Aprile 19, 2024

Incontro con il regista Giovanni Columbu: “E’ interessante che la parola progettare significhi letteralmente “gettare in avanti”, indicare come possibile qualcosa che ancora non esiste ma comincerà a esistere”_di Simonetta Columbu

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Giovanni Columbu nasce a Nuoro nel 1949. Si trasferisce a Milano con la famiglia poco dopo la nascita. Figlio di Michele Columbu, letterato e politico al Parlamento Europeo e di Simonetta Giacobbe, scrittrice. Giovanni si diploma al liceo artistico di Brera e si laurea in Architettura. La vita di Columbu si caratterizza per un impegno costante alla cultura, all’arte e alla ricerca di nuove forme di racconto. Dopo la laurea, con un gruppo di amici, realizza diverse mostre esponendo in luoghi prestigiosi tra cui al Palazzo della Permanente e alla Biennale di Venezia. Lavora poi alla Rai realizzando numerosi documentari tra cui Villages and Villages, vincitore del premio Prix Europa di Berlino. Il suo primo lungo è Arcipelaghi, seguirà Su Re e Surbiles. Attualmente è impegnato alla realizzazione di un film di animazione.

Simonetta Columbu

Giovanni, le tue opere hanno sempre uno sguardo “non convenzionale “, di rottura e di ricerca. Quanto sono importanti per te, quando lavori ad un progetto, la ricerca e l’esplorazione? Per me un film comincia a esistere nel momento stesso in cui cominci ad immaginarlo, dunque prima ancora che sia realizzato. E’ interessante che la parola progettare significhi letteralmente “gettare in avanti”, indicare come possibile qualcosa che ancora non esiste ma comincerà a esistere nello stesso momento in cui comincerai a progettarla. C’è in questo qualcosa di misterioso. Dal momento in cui progetti, i lavori cominciano a delinearsi e sembra che quasi autonomamente comincino a rivendicare la propria esistenza. Un progetto che possa dirsi innovativo non può che fondarsi sulla ricerca. Aggiungo però che quest’ultima non dovrebbe esaurirsi con la prima formulazione ma rinnovarsi anche nel corso della realizzazione. Per questo, ho interesse soprattutto ai progetti aperti, flessibili e in divenire. Progetti capaci di adattarsi ai contesti e capaci di interagire con gli strumenti di cui ci si andrà ad avvalere. E’ questa la ragione per cui di un film si dice che non venga progettato una sola volta ma ripetutamente: in fase di sceneggiatura, quasi sempre scritta e riscritta molte volte, poi nella fase di individuazione delle location, nondimeno nella fase cruciale del casting.. Così, se hai fatto bene le tue scelte avrai buone possibilità di farcela. Altrimenti rischierà di traballare anche nella fasi successive.

Quali sono le altri fasi cruciali nel tuo modo di affrontare l’impresa del cinema? Ovviamente le riprese a cui concorrono ulteriori circostanze, spesso impreviste, quelle che abbiamo già citato relative ai luoghi, ma anche e soprattutto quelle che appartengono alle diverse personalità che concorrono alla realizzazione, oltre a quelle degli interpreti, quelle del personale artistico e delle maestranze. Di fronte a tutto questo ci sono due modi di porsi. Il primo è cercare di essere del tutto fedeli al progetto originario. In questo caso il nostro strumento primario sarà la parola, forse inflessibile, poiché dovremo chiedere alle maestranze, agli interpreti e agli strumenti di cui disponiamo, di soddisfare le nostre attese, quello che abbiamo già stabilito. L’altro modo è invece adattare e far rivivere il nostro progetto rendendoci disponibili a flettere i nostri propositi tenendo conto di tutte le variabili con cui andremo ad interagire. Anche in questo caso, occorrerà molta determinazione ma anche essere disponibili all’ascolto e all’accoglimento. Tendere a quel che avevamo in mente e al tempo stesso essere pronti a far nostro l’inaspettato. Mi ricordo il patto che avevamo stabilito in perfetto accordo io e l’autrice del romanzo Gli Arcipelaghi, Maria Giacobbe, quando mi concesse di trarre un film dal suo romanzo. Quel patto era che io avrei dovuto essere fedele alla sua opera e proprio per questo avrei avuto la libertà e forse il dovere di tradirla. Sembra un paradosso, tradire per essere fedeli. Eppure è proprio così, la fedeltà sta principalmente nel non venire mai meno all’impegno a essere creativi. Vale per un progetto che è stato concepito da altri e non di meno per un progetto che noi stessi abbiamo elaborato. 

Stai lavorando ad un lavoro di animazione, puoi anticiparci qualcosa? Posso dire che mi ritrovo alle prese con un’ulteriore opera prima che mai avrei pensato di fare. Un film di animazione. I primi tre anni chiuso nel mio studio come un eremita, a disegnare in solitudine, poi da circa un anno ospite nei laboratori del NAS, la New Animation Sardegna, un sorta di atelier creato dalla direttrice della Film Commission Nevina Satta. È lei che dopo aver visto quello che stavo facendo mi ha messo a disposizione uno spazio di lavoro e un gruppo di collaboratori ai quali demando tutto tranne che dipingere, perché il “dogma” che ho stabilito fin dall’inizio di questa avventura è che solo una persona, in questo caso io, avrebbe prodotto segni pittorici sulla carta.

