Maggio 8, 2026

Lo stato di salute del calcio in Sardegna_di Andrea Contini

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Dopo la sconfitta della Nazionale Italiana con la Bosnia e la mancata qualificazione, per la terza volta consecutiva, ai mondiali di calcio, gli addetti ai lavori sono impegnati, inevitabilmente, ad analizzare lo stato di salute del calcio nel nostro Paese, per provare a capire quali siano i problemi principali che attanagliano lo sport più popolare di tutti.

Dall’analisi della sconfitta è utile ricavare le soluzioni possibili da intraprendere in modo strutturale. Ecco, appunto, è necessario affrontare il tema partendo dalle fondamenta, per evitare di ragionare solo di calcio professionistico, non rendendosi conto che l’ennesima sconfitta della Nazionale è solo la punta dell’iceberg di un problema più ampio, da indagare con razionalità senza farsi prendere da quelle forme di populismo con cui si indica la presenza degli stranieri nei nostri campionati (professionistici, dilettantistici e giovanili) quale indicatore principale della crisi.

La presenza dei calciatori stranieri.

Non v’è alcun dubbio che la presenza massiccia di calciatori stranieri, a tutti i livelli, tolga spazio ai nostri giovani, ma è molto difficile trovare dei correttivi, in particolare in ambito europeo, perché i calciatori, da quando è stata introdotta la riforma del lavoro sportivo, sono sottoposti alle regole del lavoro vigenti nel nostro Continente e non è possibile limitarne la mobilità da uno stato europeo all’altro, sulla falsa riga del mondo del lavoro classico, in cui la mobilità è garantita.

Ergo, possono arrivare in Italia tutti i calciatori europei che trovano spazio e anche un numero di extracomunitari abbastanza elevato, in base a quanto consentito dalle normative vigenti.

Così come, i calciatori italiani, giovani e meno giovani, che desiderassero intraprendere un percorso sportivo all’estero, sono nelle condizioni di poterlo fare, grazie alla stessa normativa derivante dalla globalizzazione dei mercati, compreso quello del lavoro.

Di conseguenza è abbastanza inutile, per non dire pleonastico, attribuire la crisi del nostro movimento calcistico alla presenza massiccia di calciatori stranieri nei nostri campionati. Sarebbe utile, al contrario, provare a capire quali iniziative intraprendere per far si che i nostri giovani, trovino spazio nelle nostre squadre di club, nel contesto descritto.

Per questo motivo l’analisi deve partire necessariamente dal basso, dal settore giovanile e dal movimento dilettantistico. La domanda che è lecito porsi è la seguente:

Qual è lo stato di salute del calcio in Sardegna?

La risposta è molto articolata, tenendo conto che nel mondo dilettantistico e giovanile, il calcio non è solo una disciplina sportiva in senso classico, ma deve rappresentare (al pari di ogni altra attività sportiva) un momento di svago e socializzazione, per accompagnare la crescita dei nostri giovani. Stesso identico ragionamento riguarda il mondo dilettantistico: l’equilibrio fra la dimensione economica e quella sociale rappresenta il giusto mix per definire tale attività di notevole importanza.

I numeri in Sardegna sono particolarmente rilevanti: quasi 500 squadre di club, 50.000 mila tesserati fra calciatori, allenatori, dirigenti e arbitri. Un vero e proprio esercito che nel fine settimana si mobilita per affrontare le centinaia di partite, dal settore giovanile fino al campionato regionale di eccellenza. Inoltre, il movimento calcistico comprende anche il calcio a 5, il campionato femminile di eccellenza, la quarta categoria (inclusivo delle persone con disabilità intellettivo relazionale) e il beach soccer, limitatamente al periodo estivo.

All’interno del movimento recitano un ruolo di primo piano le società di puro settore giovanile, concentrate esclusivamente sulla crescita dei giovani, dall’attività di base (5 anni di età) alla categoria degli allievi (under 17). Queste società sono monitorate con grande attenzione dalle Academy del Cagliari, della Torres e di diverse altre società professionistiche, interessate ad individuare i talenti migliori, sperando di scovare i nuovi Barella, Zola, Matteoli, Virdis e Piras.

Il nuovo protagonismo delle Comunità locali.

Dai numeri si evidenzia un movimento in salute, inclusivo di tutti i territori, rappresentativo di paesi e cittadine che in un passato non recente hanno fatto la storia del calcio sardo anche nei campionati nazionali.

