Settembre 26, 2021

Andar per chiese antiche/La chiesa di San Bartolomeo_a cura di Anna Palmieri Lallai

E’ sempre piacevole concedermi una bella promenade per le vie della mia amata Cagliari e, passo dopo passo, senza fretta, in silenzio, scoprire quello che la città ancora mi offre. Così, eccomi di fronte alla chiesa di San Bartolomeo, forse non troppo nota ai più, ubicata nella parte storica dell’omonimo antico borgo medioevale, che si estende ai piedi del colle di Sant’ Elia e che, degradando, si perde nelle acque del nostro mare cristallino.

Ci troviamo, pertanto, in quella zona che fu extra muros rispetto alla Karalis antica, nel versante orientale della città, da sempre caratterizzato non solo dal profilo della Sella del diavolo, ma soprattutto dalla presenza del mare e delle sue antiche saline, oggi, purtroppo, solo un nostalgico ricordo per chi, come me, ha fatto appena in tempo a conoscerle.

Ma se dall’alto del colle, uno dei tanti che caratterizzano Cagliari, si gode un panorama senza confronti, dandoci la sensazione di essere sospesi tra cielo e terra, nella sua pianura prevalgono, invece, tanti ricordi storici. In questa piana, infatti, in passato completamente libera e ampia tanto da estendersi fino al litorale di Quartu, vi giunsero, dopo i Fenici, anche i Romani, spinti, in particolare, non solo dai minerali di cui le nostre miniere abbondavano, ma soprattutto dalla necessità di procurarsi quel sale, il c.d. oro bianco, all’epoca estremamente necessario, insieme all’olio, non solo per la preparazione e la conservazione dei cibi, ma anche per l’allevamento del bestiame, favorendo la produzione di latte. Il sale era così importante per gli antichi romani che lo impiegarono come paga per i loro soldati o centurioni, da cui il nostro termine di salarium (paga mediante sale). Ma col tempo la storia va avanti, così il territorio passò sotto il controllo pisano e dei vari dominatori succedutisi nel corso dei secoli. Qui, nel 1708, si accampò l’ammiraglio Lake con le truppe anglo-olandesi in attesa di occupare la città, qui, nel 1717, si fermò il Cardinale Alberoni pronto a scacciare gli Austriaci che avevano avuto Cagliari col trattato di Utrecht del 1713, sempre qui, nel 1793, sostò il cagliaritano Girolamo Pitzolo con i suoi miliziani per sconfiggere i Francesi che, alla guida dell’ammiraglio Trughet, volevano conquistarci militarmente. Episodi ricordati simbolicamente anche nelle tre palle di cannone inserite nella facciata del Palazzo Boyl, in Castello.

I carcerati “a tirai sali”

Ma, col trascorrere degli anni, la storia cambia e, verso il 1841-42, in questa zona sorse per volere dello stato sabaudo e della Municipalità lo stabilimento del “Bagno penale”. Progettato dal maggiore del Genio Militare Domenico Barabino era una colonia penitenziaria, la prima del genere in Sardegna, rimasta attiva fino al 1926-28, anno in cui gli spazi della colonia rientrano nelle competenze del Demanio Militare che vi realizza diverse caserme, tuttora esistenti, penalizzando non poco il territorio.

Nella struttura carceraria, piuttosto estesa, fornita di un ospedale e di una cappella, vi erano impegnati oltre 1500 condannati ai lavori forzati, che, spesso legati con grosse catene alle caviglie, lavorando a ritmo sostenuto, sotto la sorveglianza di attenti custodi, provvedevano non solo all’estrazione del sale o, per dirla alla cagliaritana, a tirai sali, che poi veniva trasportato con barconi fino alla Darsena per essere imbarcato, ma anche alla realizzazione, nelle vicinanze, di diverse opere pubbliche. Si deve, infatti, al loro lavoro la bonifica della palude malsana ai piedi del colle di Bonaria, l’attuale Su Siccu, l’estrazione di calcare dall’adiacente colle di S.Elia, il dissodamento di terreni incolti e cespugliosi e la realizzazione di una bella zona verde, con pini marittimi, qualcuno ancora in loco. Ai carcerati è dovuta anche la bella fontana a pompa che ancora ammiriamo al centro della piazza omonima. Edificata nel 1857 in stile neoclassico, forse su progetto dell’ing. Pizzagalli, servì da copertura e abbellimento del pozzo della colonia agricola portata avanti dagli stessi carcerati. Restaurata verso il 1990 oggi la fontana, unica nel suo genere, è circondata da una vasca a livello del piano.