Perché solo una persona? Perché sono particolarmente interessato al segno ovvero a quel tratto che come la calligrafia non può che essere personale in quanto scaturisce in modo diverso in ogni individuo. Se diversi disegnatori sono costretti a seguire dei modelli stabiliti da altri il loro segno sarà destinato a sparire.

Cosa deve testimoniare il segno? La sensibilità e il carattere del disegnatore e dunque l’impronta che si rifletterà sulla storia.

Quando sarà pronto? E’ un lavoro immenso disegnare un film fotogramma per fotogramma. Ma credo di essere a buon punto. Dobbiamo aspettarci un cartoon “classico” o come sempre ci vuoi stupire? Penso proprio che non sarà classico, piuttosto potrebbe essere arcaico, o neo-arcaico, decisamente essenziale e con un segno ruvido. 

“Legione è il mio nome poichè siamo molti – Acrilico su carta 2014

Quanto costa, nel mondo del cinema e più in generale del lavoro, perseguire una strada di ricerca e di rottura delle regole più classiche e conosciute? Costa che sara improbabile finire nelle “top ten” del mercato, ma potrai comunque incontrare un pubblico appassionato con il quale condividere gli esiti della tua ricerca.

Il silenzio, la musica o i rumori? Tutte tre, ma in particolare, i rumori che possono avere la stessa valenza della musica senza il rischio di sopraffare le immagini.

Il mondo premia chi sa osare? Difficile rispondere perché il mondo mi appare piuttosto afflitto da una quantità di condizionamenti. Posso dire che non mi sembra che gli ostacoli dipendano tanto dall’ignoranza, come si usa dire, quanto invece dai pregiudizi e da una certa pigrizia prevalentemente indotta da un sistema che punta quasi esclusivamente sul numero degli ascolti.

Il mondo dell’arte, attualmente, lo avverti chiuso in se stesso o aperto a nuove formule, modelli e visioni? Penso che malgrado tutto ci siano artisti coraggiosi e fermenti molto interessanti.

Cosa determina la bellezza di un opera? Non esistono formule però la passione, lo sguardo e l’autenticità dei procedimenti concorrono alla bellezza. Si fa arte per se stessi o per gli altri? Sempre e immancabilmente per se stessi e per gli altri, perché la ragione dell’arte è rendere condivisibile la meraviglia della vita nelle sue declinazioni sia gioiose che di sofferenza che altrimenti resterebbero inespresse e chiuse in una dimensione solitaria. 

Nel processo creativo quanto vale l’approvazione e quanto costa? L’approvazione, il consenso e la condivisione ci trasmettono felicità, ma è dalla nostra esperienza del vivere e dalla verità del nostro sentire che occorre partire.

Un opera deve avere senso? Certo, ma è meglio che non sia troppo chiaro, almeno prima che l’opera sia realizzata. Oppure dovremmo dimenticarlo e lasciare che riemerga in sordina. Sarà il pubblico a riconoscerlo. L’autore invece, soprattutto se ha avuto la capacità di essere stato un tramite, sarà inevitabilmente tra gli ultimi a capire il senso della propria opera.

Sei tu che in qualche modo crei la materia o è la materia che viene da te? Servono entrambe le cose. Serve la nostra volontà e ugualmente serve la capacità di accogliere la natura intrinseca della materia.

So che quando vai al cinema, dormi, come fai a seguire un film se… dormi? Questo non lo so neppure io. So però che alcuni dei film che più mi hanno colpito e più si sono fissati nella mia memoria li ho per così dire visti dormendo, o in uno stato di dormi veglia, tra questi uno di quelli che più mi hanno impressionato è “Non uccidere” di Kieslowsky.

Cosa consigli ad un giovane regista? Di amare la vita e di studiare il cinema studiando l’arte, il teatro e la letteratura, perché il cinema non nasce dal cinema bensì da tutte le arti che lo hanno preceduto nei secoli e nei millenni.

Giovanni, è stato davvero bello poter ascoltare le tue parole. Sei un incredibile fonte d’ispirazione! Grazie e… in bocca al lupo! 

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2 thoughts on “Incontro con il regista Giovanni Columbu: “E’ interessante che la parola progettare significhi letteralmente “gettare in avanti”, indicare come possibile qualcosa che ancora non esiste ma comincerà a esistere”_di Simonetta Columbu

  1. Grazie a Giovanni Columbu di averci fatto entrare in un mondo magico, quello del cinema, di cui ha voluto svelarci qualche affascinante segreto, e grazie a Simonetta Columbu che con grazia e abilità ha trovato la chiave perché questo avvenisse.
    Un’intervista molto coinvolgente.

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