Novembre 27, 2020

Stampace, la storia e le storie_di Antonello Angioni

Quando la città di Cagliari si divideva in “alta” e “bassa” e la città alta si identificava col Castello, la città bassa era formata da tre borghi, chiamati Villanova, Marina e Stampace, cui si aggiungeva il sobborgo di Sant’Avendrace (popolarmente conosciuto col nome di Santu Tènneru o Sant’Arennera). Il Castello – stando alle Notizie compendiose sacre e profane che don Giuseppe Cossu, giudice della reale udienza e censore generale, pubblicava nel 1780 – era sede del governo, dell’arcivescovado, della cattedrale, dei seminari e della regia università degli studi, oltre che abitazione dei signori feudatari. Edificato per volontà dei pisani, era il quartiere più importante della città e, forse, come molti sostengono, anche il più antico.

Diciamo forse perché, se la tradizione è vera, quest’ultimo primato dovrebbe appartenere a Stampace E vi è da dire che la tradizione – a prescindere dalla sua attendibilità – ha radici molto lontane visto che, sin dal XVIII secolo, nella processione in onore di Sant’Efisio, che si svolge ogni anno il 1° maggio, le milizie di Stampace hanno la precedenza sulle altre in quanto appartenenti al quartiere più antico della città.

Ora, non vi è dubbio che lo studio del quartiere di Stampace, da un punto di vista storico, renda necessario affrontare, in via preliminare, un duplice ordine di questioni, vale a dire quello delle sue origini (cui è legato anche il problema dell’etimologia) e quello della sua perimetrazione. Si tratta – come vedremo – di questioni non semplici anche perché, fra i quartieri storici di Cagliari, Stampace è quello meno definibile secondo una forma compatta.

Il quartiere, nella sua attuale conformazione, sorse intorno alla metà del Duecento. É assai probabile che all’incremento delle abitazioni e della popolazione avessero dato un notevole apporto i profughi della città giudicale di Santa Igia, distrutta dai pisani nel 1258, che si sistemarono alle pendici occidentali del Castello contribuendo allo sviluppo del nuovo agglomerato urbano. Agglomerato all’origine abitato in prevalenza da artigiani e che, in epoca rinascimentale fu sede della più significativa scuola di pittura espressa dalla Sardegna: quella dei Cavaro. Nella metà del Settecento a Stampace aprì bottega lo scultore Giuseppe Antonio Lonis.

La spiccata vocazione artigianale, che Stampace sviluppò fin dalla fondazione, ebbe notevole incidenza nella conformazione del tessuto edilizio. Gli isolati sono costituiti dalla tipologia architettonica a schiera, di derivazione toscana, e le unità abitative presentano in prevalenza fronti d’affaccio stretti ed alti con una evidente differenziazione funzionale tra i piani. Fino al secolo scorso, il livello stradale era occupato in prevalenza dalle botteghe artigiane con i relativi magazzini. Pochi i palazzi gentilizi: gli unici esempi esistenti non erano residenze di famiglie nobiliari e risalgono in prevalenza ad un’epoca a cavallo tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento.

Di Stampace è incerta anche l’origine del nome che, secondo l’abate Angius, deriva dai pisani «nella cui città troviamo un rione ed un baluardo così appellati». Ma tale ricostruzione venne presto degradata dal canonico Spano al rango di opinione. Dionigi Scano ribaltò su basi storiche la fantasiosa tesi dell’Angius rilevando che «lo Stampace di Cagliari è menzionato in documenti del XIII secolo, mentre i ricordi dello Stampace pisano non cominciano che circa due secoli più tardi. Non è quindi improbabile che alla fortificazione di Pisa siasi dato il nome di Stampace dopo la perdita deH’omonimo quartiere di Cagliari, quasi a perpetuarne il ricordo». Per la precisione, la più antica menzione di Stampace la si trova nella relazione della visita pastorale che l’arcivescovo di Pisa Federico Visconti fece in Sardegna nel 1263.

