Dicembre 1, 2021

C’era una volta in Sardegna la DC_di Paolo Fadda

Pur avendo rappresentato uno dei più importanti movimenti politici – per adesioni, consenso popolare e responsabilità di governo — che hanno interessato la Sardegna del Novecento (o, almeno, di quella parte di esso che va dal 1943 fino all’alba del terzo millennio), della Democrazia Cristiana sarda non è disponibile finora una sua storia organica, capace di coniugare insieme lo svolgersi temporale dei fatti con una loro attenta esegesi interpretativa. Anche per comprendere come in breve tempo (1943-46) la DC potesse essere divenuta il “primo” partito dell’isola, resa forte da suffragi elettorali provenienti da ogni ceto sociale, ed esprimendo ancora una nuova ed importante classe dirigente che avrebbe guidato l’isola in uno dei periodi più difficili e complessi della sua storia millenaria.

Una DC sarda che avrebbe mostrato una sua forte vitalità ed anche una sua indubitabile capacità d’elaborazione politica e —fatto non secondario – d’avere espresso una vigorosa ed autorevole classe dirigente, tanto d’aver fornito al Paese due Presidenti della Repubblica.

Questo libro non intende, né ha l’ambizione d’ essere “la storia” di questo partito nella realtà sarda (con le sue cronologie e le sue vicende), ma si ripromette soltanto di presentare alcune riflessioni — queste sì con valenza storica — su quattro fasi che si ritengono importantie fra le più decisive – nella vita di questo partito:

-innanzitutto (1943-1950) quella riferita alla sua origine, essendo nato nel momento difficile e confuso seguito alla caduta del fascismo come erede del popolarismo di Luigi Sturzo e dell’esigenza d’affermare l’unità politica dei cattolici. Un partito che nell’isola evidenzierà la sua genesi d’essere stato voluto dalla gerarchia ecclesiastica isolana e sostenuto da questa con tutta la sua autorevolezza ed il suo radicamento fra la gente;

  • a seguire (1956-1965), la stagione che si è definita dell’evoluzione, cioè quella caratterizzata dall’emersione d’una giovane classe dirigente formatasi sugli insegnamenti di Dossetti, Fanfani e Moro (i giovani turchi sassaresi) e sulle esperienze del sindacalismo cristiano di Pastore e Donat Cattin (i giamburrasca nuoresi). Un partito, quindi, che avrebbe riaffermato appieno una sua compiuta laicità ed una sua voluta autonomia;
  • ed ancora (1970-1980), il tempo assai incerto ed instabile nei suoi equilibri interni, messi spesso in crisi da un forte contrasto fra le correnti interne e dall’emergere di antiche e nuove ambizioni personali e municipali. Sono segnali forti che indicano una seppur lenta ma evidente tendenza alla disunità, fattore questo determinante un evidente declino. Segnato anche dalla perdita di consensi elettorali, che passeranno dal 46,33% dei voti raggiunti alle “regionali” del 1961 al 37,78 conseguito nel 1979;
  • infine (1993-2000. ), la triste fase della diaspora, con una crisi originata dalla sclerotizzazione e dal frantumarsi della sua classe dirigente, delegittimata fra l’altro dal terribile tzunami di tangentopoli che aveva investito il Paese. La stessa scomparsa “formale” del partito della Democrazia Cristiana determinerà una corsa all’eredità, che verrà raccolta, anche nell’isola, da diversi gruppi riunitosi attorno ed al seguito dei tanti “colonnelli”dello stato maggiore di quello che fu il più importante partito del Paese per mezzo secolo.
Francesco Cossiga, primo da sinistra, nella sua prima campagna elettorale del 1958, con il Presidente Antonio Segni, e quarto e quinto (da sinistra) Paolo Dettori e Francesco Deriu

Per maggior chiarezza, si ritiene di dover precisare che il filo logico che ha legato e collegato quest’analisi è stato quello che, in un’interpretazione critica dell’evolversi degli eventi, si è voluto indicare come “il tempo” della DC sarda, scandito come nella vita vegetale dal succedersi delle stagioni. Quattro periodi, quindi, differenti per maturazione politica e condizioni ambientali, che meritano una riflessione ed un’analisi in chiave storica, cercando di disancorarli dall’influsso del contingente e dall’agiografia compiacente, anche se si intravedono i limiti — e gli ostacoli — con cui quest’operazione può essere stata fatta. Anche perché esiste (o si è ritenuto che sia esistita) una specificità tutta sarda nella configurazione politica di questo partito, anche se ha assunto, nelle sue articolazioni correntizie, molte analogie con il mosaico della DC nazionale.