Alghero, Porto Torres, Ozieri, Nuoro, Oristano, Carbonia, Iglesias, Macomer, Villacidro, Isili, Carloforte e tante altre comunità, continuano a recitare un ruolo importante nel calcio sardo, nonostante la crisi economica che suggerisce maggiore prudenza rispetto al passato e una migliore organizzazione societaria, improntata sulla valorizzazione dei giovani.

Un esempio significativo di come si possa coniugare sviluppo e crescita nel calcio dilettantistico è il Taloro Gavoi: la società barbaricina milita da oltre 25 anni nel massimo campionato regionale ed è diventato il club più longevo della categoria.

Il segreto del successo del Taloro Gavoi è rappresentato dal coinvolgimento ampio della comunità, da un gruppo dirigente numeroso, dalla valorizzazione dei giovani del territorio e dalla presenza costante di tanti tifosi nelle partite casalinghe e in trasferta.

Il ruolo del Comitato Regionale Sardegna.

Il quadro complessivo descritto attesta il movimento calcistico regionale in una posizione di grande rilevanza nel panorama sociale isolano, ma sicuramente ci sono ulteriori margini di crescita rispetto ai quali il Comitato Regionale Sardegna, il suo Presidente Gianni Cadoni e il consiglio direttivo, dovranno ulteriormente impegnarsi nel prossimo futuro.

In particolare, nel promuovere iniziative (nelle scuole per esempio) per combattere l’abbandono sportivo che spesso coincide con l’abbandono scolastico nel passaggio dalle scuole medie inferiori alle superiori.

Aiutare i nostri giovani in età adolescenziale significa garantire nuova linfa al movimento sportivo e calcistico, prevenendo allo stesso tempo le cosiddette “devianze giovanili” (bullismo, cyberbullismo, atti vandalici, uso di droghe, forme di autolesionismo) che rappresentano una vera e propria emergenza sociale.

La Federazione Regionale dovrà, inoltre, provare ad allargare ulteriormente il proprio raggio d’azione, nel tentativo di coinvolgere tutte le comunità che ancora non hanno la squadra di calcio. Forse è utopico pensare, a causa dello spopolamento del territorio, di costituire una squadra di calcio in ognuno dei 377 paesi della Sardegna, anche se con il ripristino del campionato di terza categoria tale obiettivo sembra essere alla portata di mano.

Ruolo della Regione e delle Amministrazioni Comunali.

In quest’ottica sarà decisivo il ruolo della pubblica amministrazione, dalla Regione Sardegna alle amministrazioni comunali, con l’obiettivo di migliorare le infrastrutture esistenti. In alcuni paesi della Sardegna gli impianti sportivi e in particolare i campi di calcio, sono in totale stato di abbandono. Il recupero delle infrastrutture esistenti e la loro messa in sicurezza possono rappresentare uno stimolo ulteriore per i dirigenti sportivi attuali e potenziali, desiderosi di impegnarsi volontariamente a favore dei giovani.

La valorizzazione dei talenti.

Ultimo tema è quello degli allenatori e istruttori sportivi: è necessario attraverso la formazione costante migliorare ulteriormente il livello tecnico del calcio in Sardegna, attraverso le metodologie più avanzate, dando spazio e valorizzando il talento sportivo evitando di pensare che la prestanza fisica sia l’elemento più importante da considerare.

Barella, Zola, Matteoli, Virdis e Piras non erano e non sono dei corazzieri, eppure hanno rappresentato e rappresentano il nostro movimento calcistico ai massimi livelli, pesino in Nazionale, grazie alle qualità tecniche che in passato si allenavano, partendo dalle partite in strada fino ad arrivare a calcare gli stadi più importanti.

Sarebbe bello se Gigi Riva si potesse ricordare non solo negli eventi pubblici, ma anche con un programma di lavoro a lui intitolato, per allargare la base di partecipazione allo sport e al calcio, lavorando sul talento, lasciando spazio alla fantasia.

Il calciatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia e non dalla capacità di segnare un calcio di rigore o dalla paura di sbagliarlo. Forse dovremmo riscoprire quanto sosteneva Francesco De Gregori oltre quarant’anni fa, per sognare di vedere la maglia azzurra ai prossimi mondiali di calcio e superare, definitivamente, questo periodo di crisi.

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