Febbraio 28, 2024

Il bombardamento di Cagliari e i ricordi di un bambino_di Ermenegildo Lallai

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L’ottantesimo anniversario dei bombardamenti del 1943 su Cagliari ha un valore del tutto particolare perché i tristi fatti della Ucraina ci hanno riportato con la memoria, con grande angoscia, a quello che tanti anni fa abbiamo vissuto noi cagliaritani.

In quei tragici giorni avevo un anno e mezzo circa e naturalmente non posso ricordare molto, mi resta comunque sempre il disagio che provo ancora adesso, nonostante siano passati tanti anni, quando sento una sirena che evidentemente mi richiama alla mente il dramma del lugubre suono delle sirene che invitava la gente a trovare riparo nei rifugi per evitare di essere colpiti dalle bombe.

Ricordo però bene il mio ritorno a Cagliari dopo lo sfollamento, le case crollate, i mucchi di macerie, immagini in perfetta sintonia con quelle che ci arrivano giornalmente, attraverso i telegiornali, dalla Ucraina.

Si pensava, certamente ottimisticamente, che dopo quei tristi giorni del 1943 la stagione dei bombardamenti fosse definitivamente finita: ma purtroppo dobbiamo prendere atto, con dolore, che le controversie internazionali, nonostante la triste esperienza della seconda guerra mondiale vengono ancora affrontate non con il dialogo ma con le armi , Iraq, Siria, Libia, Afganistan e oggi l’Ucraina ci ricordano che poco è cambiato.

La tragedia nella tragedia è che gli organismi internazionali che sono stati istituiti proprio per evitare i conflitti non riescono a imporre la pace e il dialogo tra Stati.

Cagliari nel 1943 era una città fantasma, i suoi abitanti per sfuggire alle bombe avevano dovuto abbandonare le loro case e raggiungere con i mezzi più disparati, spesso anche a piedi, i paesi dell’interno.

I mezzi di trasporto erano quasi inesistenti e inoltre la stazione delle ferrovie dello Stato era un facile bersaglio per gli aerei degli alleati. Io pur avendo solo un anno e mezzo ho dovuto fare a piedi il tragitto da Cagliari a Soleminis, prima tappa verso il paese di Silius dove la mia famiglia intendeva sfollare. Mia madre non poteva prendermi in braccio in quanto doveva tenere mio fratello Giampaolo che non aveva ancora un anno.

Pur non potendo però ricordare quei giorni dolorosi ho avuto modo di conoscere, comunque, attraverso i racconti dei miei familiari, tanti aspetti di quella tragedia e in particolare lo spezzonamento nella Via Sant’Efisio che ha ucciso tanti cagliaritani, tra cui il pittore Tarquino Sini, che non avevano fatto in tempo a raggiungere il rifugio di Santa Restituta.

Mi ha sempre impressionato la testimonianza di una cugina di mia madre che insieme ad una zia correva in prossimità della Chiesa Santa Chiara verso il rifugio. La zia colpita in pieno da una bomba è letteralmente sparita, di lei non si è trovato un minimo di traccia.

Si parla di 1600 circa cagliaritani morti in quelle tragiche giornate.. non dimentichiamo che Cagliari è stata insignita della medaglia d’oro per l’eroico comportamento dei suoi abitanti.

Molto spesso ci si chiede il perché di un così grande accanimento sulla nostra città.. purtroppo però la zona di Cagliari era molto importante dal punto di vista strategico-militare; a Elmas operavano gli aerosiluranti , a Monserrato i caccia dell’aereonautica, a Villacidro e Decimo i bombardieri e nel porto inoltre stazionavano navi e sommergibili della Marina.

Ma lo spirito dei cagliaritani nonostante le bombe e le distruzioni non è mai venuto meno tanto è vero che non hanno voluto rinunciare, nonostante il rischio dei bombardamenti , al tradizionale pellegrinaggio di Sant’Efisio a Nora del primo di maggio. Grazie al magnifico filmato di Marino Cao quelle immagini terribili della città distrutta sono diventate un documento straordinario del coraggio e della fede dei cagliaritani.

I bombardamenti degli alleati distrussero o danneggiarono il 70% delle abitazioni e questo dato fa comprendere il perché la maggior parte dei cagliaritani ha dovuto lasciare Cagliari e trovare rifugio nei paesi dell’interno dando luogo all’ importante fenomeno dello sfollamento.

Sfollamento che nonostante la sua drammaticità e le logiche difficoltà incontrate dai cagliaritani nel venire a contatto con un mondo completamente diverso da quello della città aveva però consentito nuovi ed importanti rapporti, in molti casi continuati nel tempo e diventati molto spesso solidi legami , tra cittadini e abitanti dei paesi dell’interno che in molti casi e, nei limiti del possibile, aiutarono gli sfollati. Di fatto comunque si era creata una apertura tra il mondo dei cittadini e quello dei paesani che non si erano mai incontrati e che determinarono un nuovo tipo di positivo rapporto tra centro e periferia: di fatto le tristi circostanze avevano contribuito a creare una nuova società regionale.

