Aprile 15, 2026

Carbone fino al 2038: sfide e opportunità per la Sardegna energetica_di Tarcisio Agus

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La decisione del governo di prolungare l’utilizzo del carbone fino al 2038, motivata dall’urgenza di contenere il caro bollette e fronteggiare l’instabilità internazionale, riapre un dibattito complesso che intreccia sicurezza energetica, lavoro, sostenibilità e futuro della Sardegna. Una scelta che, pur rispondendo a una contingenza, rischia di produrre effetti strutturali e di rallentare la transizione verso un modello energetico più equo e autonomo.

L’estensione dell’operatività delle centrali di Porto Vesme e Fiume Santo rappresenta un sollievo per le maestranze che temevano la chiusura degli impianti prevista per il 2028. Tuttavia, questi impianti rispondono principalmente al fabbisogno nazionale più che a quello isolano, e la loro sopravvivenza non può essere considerata una strategia di lungo periodo per l’occupazione sarda.

L’attuale scenario internazionale, segnato da conflitti e tensioni sulle forniture energetiche, ha certamente complicato la programmazione. Tuttavia, la proroga del carbone evidenzia una mancanza di pianificazione condivisa sulle energie rinnovabili. Nonostante l’intento dichiarato di contenere i costi, questa scelta difficilmente porterà a un reale abbassamento delle bollette: il prezzo del carbone, come quello del petrolio, tende fisiologicamente a salire; il trasporto, soprattutto verso un’isola, comporta aumenti stimati tra il 20% e il 40%; la dipendenza da fornitori esteri rimane invariata.

La Sardegna non è ancora collegata alla rete elettrica nazionale. Il futuro Tyrrhenian Link potrebbe colmare questa lacuna, ma il progetto è percepito da molti come funzionale alla trasformazione dell’isola in un hub energetico nazionale, più che come un beneficio diretto per i sardi. Questo alimenta diffidenze e tensioni, soprattutto in un contesto in cui la proliferazione di grandi impianti industriali eolici e fotovoltaici rischia di sottrarre vaste superfici agricole, alterando paesaggi, economie locali e identità culturale.

La Sardegna ha costruito la propria storia sulla terra e sulle attività primarie. La prospettiva di sacrificare ampie aree agrarie per impianti industriali genera un senso di espropriazione culturale e materiale. La transizione energetica non può essere imposta dall’alto né può ignorare la vocazione dei territori e il diritto delle comunità a decidere del proprio futuro.

Se la proroga del carbone appare inevitabile nel breve periodo, sarebbe opportuno utilizzare questa finestra temporale per investire in un modello energetico realmente sostenibile e partecipato. La strada più efficace potrebbe essere quella delle comunità energetiche rinnovabili, che valorizzano: i tetti delle abitazioni; gli edifici pubblici; i capannoni delle imprese; le aree industriali e artigianali già esistenti e le aree degradate.

Questa soluzione permetterebbe di: ridurre concretamente i costi energetici per famiglie e imprese; diminuire la dipendenza dalle importazioni; evitare il consumo di suolo agricolo; contribuire alla riduzione delle emissioni di CO₂, che nel 2015 ammontavano a 15,35 milioni di tonnellate.

La proroga dell’uso del carbone fino al 2038 non può diventare una scorciatoia permanente né un alibi per ritardare la transizione energetica. La Sardegna ha l’opportunità di costruire un modello fondato sull’autosufficienza, sulla partecipazione delle comunità e sulla tutela del proprio patrimonio territoriale. Investire nelle comunità energetiche e in una programmazione condivisa significa trasformare una fase di emergenza in un’occasione di rinascita e autonomia per l’isola.

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