Ci sarebbero infatti non poche diversità, fra le tante omologazioni, che rendono “diversa e particolare” la storia della DC sarda rispetto a quella nazionale. Diversità che avrebbero bisogno (da qui la motivazione forte di questo saggio) di un’analisi attenta e di una ricostruzione accurata.

Il lavoro compiuto ha quindi inteso privilegiare le strade dell’analisi e dell’interpretazione dei fatti più che la loro descrizione, proprio perché s’è ravvisata la necessità di “capire” quanto accaduto nella sua genesi e nel suo sviluppo.

Partendo proprio dal comprendere come nell’immediato postfascismo, cioè dal 25 luglio del 1943 allorché fu destituito il governo Mussolini ed abbattuto il regime fascista, si sarebbe potuto costituire ex novo un partito senza tradizioni o legami con il passato ma capace di dominare le prime elezioni amministrative democratiche, portando i suoi uomini ad amministrare circa i due terzi dei comuni isolani. Si è quindi cercato di analizzare i diversi passaggi attraverso cui quel partito, pur con differenti linee di tendenza e con equilibri interni non sempre facili, fosse riuscito ad interpretare con lucida ed attenta percezione le attese ed i bisogni della gente sarda. Anche per questo, nell’analisi storica si è cercato di seguire un percorso meno tradizionale, ricostruendo i circuiti di reclutamento e di formazione degli uomini che sarebbero divenuti i leaders politici della DC sarda.

Aldo Moro giunge all’0aeroporto di Elmas nel 1973 accolto, da sinistra, da Giovanni Lilliu, Paolo Dettori, Paolo Fadda e Lello Picciau

Si tratta, ovviamente, di un’analisi con i suoi limiti (ed anche con possibili errori), ma che aiuta certamente a comprendere come quel partito abbia potuto esprimere, implementare e rinnovare, in un arco di tempo che vale mezzo secolo, un valido ed articolato gruppo dirigente sorretto da un maggioritario consenso elettorale. Ci sarebbero da avanzare diverse ragioni: innanzitutto perché sarebbe parso prevalente, all’indomani dell’uscita di scena della gerarchia fascista, voltar decisamente pagina affidandosi ad una nuova e alternativa classe politica. Non diversamente per una manifesta diffidenza nei confronti dei reduci dalle esperienze politiche del prefascismo, ritenuti anche loro corresponsabili dell’avvento del regime e della tragedia della guerra.

Ma, forse — ed è questa la ragione che più c’intriga – perché dopo il dissolvimento dello Stato, e delle sue istituzioni forti, la Chiesa era parsa a molti l’approdo più forte e sicuro ove potersi rifugiare per prendere fiato e riprendere il cammino. Sarà infatti il mondo che ruota attorno ai presidi religiosi (diocesi, parrocchie, asili, congregazioni, ecc.) a divenire il punto di riferimento privilegiato nel dare vita al nuovo e necessario corso politico.

E sembrato anche importante mettere a fuoco i criteri ed i percorsi con cui sarebbe stata selezionata questa nuova élite politica di formazione e di cultura cristiana. Il più importante serbatoio di reclutamento sarebbero state le organizzazioni del laicato cattolico, come l’Azione cattolica, la FUCI e l’associazione dei laureati cattolici. Perché – citiamo qui una perentoria affermazione di Giuseppe Della Torre (direttore allora dell’Osservatore romano) – «fra l’Azione cattolica e il regime ci fu sempre una irriducibile incompatibilità di carattere».

In effetti la Chiesa, nelle sue varie articolazioni, aveva mantenuto un suo prestigio morale e civile, non intaccato da «precedenti intese con il fascismo», proprio perché sarebbe sempre rimasta una certa diffidenza etica e sociale fra le due gerarchie e le loro organizzazioni.

Una diffidenza che in un suo bel saggio lo storico Pietro

Scoppola la collocherà alUinterno dei gruppi culturalmente più agguerriti (come quelli degli universitari cattolici) che rivendicavano al pensiero cristiano «risposte autonome e compiute ad ogni problema della vita umana anche nelle sue espressioni sociali». Si tratta invero di posizioni molto differenti rispetto a quelle dell’antifascismo d’ispirazione laica che anteponeva la politica all’etica sociale, l’abbattimento del regime alla sua sconfitta sul piano culturale ed ideologico.

