella loro immaterialità, necessitano di supporti tecnologici che, purtroppo, sin dalla nascita sono destinati a un’obsolescenza programmata, cioè nascono con la data di morte incorporata: allo stato attuale, sono morti i proiettori multivideo per diapositive, indispensabili per le diafanie, sono morte le stesse diapositive (i giovani non sanno neppure cosa siano) e anche le pellicole fotografiche per crearle se ne sono andate.  Io stesso, a causa di quei supporti, mi sono trasformato in un artista obsoleto, obsolescente in progress, con la data di morte artistica incorporata.

Meno male che ho provveduto a digitalizzare le diafanie, così possono essere viste nella rete, forse per sempre, come le pietre di Pinuccio. O forse no, perché anche la rete, chi può dirlo, a sua volta potrebbe diventare obsoleta. Certo non si possono vedere nei musei, perché chi vuoi che abbia pensato a munirsi di proiettori multivision che quando si bruciavano le lampade, già allora, non si sapeva come sostituirle, anch’esse progettate con la data di morte programmata. Oppure sì, qualcuno che ci ha pensato c’è, chi sa, mi rifiuto di credere che proprio nessuno ci abbia pensato. Meno male che le ho digitalizzate.

Anche i cortronici, venuti dopo, si possono vedere nella rete. Forse per sempre, forse no. Quelli tridimensionali sicuramente ancora per poco e solo da chi possiede un televisore 3D, sempre sperando che non si guasti, perché i televisori di quel tipo hanno già concluso la loro obsolescenza uscendo definitivamente dalla produzione.

Non so se esistono musei nel mondo, la cui lungimiranza permetta ad artisti come me di non morirsene mentre sono ancora vivi in carne e ossa. Certo, non esistono nella mia città. Nella mia città, gli “addetti” sembrano pensare solo a forme d’arte a cui bastano muri, chiodi e piedistalli per mostrarsi.

Un po’ mi dispiace che i giovani rampanti, quelli palestrati all’arte dall’Università e che circuitano intorno alla Galleria comunale in attesa di sostituire gli “addetti” con la vincita di qualche concorso a punti, spinti da un pur tiepido refolo rivoluzionario, non abbiano ancora innalzato cartelli di protesta per la mancanza di un televisore 3D in Galleria: …un piccolo passo per l’uomo… (com’è che diceva l’astronauta?)

Tonino Casula

In copertina, fotografia di Giuseppe Podda

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.