S’omu de is Oreris: dove il tempo si posa sulle pietre_di Tarcisio Agus
C’è un punto, nei filoni di Sant’Antonio, in cui il paesaggio di Montevecchio sembra trattenere il respiro. È un luogo appartato, protetto da due costoni minerari che corrono paralleli, e che per questo ha attraversato i secoli quasi intatto, come se la storia avesse scelto di risparmiarlo. Qui sorge S’omu de is Oreris, una piccola struttura che oggi, grazie all’intervento dell’associazione Sa Mena, torna a raccontare la sua lunga vicenda fatta di acqua, lavoro e silenzio.

Prima che Montevecchio diventasse un nome della grande epopea mineraria sarda, prima ancora che i pionieri dell’Ottocento ne intuissero le potenzialità, i romani avevano già lasciato un segno. Le evidenze archeologiche che suggeriscono un’origine romana per S’omu de is Oreris si concentrano principalmente sulla struttura della cisterna, coperta da una volta a botte e realizzata con conci di scisto locale, una tecnica costruttiva tipica dell’ingegneria idraulica romana. Una cisterna in pietra, alimentata da una sorgente vicina, testimonia la frequentazione del sito nel II secolo d.C. Era un punto vitale: un serbatoio d’acqua per i minatori e forse per le prime operazioni di separazione del minerale. La sua sopravvivenza fino a oggi è un piccolo miracolo geologico e umano, un frammento di antichità che emerge tra i filoni come un’eco lontana.

Il nome Oreris, di evidente radice latina, richiama il verbo orior – “sorgere”, “nascere”, “alzarsi”, di cui “orēris” è la seconda persona singolare dell’indicativo presente (“tu sorgi, tu ti alzi, tu spunti”). È un riferimento plausibile al fatto che il sole illumina per primo proprio quell’area dei filoni, ma potrebbe anche evocare il “riemergere” dei minatori dagli antichi strozzi. Nel tempo, la fantasia popolare ha arricchito il toponimo di interpretazioni: casa degli operai, luogo dei preziosi, luogo del riposo, luogo in cui “si inganna l’ora”. Tutte letture che testimoniano quanto profondamente questo spazio fosse percepito come significativo.
Quando, nella prima metà dell’Ottocento, Giovanni Antonio Pischedda Terzita ottenne il rinnovo dei permessi di ricerca, i suoi soci marsigliesi – Canepa, Lajarrige e il direttore tecnico Laugier – raggiunsero Montevecchio per avviare i primi lavori moderni. È probabilmente in quel periodo che l’antica cisterna venne trasformata: sotto la volta romana fu ricavato, attraverso una escavazione mineraria, un ambiente asciutto, una capanna-rifugio dove dormire, ripararsi, accendere un fuoco. Un luogo essenziale, ma sicuro, in un territorio allora impervio e isolato. Non è difficile immaginare che anche Giovanni Antonio Sanna, nelle sue prime esplorazioni, abbia trovato riparo in quello stesso spazio, ascoltando il vento che attraversava Genna Serapis.
Oggi, grazie al lavoro paziente dell’associazione Sa Mena, S’omu de is Oreris è di nuovo leggibile. La ripulitura ha liberato la struttura dalla vegetazione e dall’oblio, restituendole dignità e voce. Non si tratta solo di un intervento materiale: è un atto di cura verso la memoria mineraria, un modo per ricucire il filo tra le generazioni che hanno abitato e lavorato questo territorio.
Alla fine, ciò che resta a S’omu de is Oreris non sono solo pietre antiche o tracce di lavoro: è la sensazione che il tempo, qui, abbia scelto di rallentare. Tra i filoni che si accendono all’alba e il vento che scende da Genna Serapis, questo piccolo rifugio racconta una storia che non appartiene a un’epoca sola, ma a tutte quelle che lo hanno attraversato. La cisterna romana, la capanna dei pionieri, le mani dei volontari che oggi la liberano dall’oblio: tutto si tiene, tutto dialoga.
In un territorio come Montevecchio, dove la memoria è scolpita nella roccia e nel silenzio, luoghi come questo diventano punti di orientamento, fari discreti che ricordano da dove veniamo e quanto ancora possiamo comprendere. È forse questo il valore più grande del gesto di Sa Mena: aver restituito alla comunità non solo un sito, ma un frammento di identità, un luogo in cui il passato continua a parlare a chi sa ascoltare.
In copertina il gruppo di volontari di S’omu de is oreris
Fotografie di Sandro Garau