C’era però la sensazione tra gli ambienti della polizia fascista — e lo citiamo come segnale emblematico — che all’interno dell’Azione cattolica si andassero «predisponendo i quadri per sostituire il fascismo», tanto da costituire «un’infezione gravissima» per la saldezza dello Stato (30 novembre 1939).

L’organizzazione del laicato cattolico s’era dunque preparata per tempo per i compiti di un futuro di cui ancora non si avvertiva la prossimità, ma che si riteneva ineluttabile (la caduta del fascismo), ma di cui si aveva ben presente solo l’obiettivo principale, che era poi quello di poter costituire un argine all’ateismo comunista da un lato ed al paganesimo nazista dall’altro.

Vi era dunque la percezione forte che il fascismo fosse giunto al suo capolinea e che i pericoli incombenti fossero quelli d’una sua incorporazione ideologica o nel bolscevismo staliniano o nel nazismo hitleriano. Da qui sarebbe partita quell’opera di sensibilizzazione politica dei gruppi dirigenti di quei movimenti, di cui si trova traccia — pur con le opportune mimetizzazioni — nei loro documenti congressuali.

Non è quindi senza ragione che, alla caduta del fascismo, il mondo cattolico sia stato in grado, anche nell’isola, di esprimere una sua classe dirigente, selezionata e preparata dalle esperienze maturate negli ambienti ecclesiastici. Capace soprattutto di guidare politicamente il nuovo corso del postfascismo.

Sarà proprio questo il significato di questa ricerca storica, di questo riandare a ritroso nel tempo per cercar di capire quale fu il retroterra sociale e culturale da cui la DC sarda prese le mosse per divenire, fin dalle prime consultazioni amministrative della primavera del 1946 il primo partito isolano. Riuscendo ad  esprimere, in particolare, i nuovi sindaci per le più importanti città sarde.

Antonio Segni, Presidente del Consiglio
con il consigliere regionale Angelino Usai

Per quest’interpretazione ci si è indirizzati a riscoprire i circuiti utilizzati per l’individuazione e la selezione di una nuova classe dirigente, in modo da comprendere come si sarebbe riusciti a saldare i rapporti con la società civile ed a catalizzare i maggiori consensi.

Eguale metodologia interpretativa si è seguita anche per le fasi successive, proprio per dare un’analisi attenta della fenomenologia politica di un partito che ha fatto della “prassi politica” (cioè della sua vocazione a voler essere interprete e guida delle aspirazioni e delle attese della gente sarda) la sua ideologia e la sua bussola. Non dimenticando che, pur nel suo controverso, disarticolato ed anche disomogeneo esprimersi, ha saputo essere il più determinato ed autorevole regista ed attore dell’autonomia regionale.

Infine una precisazione, che può essere anche una giustificazione od una confessione. E stato difficile, molto difficile, raccontare queste vicende perché le fonti – da quelle interne, per gran parte disperse, a quelle giornalistiche, non sempre esemplari per obiettività, ed a quel poco che ne hanno scritto i protagonistinon hanno in alcun modo aiutato a fare, seppure se ne fosse capaci, “vera” storia. Di questi evidenti limiti e delle possibili imprecisioni se ne chiede quindi venia al lettore, augurandosi solo che quanto qui scritto serva per sollecitare altri impegni utili a “tirar fuori” dall’oblio le vicende di un partito che ha guidato l’isola sarda nella più grande trasformazione antropologica ed economica della sua storia millenaria. Serve quindi aggiungere che quanto scritto non è, ne vuole essere, una storia della DC sarda, ma solo una serie di analisi che tendono a tracciare, nel succedersi dei fatti e degli eventi, un’ipotesi su quello che è stato il ruolo di questo partito in quei lunghi annigiù di lì un quarantennio abbondante – in cui è stato il primo partito dell’isola ed ha avuto quasi costantemente la responsabilità di guida della politica regionale.

Sotto questo punto di vista è infatti un libro “di parte”, nel senso che ha cercato di contrastare i troppi malgiu- dizi – per certi versi preconcetti o malfondati — che certa storiografia nostrana (ideologicamente orientata) è andata esprimendo in questi anni sul partito e sull’azione di governo della DC. Pur tuttavia il libro non ha mancato di ricordare e di analizzare, per completezza storica, le diverse ragioni, e le circostanze, per cui quell’esperienza politica si sia poi consumata e conclusa in una sorta di consapevole eutanasia.

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