Luglio 4, 2022

La canzone che non diro’ mai s’e’ addormentata sulle labbra di Marisa Sannia_di Michele Pio Ledda

Questo valzer questo valzer di morte e di cognac Che bagna la sua  coda nel mare.

(Federico Garcia Lorca)

È stato il primo vero mito musicale della nostra generazione, il beat che si poteva vedere da vicino, la nostra piccola Londra a due passi da casa che non ci faceva rimpiangere Carnaby Street.

I suoi capelli biondi, la sua figura elegante davanti ad un microfono o sotto un canestro esprimevano leggerezza ed eleganza: ci innamorammo di lei, lei che al femminile, era la risposta a Luigi Riva da Leggiuno. Ma è stato anche il primo fenicottero che da una delle terre più disperate della Sardegna, prese il volo verso il mondo dello spettacolo. Come un uccello fantastico aveva nel suo migrare il codice del ritorno, sapeva di partire ed anche che sarebbe tornata. Mito ed ora spirito a cui il tempo non ha sottratto niente ma ne ha, al contrario, accresciuto la forza, l’intimo codice dell’appartenenza.

La guardavamo incantati a Sanremo, cantare quella casa bianca che mai più avremo scordato, la riguardiamo oggi che la casa bianca della nostra adolescenza è celata per sempre nel bosco della maturità e guardiamo stupiti il sentiero alle nostre spalle sperando che qualche briciola sia rimasta per ritrovare la strada che ci porterà da lei…ti regalo una fortuna manna..direbbe Montanaru nella sua ninna nanna per Anton’Istene, e una beste de pannu fioridae una oghe, una oghe ti chi dia sas paghes como chi ses dormida,  aggiungo sommessamente, ora che sei una rosa tra le pagine di questo libro senza fogli e ses galu bia como chi ses rosa ebbia…ancora viva ora che sei soltanto rosa…

Era così, Marisa che aveva il mare nel nome e nel cuore, un mare invisibile che non aveva bisogno di mareggiate per farsi sentire,  bastava chiudere gli occhi per sentirlo dentro un urlo nel silenzio.

Delicata ed elegante, riservata e discreta ma non sommessa, non remissiva, non chiusa nella sua arte, ne ritirata in castelli inarrivabili – lei era ed è così, impalpabile fragile di pane carasau e amara di miele e poesia. Anche la sua assenza dalle scene, la sua assenza dal clamore è stato un dono che oggi attenua appena il ricordo, non lo affievolisce anzi lo rinforza, rendendolo eterno come una rosa, di carta, perfetta e immobile nella sua immutabile bellezza.

Di lei ho un ricordo meraviglioso, un pomeriggio ad  Alghero, la incontro che sta andando a registrare, si ferma, ci salutiamo, non avevo una copia del mio libro Isola Errante che stava per uscire, ma avevo la mia copia di correzione, con appunti, cancellature e pensieri scritti a mano- Le dissi, 

“Vorrei che lo leggessi comunque, scusa se non è la copia finita“ 

“Va bene lo stesso, meglio” disse con quel sorriso che era un arrivederci.

Poi il tempo si riprende quello che ti ha dato, all’improvviso ti ritrovi a guardare l’onda andare via e non hai neanche la forza o la voglia di sperare che torni indietro, il mare ha sempre qualcosa da fare , non appartiene a nessuno, neanche ai poeti o ai marinai.

Così una sera a Sassari, incontro Marco Piras, storico protagonista con i Bertas di tante stagioni musicali sono passati solo pochi giorni e nel suo sguardo, di amico rimasto solo, di musicista senza partiture sulle quali lavorare, ci leggi tutta la serena tristezza di chi sa che davanti all’ineluttabile c’è poco da fare, il tempo mette gli intervalli e decide la tonalità. 