I danni alla città comunque erano talmente gravi che qualcuno, maldestramente e vergognosamente, approfittando delle disgrazie cagliaritane, propose di spostare la capitale della Sardegna da Cagliari a Sassari.

Gli sfollati al loro ritorno trovarono una città distrutta e dovettero darsi da fare per cercare di recuperare per quanto possibile le case e per trovare locali dove abitare. Furono utilizzati come dimore l’anfiteatro, le caverne e i centri militari non più utilizzati.

L’aspetto generale di denutriti degli sfollati al loro rientro a Cagliari era sicuramente l’immagine più chiara dei sacrifici fatti nei centri isolani non per niente venne creata la triste battuta quando si voleva evidenziare l’aspetto non florido di una persona di qualificarla con la frase teniri bisura de rientru.

Tirava in quel tempo un aria di generale povertà: i soldi erano pochi e non ci vergognava di rivoltare i pochi abiti disponibili , adattandoli alle misure dei figli, dei fratelli o passandoli, quando non stavano più e non potevano essere utilizzati nella famiglia, ai cugini, ai parenti o ai vicini di casa più piccoli. Andavano fortissimo i rammendi, le toppe nelle maniche delle giacche e nei calzoni. Nelle suole bucate delle scarpe si cucivano pezzi di pelle tondi, i cosidetti orologi, e nelle punte e nei tacchi venivano attaccati i ferretti con lo scopo di non consumare le suole.

Tantissimi cagliaritani si trasformarono in improvvisati ciabattini o artigiani delle più varie specialità. Ci si doveva arrangiare! Andavano a ruba persino i sacchi serviti per portare generi alimentari americani che venivano trasformati da bravissime donne in abiti e tovaglie impreziosite spesso da ricami.

Tutti usufruivano delle minestre e dei prodotti alimentari americani in barattolo.

In questa situazione di disperazione e di generale povertà emerse il triste fenomeno de sa Martinicca.. un genere di baratto (borsa nera) necessario per ottenere cibi e oggetti necessari per la vita di una famiglia, purtroppo non disponibili.

Teresa Mundula nella poesia intitolata Sa Martinicca scrive

Sa martinicca e oi già est cos’è nudda!

Dognunu crescit preziu sen’e frenu:

unu boi balit unu trenu,

cincuxentus est pagu po una pudda!

“Sa martinicca (Borsa nera) non è cosa da poco!

ognuno aumenta i prezzi senza un limite:

un bue vale quanto un treno,

cinquecento sono pochi per una gallina!”

Ma la cosa straordinaria è che in tutti vi era comunque una fortissima voglia di tornare ad un minimo di normalità: si incominciò pian piano a ricostruire in proprio le case, magari improvvisandosi muratori, e poi con l’aiuto degli abilissimi artigiani dei centri del Campidano che raggiungevano la città in bicicletta e che la sera al loro rientro formavano una colonna lunghissima che attraversava la zona di Piazza San Benedetto.

A fianco alle ricostruzioni materiali un gruppo di intellettuali Nicola Valle, Giovanni Lilliu, Francesco Alziator e altri intrapresero un difficile lavoro per il recupero anche dell’attività culturale che veniva giustamente vista come una via indispensabile per la ripresa della città.

Nacque in tal modo l’Associazione “Amici del libro” che con la sua importante attività è riuscita a riavvicinare, pur in tempi molto difficili, tantissimi cagliaritani alla cultura.

Cagliari grazie all’iniziativa e ai grandi sacrifici dei suoi cittadini nel giro di una ventina d’anni è risorta ed è rinata e si è notevolmente allargata: si può dire con grande orgoglio che è diventata più moderna e più bella.

E’ stato giustamente detto che i grandi sacrifici dei cagliaritani e la tenacia nella ricostruzione hanno migliorato sensibilmente Cagliari che da città di provincia dell’anteguerra è diventata una grande e moderna città.

Questi sacrifici a mio modesto parere dovrebbero essere ricordati sopratutto ai giovani e a quanti non hanno conosciuto le disgrazie della guerra; per anni già con il Mio amatissimo fratello Giampaolo, che purtroppo ci ha lasciato nel 2013, abbiamo proposto di commemorare la ricostruzione e la rinascita di Cagliari, grazie allo straordinario impegno e ai grandi sacrifici dei cagliaritani, con l’edificazione di un monumento che ricordasse nel tempo quanto erano stati capaci di fare is casteddaius.

Sinora a parte il formale interesse niente si è fatto….

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