Gennaio 16, 2026

La Legge sul fine vita_di Tarcisio Agus

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centro-post-ospedaliero

Dopo la Toscana, la Sardegna ha licenziato la legge sul fine vita, in pratica abbiamo rispolverato, in chiave moderna, “S’Accabadora”, figura ormai leggendaria, ma un tempo reale, che nella nostra isola poneva fine alle sofferenze dei malati terminali, generalmente su richiesta dei familiari.

In questi giorni si è parlato tanto della legge, dei malati terminali e dell’alzheimer, due cruciali temi che ritroviamo diffusi nella parte finale della nostra esistenza.

La legge di fine di vita, come è emerso nel dibattito, riguarderebbe una  fetta minoritaria di malati in particolari condizioni di degenza sanitaria. Il grosso dei malati terminali e di alzheimer viene affidato alle famiglie, con punte di grande disagio e disperazione, perché la nostra società ha complicato i rapporti familiari e la gestione  dei propri cari.

Corridoio degenze

I tentativi di dare risposte alle famiglie in difficoltà per contrastare le diffuse decadenze pisicofisiche delle persone nelle fasi avanzate della vita, sono stati finora minimi e poco convincenti. Eppure l’invecchiamento della società dovrebbe destare l’attenzione degli amministratori regionali perché questo momento, particolarmente sentito nella cultura regionale,  non rimanga sopito e circoscritto al privato.

Diciasette anni fa, con il recupero e l’ampliamento della casa di riposo di Guspini, furono realizzati importanti servizi alla persona come il centro riabilitativo, un ospice (struttura dedicata ai malati terminali) ed un centro diurno alzheimer, con quattro posti letto per le emergenze ed assistenza notturna. Reparti ben attrezzati nei quali si era sperimentato (in particolare nell’ospice) l’apertura  ai familiari 24 ore su 24, perché fosse somministrato ai propri cari quel medicamento  importantissimo nel decorso della malattia, che non si trova nelle farmacie: il proprio amore, affetto e umanità.

Quel complesso internamente pubblico che la regione sembrerebbe intenzionato rilanciare, perché già strutturato per un alto servizio post-ospedaliero o post-acuzie, meriterebbe una rapida presa di coscienza per la riapertura, sia perché la Sardegna è fortemente carente nei suddetti servizi ed anche perché per una nuova costruzione servirebbero diversi anni prima dell’avvio dei servizi.

Stiamo parlando per la Sardegna di non meno di 1.500 malati terminali e 13 mila malati di alzheimer, che  hanno bisogno  tutti i giorni di cure e  di sostegno, in parte affrontati con l’assistenza domiciliare ma non esaustiva.

Chi dispone di sufficienti risorse riesce ad assistere i propri cari in maniera “appropriata”, e proseguire la vita con una certa normalità. La stragrande maggioranza delle famiglie, che a mala pena dispone della pensione del proprio caro, sovente minima, pur contribuendo economicamente non riesce a dare al malato un adeguato sostegno e spesso il familiare o i familiari che se ne fanno carico, sappiamo, cadono in depressione diventando essi stessi malati da curare.

Aspetti che si riverberano nella società, accrescendo immancabilmente la spesa sanitaria e la sfiducia sociale.

Certamente la struttura di Guspini non risolverà i problemi dei malati sardi, ma almeno una parte importante potrebbe trovare cure adeguate, sostegno e sollievo, attraverso i suoi potenziali 100 posti letto. Con le degenze per i malati terminali potrebbero riprendere le cure palliative, che puntano sul controllo del dolore e sul supporto emotivo e spirituale, i familiari  disporrebbero della sala diurna dove farsi un caffè, consumare i pasti e socializzare, nonché di un divano  letto  per l’assistenza notturna.

Potrebbero essere riprese anche le collaborazioni con gli ospedali  di San Gavino  e con  la Stroke Unit (untà ictus) dell’ospedale Brozu, liberando le importanti strutture ospedaliere da essenziali   posti letto, più utili alle emergenze urgenze che alle degenze improprie.

Per i malati alzheimer, essendo la struttura nata per le numerose attività riabilitative, oltre che essere dotata di un’ampia palestra è anche attrezzata con quattro vasche riabilitative ed in almeno tre è possibile praticare l’acquaterapia, definita importante pratica per “mantenere efficiente e di buona qualità la funzionalità delle persone con disabilità croniche, sindromi o malattie acute o transitorie”, il movimento in acqua avviene con meno sforzo, rafforza la muscolatura, migliorando la condizione motoria e l’equilibrio. All’esterno si può attrezzare un ampio giardino terapeutico riconosciuto strumento utile  per il benessere psicofisico dei malati. 

La collaborazione con le famiglie, oltre che abbattere il senso di frustrazione per le difficoltà nell’accudire i propri cari, in molti casi impossibile, sono disponibili per contribuire alle spese secondo le proprie possibilità, certi che strutture pubbliche efficienti e ben organizzate possono consentire un umano percorso di fine vita e una gestione sostenibile dei malati di alzheimer, nonché, pur in una nuova dimensione, riuscire a stare accanto ai propri cari e continuare, con meno scossoni, la propria vita.

Una nuova sanità e possibile, bisogna crederci ed investire, avremmo una società più sana che contribuirà ad aumentare i consumi, obbiettivo primario delle nazioni più avanzate, nonché una drastica riduzione delle spese farmaceutiche.

In copertina il Centro post-ospedaliero di Guspini.

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