Piazza San Bartolomeo –
Fontana costruita dai carcerati (1857)

L’antico borgo medioevale, suddiviso in una parte storica e una moderna, ha visto anche la presenza di un dimenticato monastero benedettino e la chiesetta della Vergine di San Luca o, in catalano, di Lluc, sede del gremio dei notai cagliaritani, inaugurata, come si leggeva in un frammento lapideo, il 1 aprile 1679 dall’arcivescovo Mons. Diego Fernando de Angulo. Col tempo la chiesetta, comunicante all’interno con l’attigua dedicata a S.Bartolomeo, cadde in abbandono,  lasciando come memoria solo il toponimo.

  La chiesa di San Bartolomeo, che denomina la piazza antistante e l’intero quartiere, ben inserita nel contesto storico del borgo, è parrocchia dal 1946 per volere di Mons. Ernesto Maria Piovella, arcivescovo della città. In passato sede del gremio de is carnazzeris,è dedicata a Santu Bartumeu Apostolo, protettore dei macellai, particolarmente venerato in Catalogna. Sul santo, vissuto nel I sec. e festeggiato il 24 agosto, si hanno poche notizie certe, ma la tradizione religiosa vuole che, perseguitato per la sua fede cristiana, sia stato sottoposto a diverse forme di supplizio. Si racconta che il martire, legato ad una croce, sia stato bruciato e scorticato ancora vivo, infine, per decretarne la morte, fu decapitato. L’iconografia più nota del martirio del Santo è la riproduzione del giudizio Universale di Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, in Vaticano, dove San Bartolomeo viene rappresentato con la propria pelle in mano. Un’altra sua riproduzione, forse meno nota, la ritroviamo nel ciclo pittorico che ammiriamo a Orosei, nell’antica chiesa di S.Antonio Abate, del sec.XIV., dove il Santo è raffigurato praticamente nudo, con in mano il sacco della sua pelle.

Cappella Sistina San Bartolomeo
Orosei – Affresco S. Bartolomeo

Le sue reliquie furono disperse e, rinvenute in parte durante gli scavi effettuati verso il 1618-20 dall’arcivescovo Francesco D’Esquivel nella zona cimiteriale cristiana presso la basilica di San Saturnino, vennero raccolte nella cripta dei Martiri, in Cattedrale, nella cappella dedicata a S.Lucifero.

  La chiesa dedicata al Santo, piccola e raccolta, eretta senza soluzione di continuità con le case che l’affiancano, risale al XVI sec.  Nonostante qualche importante intervento avvenuto nel tempo, conserva intatto tutto il suo fascino e, in parte, la sua struttura originaria di gusto gotico-catalano. L’esterno, privo di qualsiasi esuberanza architettonica, presenta un prospetto piano, quadrangolare, con un portone centrale rettangolare, in legno scuro, lavorato a cassettoni. Il portale, incorniciato da una modanatura che riporta in rilievo dei piacevoli elementi decorativi, risulta leggermente sopraelevato rispetto al piano stradale. E’ sovrastato dal tipico arco ogivale gotico poggiante su un architrave e presenta in asse un oculo circolare arricchito da vetri policromi, che, all’interno, rendono l’atmosfera alquanto suggestiva. L’ordine termina con una semplice cornice orizzontale che evidenzia alle estremità due merli frastagliati, elementi architettonici rari nelle nostre chiese.

Al centro della facciata si eleva un piccolo campanile a vela, a una sola luce, collegato al prospetto tramite due supporti laterali triangolari, tali da creare una sorta di falsa facciata a capanna.

Chiesa s. Bartolomeo sec.XVI

Superata la bella bussola, di un piacevole verde con decori dorati e vetri policromi raffiguranti anche i 4 Evangelisti, l’interno appare raccolto, raffinato, molto intimo, che sicuramente invita alla preghiera e alla meditazione. Tutto, infatti, appare piacevole, disposto con gusto, degno di essere ammirato con occhi attenti e cuore libero. La navata è unica col presbiterio leggermente sopraelevato rispetto al piano dell’aula. Il soffitto ligneo, a capanna (con esterno a tegole), è interrotto da tre archi leggermente ogivali, evidenziati da una cornice in pietra calcarea, poggianti su robusti pilastri che fungono da sostegno. Gli archi, di grande impatto visivo, suddividono l’aula in altrettante porzioni, così, appena si entra, superata la bussola sovrastata dal coro, si sviluppa il corpo centrale che ci porta al presbiterio, nella cui parete campeggia parte di una grande tavola del 1650, dovuta al romano Giovanni Mazzini, con la raffigurazione del martirio del titolare della chiesa, che appare gigantesco rispetto alle altre figure riprodotte. Il dipinto, dai toni cupi, è sovrastato da un importante fastigio raffigurante il Padre Eterno. Lateralmente sono collocati due inserti pittorici triangolari, altre probabili testimonianze di una pala andata dispersa o smembrata. Sulla destra è rappresentata La predicazione di S.Giovanni Battista nel deserto, mentre, sul lato opposto, è riprodotto Il miracolo della donna di Canaan che chiede la salvezza della figliainvasata, con la raffigurazione metaforica di un curioso cagnolino bianco.  

