Sa Fregula d’Oro: quando un grano di semola diventa racconto collettivo, identità e sistema_di Giuseppe Melis Giordano
C’è un modo di raccontare il cibo che va oltre la ricetta, oltre il piatto finito e persino oltre l’evento che lo celebra. È il racconto che intreccia gesto, memoria, identità e futuro, trasformando un prodotto della tradizione in una chiave di lettura del territorio e delle sue possibilità. È questo il filo conduttore che ha attraversato la serata dedicata al PremioSa Fregula d’Oro, ospitata negli spazi di Fiera Natale, e ideata e organizzata dalla testata Sardegna Tavola di Giorgio Ariu, con la collaborazione del Touring Club Italiano – Sardegna, dell’ASEL – Associazione Sarda Enti Locali e di SardexPay.
L’evento si è aperto con i saluti istituzionali di Vito Tizzano, Presidente dell’Ente Fiera, e con l’intervento di Alessandra Angius, dirigente dell’Ente Fiera, che ha richiamato il ruolo della manifestazione come spazio di incontro tra produzione, cultura e comunità. A seguire, l’introduzione di Giorgio Ariu ha riportato l’attenzione sul senso profondo dell’iniziativa: restituire valore a uno dei prodotti più rappresentativi della cucina sarda, sa fregula (vi ricordo che non si traduce in italiano perché non è traducibile, se non modificandone il significato), non come icona cristallizzata del passato, ma come materia viva, capace di raccontare una Sardegna contemporanea, creativa e consapevole delle proprie radici.

Un racconto che ha trovato una prima, intensa sintesi nella proiezione del docufilm di Davide Mocci, filmmaker che lavora per Rai 3, dedicato proprio a sa fregula. Un viaggio visivo e narrativo che ha mostrato come dietro quei piccoli grani irregolari si nasconda un universo fatto di mani, di tempi lenti, di saperi tramandati e di territori. Ingredienti semplici – semola e acqua – che diventano cultura, identità e possibilità.
Sa fregula, del resto, è un linguaggio gastronomico straordinariamente duttile, capace di adattarsi a contesti, stagioni e interpretazioni diverse. Lo ha dimostrato lo show cooking, uno dei momenti più partecipati della serata, che ha visto protagonisti alcuni dei ristoratori e delle interpreti premiati nel corso delle diverse tappe del Premio Sa Fregula d’Oro.
Cristiana Sedda, della storica Trattoria La Balena di Cagliari, ha portato in scena sa fregula a sa piscadora, che dialoga con la tradizione casteddaia e popolare, fatta di equilibrio, riconoscibilità e rispetto per la materia prima. Giuliano Pontis, di Sa Fregula a s’Antiga di Villasor, ha raccontato una visione profondamente legata al territorio del Campidano, dove sa fregula diventa espressione di una cucina che valorizza stagionalità, radici contadine e continuità del sapere, cucinata con i carciofi e la purputza. Accanto a loro, Annalisa Atzeni, con il progetto Le Antiche Tradizioni Sarde, ha mostrato come la fregula possa vivere anche in forme di ristorazione più fluide e contemporanee, tra collaborazioni con diversi ristoranti e home restaurant, mantenendo intatto il legame con i gesti antichi e con una cucina fatta di memoria, cura e autenticità.


Accanto alle interpretazioni dei ristoratori, la serata ha dato spazio anche alla dimensione comunitaria e al gesto originario. Particolarmente significativa è stata la partecipazione di Carlo Polla e Tonietta Mereu del Centro Attività di Gadoni, realtà che da anni lavora sulla valorizzazione dei saperi tradizionali e sulla loro trasmissione come patrimonio culturale vivo. Il loro contributo ha richiamato l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: sa fregula non è solo un ingrediente da reinterpretare in cucina, ma anche un veicolo di relazioni, memoria e identità locale, che trova nelle comunità dell’interno dell’isola un presidio fondamentale di continuità e innovazione.

Un momento di forte valore simbolico è stato poi quello affidato alla signora Nerina dell’agriturismo Sogno Sulcitano di Masainas, che ha mostrato dal vivo la preparazione de sa fregula. Un’arte manuale antica, fatta di gesti pazienti e ripetuti, in cui semola e acqua, lavorate con esperienza e sensibilità, danno origine a grani di dimensione variabile, poi tostati e pronti a diventare base di piatti profondamente identitari. Una dimostrazione che ha reso evidente come sa fregula non sia un semplice formato di pasta, ma il risultato di un sapere incorporato, tramandato e praticato. Non folklore, dunque, ma competenza, tecnica e cultura materiale.

Nel corso della serata sono intervenuti, tra gli altri, Davide Mocci, Roberto Pisano in rappresentanza dell’Accademia Italiana della Cucina, Cristiano Erriu, Direttore Generale della Camera di Commercio di Cagliari-Oristano, e Antonello Cicatiello del Touring Club Italiano – Sardegna. Voci diverse, accomunate da una convinzione condivisa: la valorizzazione del cibo sardo passa dalla capacità di fare sistema, di costruire alleanze tra attori pubblici e privati, istituzioni, imprese e associazioni.
Non era scontato, in un contesto come quello di Fiera Natale, ricco di stimoli e di eccellenze – vini, liquori, prodotti da forno, salumi, formaggi, bottarga e tante altre specialità artigianali – vedere tante persone fermarsi, ascoltare, osservare, approfondire il senso della manifestazione. È accaduto perché Sa Fregula d’Oro non è solo un premio, ma un racconto collettivo che parla di sardità non come chiusura identitaria, bensì come vantaggio competitivo.
Nel mio intervento ho voluto sottolineare proprio questo aspetto: la competitività dei singoli attori non può essere pensata in contrapposizione agli altri, ma va ricercata all’interno della competitività di un intero sistema territoriale, quello sardo. Sa fregula, con la sua apparente semplicità e la sua straordinaria capacità di adattamento, è il simbolo perfetto di questo approccio: nasce povera, cresce nella condivisione dei saperi, si valorizza attraverso interpretazioni diverse e diventa ambasciatrice di una cucina che sa essere locale e universale allo stesso tempo.

Sa Fregula d’Oro ci ricorda che dare valore ai nostri prodotti significa dare valore alle persone, ai territori e alle relazioni. E che, anche partendo da un piccolo grano di semola, si può raccontare una grande storia di identità, qualità e futuro.