Non aggiunge nulla e mi porge questo cd “ Non è ancora uscito” mi dice, “Mi piacerebbe tu lo ascoltassi”. Si chiama Rosa de Papel ed è tra le mie mani. Marco che ha arrangiato e suonato nel disco, che lo conosce come pochi, quasi me lo consegna con un certo pudore.

La rosa di carta del più disperato e romantico dei poeti,  Federico Garcia Lorca, in un attimo libera tutta la sua fragranza dentro una impossibile primavera che il poeta crea nel suo cuore. La voce e il tormento del  grande Federico, nome da poeta, come Chopin del resto, rende entrambi simili nell’intimo viaggiare dentro ogni piccolissima vibrazione e rivive improvvisa e dolce tra le labbra di Marisa.Queste sono le stagioni, penso, e oggi non so quale sia quella che il cielo mi sta donando.

Mi sono innamorato mille volte dentro quella frase, e mille altre volte ho sognato di poter scrivere una tale bellezza: 

– Mi beso era una melagranada profunda e abierta tu boca era rosa de papel

– Il mio bacio era una melagrana profonda e aperta, la tua bocca una rosa di carta.

Rosa de Papel è l’omaggio di Marisa alla poesia pura, il tocco femminile che rende perfetta ogni parola, sicura ogni immagine e crea una ragnatela d’argento tra la Sardegna e la Spagna unite finalmente in una credibile bellezza.

A questo disco Marisa ci arriva dopo il suo personale viaggio tra la poesia degli autori sardi, Antonio Casula, Francesco Masala e la grande Maria Lai, ci arriva dopo aver caricato sul suo carro i beni di casa, lasciando per ultimi, come un regalo, frammenti di Spagna – terra amata e odiata, sconosciuta padrona di una piccola isola.

Ho amato molto Garcia Lorca, ho amato la sua poesia giovanile irruente e sanguigna, ma dolce e sconfinata e tra tutte ho amato la perla del piccolo valzer viennese che già Leonard Cohen aveva reso ancora più forte e virile ed ora, in un pomeriggio languido di strade sassaresi alzo il volume e lascio che il valzer scorra come un fiume, fino a trovare quel mare che sembra chiamarlo con quel suo sette ottavi antico eppure così moderno ed intrigante, così profondamente femminile, fusa nella duplice essenza che ognuno di noi ha del maschio e della femmina.

Voce e Poesia insieme – il poeta spagnolo che danza e gioca con  i colpi di fucile della milizia fascista di Francisco Franco che lo consegnano all’infinito.

Voce e poesia – la Donna del Campidano dai capelli color grano e zafferano che canta dentro la malattia che la chiama a se: voce e poesia che adesso niente può sconfiggere. 

Voce e poesia, la sola medicina per il nostro vivere.

Los laberintos che crea el  tiempo…se desvanescen, i labirinti che crea il tempo si dissolvono…solo queda el deserto…e davanti il mare del golfo dell’Asinara sembra ascoltare e forse anche il mare è un deserto, forse nel suo  azzurro lussureggiante di orizzonti misteriosi contiene anche quella solitudine che lo rende unico, e speciale come un deserto liquido che tutto inghiotte e tutto trascina in un miraggio di infinito.

Mi piace ricordarla cosi, con le parole della gentilezza e della grazia che Lorca ha dedicato  a Verlaine:

 La cancio que nunca diré se ha dormido en mis labios – 

la canzone che non dirò mai s’è addormentata sulle mie labbra.

Sulle tue Marisa, che hai il mare dentro.

Mpl 

Discografia 

  • Marisa Sannia (Fonit Cetra, 1968)
  • Marisa Sannia canta Sergio Endrigo e le sue canzoni (CGD, 1970)
  • Marisa nel paese delle meraviglie (EMI Italiana, 1973)
  • La pasta scotta (CBS, 1976)
  • Sa oghe de su entu e de su mare (Tekno Record, 1993)
  • Melagranàda (Nar, 1997)
  • Nanas e janas (Nar, 2003).
  • Rosa de papel (Felmay) (2008)

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