L’impostazione dello Scano viene condivisa da Francesco Alziator in un interessante articolo pubblicato nel 1974 sul quotidiano L’Unione Sarda, poi raccolto nel libro L’elefante sulla torre. L’autore, tenendo in gran conto il fatto che Stampace è tutto un susseguirsi di caverne, grotte e gratticene, in proposito osservava che «chi vuol far risalire l’etimologia del quartiere a stai in pace, potrà anche aver ragione ma è, forse, molto più saggio pensare alla natura del luogo e ricordarsi che i toponimi vengono fuori molto sovente da questa ed a Cagliari, come dovunque, non mancano gli esempi. Tuvumannu e Tuvixeddu prendono nome da cavità calcaree. Ed allora perché non pensare al rapporto stampu-Stampaxi e dedurre che Stampaxi può voler dire località delle grotte? In quanto poi a ritenere che sta in pace potesse riferirsi al cimitero ebraico di San Guglielmo questo – conclude Alziator – è molto improbabile perché la Spagna razzista, da Ferdinando il Cattolico in poi, non fu larga di auguri di pace ai poveri defunti ebrei».

Ma c’è stato anche chi, attingendo alla tradizione popolare, ha affermato che la frase “Sta in pace” (da cui deriverebbe Stampace) altro non sarebbe che un ammonimento diretto agli abitanti del quartiere che si distinguevano per il loro carattere irrequieto e per la loro indole bellicosa: il che darebbe ragione del nomignolo cùccuru cottu che, sino a pochi anni fa, si affibbiava agli stampacini.

Dunque un’origine etimologica incerta e tante congetture. Quel che è certo è che si tratta di una delle zone più caratteristiche della vecchia Cagliari. Anche perché in questo quartiere, sino alla metà del Novecento, era radicata l’anima più vera e incontaminata del popolo cagliaritano: falegnami, ciabattini, carpentieri, fabbri, popolaccio attaccato al lavoro e pronto a far valere i propri diritti nei confronti di chicchessia. Non è un caso che proprio a Stampace quel singolare tribuno di Vincenzo Sulis trovò i più larghi consensi quando organizzò «la prima vera rivolta del popolo stanco delle promesse e della superbia piemontese, non indegna erede di quella castigliana e così via».

Come detto, gli stampacini, per il loro carattere focoso, vennero soprannominati cùccuru cottu, che vuol dire “zucca dura” e denota un carattere forte e coraggioso. Al riguardo si precisa che, prima che i bombardamenti del 1943 e il conseguente sfollamento della popolazione dalla città modificassero le gerarchie tra i diversi quartieri, anche Cagliari aveva avuto una sua storia di liti cittadine e di scontri tra quartieri nei quali gli stampacini non erano indietro a nessuno.

Quella determinazione doveva avere radici assai antiche ove si consideri che Ramon Muntaner, il cronista catalano che nel 1323 seguì la spedizione dell’Infante Alfonso per la conquista della Sardegna, non esitò a definire gli stampacini come la «gente più malvagia del mondo» e i «peggiori peccatori». Ed aggiungeva: «Non vi son maggiori peccati che un uomo possa commettere che non siano stati commessi a Stampace […] la albergano orgoglio ed arroganza ed il peccato della lussuria sotto tutte le forme». Dunque un quartiere di gente senza scrupoli, amante della bella vita e del danaro.

Quanto alla perimetrazione del quartiere, sparite le antiche mura, non è semplice individuare dei confini che ne definiscano la forma e i limiti. In via di approssimazione, può affermarsi che Stampace è delimitato a nord dal viale Buoncammino, a est dal largo Carlo Felice, a sud della linea ferroviaria e a ovest dalla croce giurisdizionale posta alla confluenza tra la via Trento e il viale Trieste. Stampace convenzionalmente si divide poi in “Stampace alto” e “Stampace basso”: due settori separati dalla via Azuni (o, secondo altri, dal corso Vittorio Emanuele).

