Febbraio 26, 2021

“La locandiera” di Stefania Masala dedicata al Maestro Albertazzi_di Attilio Gatto

Vita da attrice al tempo del Covid. Niente spettacoli, ma tanto lavoro. Prepara “La locandiera” Stefania Masala, interprete cresciuta tra musica e recitazione, allieva di Giorgio Albertazzi, amicizia con due signore della scena, Franca Rame e Anna Proclemer. Racconta Stefania:”Due donne di grande cultura. Franca Rame di malinconie profondissime, la Proclemer apparentemente ispida ma generosa.”

Giorgio Albertazzi con Dario Fo e Franca Rame

Due donne che le hanno insegnato tanto. Ma più di tutti il suo maestro, quell’Albertazzi che Stefania ha conosciuto per caso a Sassari, dov’è nata, quando aveva diciott’anni. “Ehi ragazza! Hai la macchina? Mi serve un passaggio”, si è sentita domandare con la scioltezza disarmante degli attori. Poi a cena con la compagnia, quattro chiacchiere e improvvisamente le si è aperto il varco del teatro. Così ai suoi diciott’anni ha sommato altri diciott’anni in giro per l’Italia e all’estero, affiancando un mattatore che ha recitato senza risparmiarsi, fino all’ultimo respiro.

Stefania Masala con Giorgio Albertazzi

La giovane Stefania ha cominciato come chitarrista di scena, fresca di studi al Conservatorio. In seguito, come a volte accade, alcune battute a rimpiazzare un’assenza dell’ultim’ora. E via verso un percorso ventennale accanto a Shakespeare e Goldoni, Yourcenar e Calvino. E ora? “Ora il teatro è il mio amore più grande, ho trovato il modo di incanalare l’eccesso di energia, di vitalità, sto bene, mi sento in equilibrio, mi piace. Netflix della cultura no, non mi convince, non sì può sostituire il rapporto tra pubblico e attore.” La cultura via internet può essere una conquista nel periodo della pandemia, ma un Amleto, visto nella prospettiva del teatro Olimpico di Vicenza, per Stefania, “è qualcosa di unico, di irripetibile.”

Come al Globe di Roma, quando ha fatto l’aiuto regista e ha conosciuto Gigi Proietti, “persona fantastica”. Proietti che ci ha lasciato nel giorno dei suoi ottant’anni e che era incantato dall’arte di un altro grande, Carmelo Bene, con cui recitò “La cena delle beffe” di Sem Benelli nel 1974. Del teatro di Carmelo Bene è innamorata anche lei, Stefania:”Mi affascina la sottrazione degli spazi, dei personaggi, che Carmelo Bene opera sui classici. Si creano nuove dinamiche, nuovi rapporti di forza sulla scena. È qualcosa di rivoluzionario, di travolgente.

Stefania Masala

Perciò noi vogliamo mettere su un Goldoni inconsueto, una ‘Locandiera’ inedita, cercando di sviluppare dei meccanismi dì crudeltà, che esistono nella vita. Già Cobelli l’aveva fatto nel 1986 con Carla Gravina protagonista, ma allora furono segnali lanciati all’interpretazione del pubblico. Oggi vogliamo costruire una macchina scenica ben strutturata. Con altri attori che hanno lavorato con Giorgio Albertazzi, come Giacinto Palmarini, Massimiliano Giovanetti, Francesco Biscione, abbiamo costituito la Compagnia di Mercuzio.

Crediamo nell’intelligenza del pubblico e vogliamo fare teatro di ricerca che però sia ancorato alla realtà, alle inquietudini e alla follia della vita quotidiana. La nostra Mirandolina sarà una donna scaltra, seduttrice, cosciente della propria autonomia, né buona né cattiva, semplicemente un personaggio con molti chiaroscuri.” In cantiere Stefania Masala e i suoi amici hanno anche uno spettacolo sul femminicidio scritto da Claudio Pappalardo e un “Jules e Jim” nella versione di Giovanetti. E tutto gira intorno al mondo femminile, dall’emancipazione alla coppia aperta alla incapacità dell’uomo di accettare il distacco.

In scena con Giorgio Albertazzi

Ora è il momento delle prove, dell’analisi del testo. Un lavoro accurato, intenso, sulle tracce del maestro Albertazzi, attore ma anche architetto. “Diceva che l’unica opera da lui progettata era il cesso su un treno del Re Farouk”, ride Stefania e precisa:”Accertato che il Sovrano passava parecchio tempo in bagno, fece costruire anche una libreria a scomparsa.” Dopodiché archiviò quella professione e si diede all’arte del palcoscenico, non senza aver fatto proprio un verso di Rimbaud, “Par délicatesse, j’ai perdu ma vie”, l’eterno tema della “generazione perduta”, che in realtà si traduce spesso nella consapevolezza del proprio talento e nell’ossessione di andarsene senza lasciare eredità.

Ciò che a Giorgio Albertazzi non è accaduto. Come ci spiega Stefania:”Fingere di fingere, ripeteva, cioè recitare e pensare, costruire la frase, la scena, dar vita ad un personaggio capace di essere vero, sincero, autentico. E poi la fatica, la bellezza del teatro, trecento repliche all’anno, con ‘Memorie di Adriano’, ‘Lezioni americane’ di Calvino, la collaborazione con Dario Fo e tanti altri spettacoli. È stato un viaggio fantastico, in compagnia di uno straordinario personaggio, umile ma non certamente modesto, capace di mettersi in discussione. Di passare dall’immedesimazione allo straniamento. Cercava di vedere cosa avesse messo di sé nel personaggio. A me diceva: tu devi dare lo spirito a Giulietta, devi appropriarti di lei con la tua sensibilità.”

Albertazzi aveva un maestro, il grande Memo Benassi, un gigante del teatro del novecento, amico di Vittorio De Sica, presente nel lavoro sull’attore di Carmelo Bene. Di lui Vittorio Gassman ha detto:”Benassi era bizzarro, totalmente folle, ma grandissimo attore. Benassi è stato un Amleto discontinuo, come tutto quello che faceva, però con delle zampate enormi. Lui recitava ‘Essere o non essere’ giocando su una scacchiera invisibile. Benassi era proprio il prototipo dell’attore romantico. Genio e sregolatezza.” E forse un po’ di quella sregolatezza oggi sarebbe una qualità preziosa, nel senso di una ricerca di spazi diversi per il teatro: come suggerisce Stefania Masala “anche per strada, anche nelle librerie.”E naturalmente anche nei teatri, inaccessibili in questi tempi di pandemia, ma necessari per noi tutti, così affezionati all’estro di attrici ed attori. E se le chiedi cosa le manca del suo maestro, Stefania risponde:”Mi manca lui, Albertazzi. Lo ritrovo continuamente nel lavoro, nelle persone aperte al dialogo. Era sempre pronto a sentire le ragioni dell’altro.

Il mio cane si chiama Benvenuto, il nome glielo ha dato lui, è un bovaro del bernese, lui mi ha convinto a comprarlo.” Il bovaro del bernese è un cane robusto ed agile, come la voce di un buon attore. Regalo molto simbolico per Stefania. Lei in conclusione dell’intervista vuole “ricordare con affetto” un altro grande uomo di teatro che ci ha lasciato, Marco Parodi, che – guarda un po’ – avrebbe dovuto dirigerla proprio nelle vesti di Mirandolina. E chissà che Goldoni sarebbe stato, magari ancora “robusto e agile”, come “Arlecchino servitore di due padroni” di Strehler. Sicuramente – come suggeriva Antonio Gramsci – con personaggi capaci di dar vita ai conflitti reali della società.

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