Febbraio 27, 2024

La rabbia della Terra che ha fatto vibrare il suolo del Marocco “paese del mio cuore”, ha ferito anche me, nella mente e nell’anima.

   Da più di 40 anni ho iniziato a viaggiare nel Maghreb per conoscere i luoghi che avevano acuito l’impaziente desiderio di visitare Marrakesh, Fez, Casablanca, Tangeri ed Essaouira: luogo dell’epicentro di questo inaspettato e devastante terremoto che ha seminato morte e distruzione, in questi luoghi cari al mio cuore.

La mia prima vacanza fu proprio nella città di Marrakesh nel 1984 e, per due settimane, soggiornai all’hotel LA MAMOUNIA che, per imponenza e prestigio, era considerato tra i dieci alberghi più belli al mondo.

Ma la sorpresa fu grande quando, uscendo da quegli ambienti ovattati di lusso e bellezza, mi incamminai per le stradine anguste che conducevano alla Medina e alla più famosa piazza Jemaa el-Fnaa che brulicava di bancarelle, di persone di tutte le età con i loro candidi caftani di lino, di commercianti di spezie nei più accesi colori, incantatori di serpenti, cartomanti  e i caratteristici venditori d’acqua con i loro abiti scarlatti e le ampolle di lucido ottone portate a tracolla per dissetare i turisti. Una visione per gli occhi che mi generava stupore. E fu appagante per il mio spirito assetato di conoscenza, immergermi tra la folla brulicante per sentire i profumi acuti che emanava la menta; gli odori delle carni che arrostivano in sgangherati barbecue e le nenie di preghiere che giungevano dall’alto minareto della Moschea di Koutubia.

     Sempre più incuriosito avanzavo con incedere lento, osservando tutto ciò che mi circondava. Per un attimo provai la sensazione di trovarmi in una piazza del mio paese durante la festa in onore di Santa Vitalia negli anni 50 quando si allestivano baracche dove si vendeva di tutto, con giochi e attrazioni da circo equestre. Nella piazza più famosa di Marrakesh ritrovavo le stesse atmosfere: bambini che tendevano la mano chiedendoti una moneta. Qualcuno che aveva la gabbietta con un pappagallo che, col becco, estraeva un foglietto divinatorio. Signori attempati cercavano di smerciare uova sode. Altri che, con un pacchetto di sigarette, si offrivano di venderle sfuse, una ad una. Magia di ricordi indelebili che per un momento mi avevano allontanato dalla realtà affascinante di Marrakesh. E a riportarmi con i piedi per terra sul luogo, fu il sorriso aperto di un bambino che mi ritrovai davanti. Aveva una testa riccioluta come se quei boccoli fossero stati arrotolati da un esperto parrucchiere. Gli occhi erano neri e lucidi di serenità. Mi guardava fisso e chiese:” Italiano?”.

Gli risposi con un semplice sì affermativo e gli domandai: “Come ti chiami?” Senza esitazione mi disse: “Aladino” e subito precisò: “che in arabo significa rispettoso e devoto alla religione.”

“Bravo!”, mi complimentai., e molto incuriosito gli chiesi ancora:”Ma parli italiano?”

Sicuro di sé replicò: “Anche se ho dieci anni ho imparato la vostra lingua parlando con i numerosi turisti che vengono a visitare Marrakesh e conosco anche la canzone di Toto Cutugno,” specificò iniziando a canticchiare.” Lasciatemi cantare, con la chitarra in mano…ecc.ecc.”. Rimasi sbalordito da questa sua vivacità e con molto garbo gli chiesi ”Perché sei qui. Cosa fai?”

“Chiedo qualche dihram ai turisti generosi, perché così posso comprare da mangiare per i miei fratellini più piccoli, in quanto mio padre non ha un lavoro per mantenerci.”