La parte “alta” del quartiere (di origine medioevale) si presenta semplice, senza palazzi monumentali e grandi costruzioni civili. Unica eccezione di rilievo gli edifici religiosi, numerosi come in ogni borgo antico che si rispetti. Le chiese e i conventi rappresentano l’intreccio di legami religiosi, sociali ed economici che, per lungo tempo, ha caratterizzato la vita del quartiere. Vi risalta la parrocchiale di Sant’Anna che ricorda un po’ la romana Trinità dei Monti: in realtà l’architettura dei caratteristici campanili ricalca il disegno della chiesa San Nicola di Bari. E poi la chiesa di San Michele, tempio del barocco, da sempre roccaforte dei Gesuiti.

Per il resto Stampace alto è tutto un susseguirsi di piccole case dai caratteristici balconi di ferro battuto. Sono pochi gli edifici civili che rivestono un qualche interesse architettonico, altri riecheggiano una semplice architettura piemontese, altri ancora presentano un interesse soprattutto storico (ad esempio l’ex Palazzo del Noviziato, la torre dello Sperone e l’Ospedale Civile). Tuttavia, da un punto di vista complessivo, la parte “alta” di Stampace acquista un certo interesse e fascino, anche perché non va dimenticato che, per parecchie generazioni di cagliaritani, ha rappresentato un modo di vivere, una tradizione, un sentimento che sa diventare storia. Non è un caso che proprio in questo quartiere, tutti gli anni, grazie all’omonima arciconfraternita, si organizza la sagra di Sant’Efisio, la più ricca e spettacolare festa religiosa che si svolge a Cagliari, prodotto di apporti secolari.

Stampace “basso” si identifica invece con la parte a sud del quartiere che comprende i bei palazzi edificati, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, soprattutto nella piazza del Carmine, su un lato ovest del largo Carlo Felice (dove insistono il Palazzo Comunale e il palazzo Accardo), nella via Angioy, nella via Sassari e nel viale Trieste. È grazie alla sua posizione che – come è stato osservato – Stampace divenne il punto di partenza «per l’espansione e lo sviluppo borghese, non soltanto per quanto riguarda l’edilizia abitativa, ma anche mediante l’attivazione di nuove funzioni, come industrie, servizi, infrastrutture a livello urbano, con tutte le problematiche che ciò comporta».

Al riguardo, non vi è dubbio che gran parte della modernizzazione di Cagliari ha visto la parte bassa del quartiere di Stampace (unitamente alla Marina), quale scenario privilegiato. È proprio qui che la città, alle soglie del Novecento, grazie ad un intraprendente ceto borghese e ad una comunità operosa, ha conquistato la sua identità di città moderna ed europea. È qui che la città ha cambiato aspetto dotandosi di fabbriche moderne e di nuove architetture di pregio. È qui che hanno messo casa e bottega alcuni tra i più prestigiosi esponenti di que\\’establishment industriale e commerciale artefice, negli anni di Bacaredda, della formazione della città moderna.

Stampace è quindi un quartiere che, nel suo complesso, presenta aspetti di grande interesse in quanto sintesi della memoria storica della città e, al tempo stesso, della sua continua volontà di aprirsi verso il nuovo.

Era il quartiere più caro a Francesco Alziator che lo definiva «rabbiosamente cittadino» e scriveva: «È senza dubbio tra le decrepite vie dai nomi dei santi, intorno ai campanili di Sant’Anna, tra i fondaci de Su Condottu, presso gli avanzi duecenteschi di San Francesco al Corso, nei vicoli che sanno di sole e di vento, nelle valli di Palabanda, che vive ancora l’antico sangue cagliaritano picaro e piratesco. Il sangue di una gente che avrebbe potuto costruire un impero, ma che, forse anche, non lo avrebbe costruito perché sarebbe costata troppa fatica ed, in fondo, chi glielo faceva fare quando, a Stampace, le notti sono chiare e le donne tanto belle»22.

Fotografie di Maurizio Artizzu

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