Nora e Tavolara Bay: i nuovi “approdi” che interrogano la Sardegna_di Tarcisio Agus
La notizia apparsa nei giorni scorsi su il Blog di # Go, vera o falsa che sia, ma sintomatica, della possibile realizzazione di un approdo turistico e di un resort di lusso presso le antiche rovine di Nora, la città che la tradizione vuole fondata da Norace, figlio di Ermes ed Erithia, giunto in Sardegna alla guida di un gruppo di iberi. Una voce che arriva a poche ore dall’altra, ben più concreta, relativa al progetto del Tavolara Bay Resort a Cala Finanza, nel territorio di Loiri Porto San Paolo: un intervento imponente, previsto in un’area di pregio naturalistico, non distante dai complessi della Costa Smeralda.
Due notizie, due luoghi simbolo, un’unica domanda: che cosa sta accadendo alla Sardegna?
Nora è una delle città più antiche dell’isola. Prima dei Fenici, vi avevano messo piede i nuragici, popolo ancora ai margini della narrazione nazionale nonostante la vastità e l’unicità dei loro monumenti megalitici. Poi arrivarono gli iberi, i fenici, i punici, i romani. Ogni popolo portò conoscenze, tecniche, opportunità. Ogni arrivo fu un incontro, talvolta duro, ma comunque generatore di città, porti, scambi, sviluppo.
Oggi, invece, assistiamo a un fenomeno diverso. I nuovi “popoli” che scelgono l’isola non vengono per fondare città, né per condividere un destino. Vengono per costruire isole dentro l’isola: resort, parchi eolici, distese fotovoltaiche, centrali di accumulo elettrochimico, impianti che producono ricchezza ma la esportano altrove, lasciando sul territorio solo le ombre dei loro profitti.
La Sardegna non è contro il rinnovamento energetico, né contro lo sviluppo turistico. Lo dimostra la sua storia: ogni epoca ha saputo integrare innovazioni e presenze esterne. Ma ciò che i sardi non hanno mai tollerato, sin dai tempi del feudalesimo, è l’essere ignorati.
Oggi l’isola dispone di materie prime decisive: sole, vento, mare, paesaggi incontaminati. Eppure, troppo spesso, i progetti che li sfruttano vengono presentati di nascosto, senza coinvolgimento delle comunità, senza un confronto pubblico, senza una visione condivisa.
Il risultato è una colonizzazione che non crea nuove Nora, non genera insediamenti vivi, non produce cittadinanza. Produce solo rendite, che imboccano vie misteriose verso investimenti lontani dall’isola.
La storia insegna che le civiltà durano quando costruiscono compromessi paritari. La Sardegna potrebbe offrire un modello nuovo, se solo venisse ascoltata.
- Comunità energetiche: non solo sui tetti delle case e nelle aree degradate delle zone minerarie, ma anche nelle aree industriali e nei Piani di Insediamento Produttivo, oggi quasi vuoti per la mancata industrializzazione. Qui le comunità energetiche potrebbero finalmente generare quello sviluppo economico che non è mai arrivato, abbattendo i costi di produzione delle piccole e medie imprese e del mondo agropastorale.
- Rigenerazione delle aree minerarie: trasformarle in poli ricettivi, anche di lusso, ma integrati con la storia e con le comunità.
- Redistribuzione dei profitti: una quota significativa deve restare sul territorio, generando lavoro stabile e servizi.
- Investimenti culturali: finanziare campagne di scavo, ricerca, musealizzazione. Nora, Mont’e Prama, i siti più antichi che ancora spaventano la storiografia nazionale meritano di essere conosciuti, non occultati.
La Sardegna non chiede privilegi: chiede partecipazione, trasparenza, rispetto. Chiede che chi arriva non si limiti a consumare il paesaggio, ma contribuisca a comprenderlo, a raccontarlo, a custodirlo.
Le notizie su Nora e Tavolara Bay ci hanno riportato alla stessa domanda che apre questo articolo: che cosa vogliamo davvero costruire in Sardegna? All’inizio abbiamo ricordato approdi che diventavano città, luoghi dove l’arrivo di nuovi popoli generava scambio e futuro. Oggi, invece, rischiamo approdi che chiudono, che isolano, che consumano senza restituire.
Per questo la Sardegna chiede una sola cosa: che chi arriva guardi questa terra come fecero i popoli antichi, con rispetto e con la volontà di condividere. Le aree minerarie, i PIP vuoti, le zone industriali abbandonate sono i luoghi dove può nascere il nuovo sviluppo; non le coste, non i siti archeologici, non i paesaggi che raccontano la nostra storia.
Se i progetti saranno trasparenti, partecipati e radicati nel territorio, la Sardegna saprà accogliere ancora. Se saranno calati dall’alto, resteranno solo strutture senza comunità.
È semplice: chi approda oggi deve scegliere se essere un nuovo Norace o un nuovo colonizzatore.
E anche da questa scelta, e dall’attiva presenza del popolo sardo, dipende il futuro dell’isola.
Foto di copertina di Luca Pinna