Sentii il mio cuore stretto in una morsa. Io conoscevo la favola di Aladino e la sua lanterna magica che esaudiva i desideri. Qui, invece, il mio piccolo eroe lottava per rendere più sopportabile la povertà della sua famiglia e ciò aprì di scatto una porta alla mia magnanimità. Presi per mano il piccolo ed entrai, deciso, in un negozio della piazza che esponeva la vendita di souvenir e abbigliamento per bambini. Chiesi al negoziante di scegliere a suo piacimento delle magliette e dei pantaloncini corti. Feci aggiungere anche un paio di sandaletti affinché Aladino non camminasse scalzo. Il commerciante mise alla bella e meglio gli indumenti acquistati in una busta di plastica e, dopo aver pagato il conto, riaccompagnai il piccolo nella piazza Jemaa el-Fnaa. Nel salutarlo, misi  nelle sue mani una banconota da cento dirham. Il bambino restò sbalordito vedendo tanta abbondanza di soldi. Si attaccò come un gancio a me serrandomi in un abbraccio che mi trasmise la sua sincera gratitudine. Io quella stretta la provai anche nel cuore e dopo tanti anni è ancora pietrificata come un Totem nella mia memoria.

Tutti gli anni tornavo in Marocco per vacanza. Purtroppo non avevo più incontrato il piccolo Aladino. Anche lui, seppur giovanissimo, sognava di venire a vivere in Italia e forse era salito

nei barconi della morte, sfidando la sorte pur di vivere una vita migliore. Io, con questa storia nel cuore, ho imparato ad amare il Marocco e i suoi abitanti. Ho conosciuto persone disponibili e generose che erano capaci di dividere col prossimo anche quel poco che possedevano. E così ho iniziato a visitare altre città come Fez, Casablanca e Tangeri integrandomi nel loro modo di vivere e assorbendone le loro tradizioni culturali e anche quelle culinarie che mi avevano fatto apprezzare, per la prima volta, il gustoso couscous alle verdure con la carne di pollo. Una prelibatezza che poi ho cucinato spesso anche in Italia. E poi il piccione farcito e il tajine: la tipica pietanza della cucina marocchina di carne o pesce cucinata in scodelle di terracotta.

Durante questi viaggi mi piaceva visitare le botteghe degli artigiani che scolpivano il legno e incidevano magistralmente i metalli, costruendo oggetti utili nella vita quotidiana. Tutto profumava di ebano, di menta, di sandalo e gelsomino come se camminassi in un viale fiorito.

Sono tantissimi i ricordi che mi legano a questo incantevole territorio marocchino. Non posso scordare i miei sopralluoghi nelle montagne dell’Atlante che si estendono quasi alle vicinanze di Essaouira, una città portuale e balneare che si affaccia sulla costa atlantica. La sua suggestiva medina che è protetta da una fortificazione settecentesca. La piazzetta del porto con tutti i pescatori che vendono agli avventori il prodotto fresco ancora nelle reti. Una meraviglia che allieta ogni essere umano. Purtroppo, queste bellezze sono state distrutte in una notte d’estate dalla feroce e incontrollata ribellione di una natura maltrattata, offesa e seviziata dalla inciviltà di certi

Potenti. E il terremoto ha seminato morte tra gli innocenti, senza scegliere tra i buoni o i cattivi. Una violenza che ha fatto crollare le case seppellendo tra le macerie anime innocenti e senza colpe, e distrutto monumenti che resistevano da secoli. Un disastro giunto senza preavviso che vedendo le immagini trasmesse dalle televisioni mi hanno annebbiato la vista e lacerato le pareti del cuore come se questo sisma avesse coinvolto anche il territorio dove io vivo.

Sorretto con forza da una viva speranza che mi induce a credere nel Divino, con il più forte dei sentimenti che è l’amore, prego che il Marocco rinasca presto superando le difficoltà e le privazioni di ogni genere che, ingiustamente, hanno gettato nella più cupa disperazione, parte dei suoi abitanti più deboli. Ad ogni essere umano del mio amato Marocco auguro che rincomincino ad amare la vita, scacciando quel dolore che ha reso più buia la notte, prima ancora che sorgesse la luce del sole che illuminerà tutto il pianeta.

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