Presbiterio e pala con il Martirio di San Bartolomeo

L’altare, datato 1767, di probabile bottega degli Spazzi, voluto dal gremio dei macellai (Clavario Gayetano) che qui, come accennato, aveva sede, riproduce al centro del paliotto in marmi policromi intarsiati l’effigie del Santo martire. Lateralmente si elevano il fonte battesimale di foggia attuale e, sulla sinistra, un ambone marmoreo gradevole, ma non antico, omaggio di una devota.

Altare con marmi policromi intarsiati 1767

Poco dopo, sulla sinistra, si apre una piccola cappella che, quasi scavata nella roccia, è destinata ad ospitare il Santissimo e con la sua estrema semplicità t’invita al più intimo raccoglimento. Andando oltre, troviamo sulla sinistra, l’unica cappella barocca, vanto dell’intera Chiesa. Si presenta abbastanza profonda da contenere nella parete di fondo un raro quanto ben conservato altare ligneo dorato e intagliato, antica memoria di quei bellissimi altari lignei che, in passato, rendevano onore alle nostre chiese, ma col tempo sostituiti, spesso frettolosamente e senza troppi scrupoli, dagli altari marmorei, perché durevoli e meno bisognosi di cure.

Cappella Madonna di Trapani 1678

La cappella, con volta a cupola ottagonale, risalente al 1678, quindi postuma rispetto alla realizzazione dell’impianto originario della chiesa, fu fatta erigere da Antonio Genovès, nel rispetto della volontà testamentaria della moglie, la nobile e benestante Rosalia Genovès, siciliana. E’ dedicata alla Madonna di Trapani, la cui statua lignea policroma, è inserita nella nicchia centrale cassettonata nella parte superiore. La grande pala sovrasta un altare marmoreo, non sfarzoso, che serve meglio a sottolineare l’importanza dell’ancona, fiancheggiata da una coppia di colonna a torchion, su cui si attorcigliano, senza soluzione di continuità, dei pampini di vite, simbolo eucaristico. Nel fastigio il Padre eterno in atteggiamento benedicente e, ai lati, due puttini oranti, ritti, mentre altri due svolazzanti, sorreggono la corona della Vergine. Ai lati della nicchia due festoni vegetali, la cui esuberanza sembra identificarsi con l’abbondanza divina. Alla base tre testine di angioletti, richiamo alla SS.Trinità. La cappella è delimitata da una classica balaustra marmorea, che riporta lo stemma nobiliare della famiglia Genovès, sormontato dalla corona marchionale, troncato con croce rossa, riprodotto anche nella parte alta.  Nel lato opposto della navata un grande arco tamponato ci ricorda, come accennato, il collegamento con la scomparsa chiesa della Vergine di Lluc.

Tela Francesca Cannas Verdun

Alle pareti si ammirano sei grandi tele, dai toni cupi, tutte dovute alla mano dell’artista sarda Francesca Cannas Verdun, attiva alla fine del ‘600, forse allieva di Pantaleo Calvo, ma poco nota al grande pubblico. Particolare la grande tela, valorizzata da un’importante cornice, che raffigura la Madonna, che, seduta, tiene in braccio il suo Bambinello, affiancata da Santa Rosalia e dai vescovi S.Eusebio e S.Lucifero. Intorno uno stuolo di figure angeliche, una delle quali Le porge una coroncina di fiori, mentre il Bambinello, incuriosito, ne tiene uno tra le sue dita. Altrettanto interessanti i dipinti raffiguranti la “Sacra Famiglia” e “Le anime del Purgatorio” con S.Antonio di Padova, identificabile dal giglio bianco, che consegna lo scapolare a S.Elia profeta in abito carmelitano.

La mia visita è terminata; lascio la chiesa e l’antico borgo ben consapevole di aver riletto una bella pagina di storia locale e di profonda fede.

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